Roman Rosdolsky – LA CRITICA DI ROSA LUXEMBURG ALLA TEORIA MARXIANA DELL’ACCUMULAZIONE

Riproponiamo, per il suo interesse, un importante testo dello studioso marxista Roman Rosdolsky, pubblicato nel volume Genesi e struttura del “Capitale” di Marx, Laterza, Bari, 1971.

La nostra digressione su R. Hilferding ha messo in evidenza quale uso la teoria marxista ufficiale in Germania abbia saputo fare degli schemi della riproduzione del Libro II [del Capitale]. Per quanto questa teoria si atteggiasse a radicale ed “ortodossa”, la sua interpretazione di quegli schemi si è risolta, in ultima analisi, nel rifiuto della teoria della catastrofe e nella spiegazione delle crisi come pure e semplici crisi di sproporzionalità, propria dell’economia volgare. Esattamente nello spirito, dunque, di Tugan Baranovskij e dei marxisti “legali” russi!

E’ su questo sfondo, cioè come reazione al travestimento neo-armonico delle dottrine economiche di Marx, che dev’essere visto il libro di Rosa Luxemburg: L’accumulazione del capitale, il cui tema centrale – a prescindere da aspetti secondari ed accessori – è appunto l’energica riaffermazione dell’idea del crollo del regime capitalistico e quindi la difesa del nocciolo rivoluzionario del marxismo.

Ma perché questo compito toccò alla Luxemburg, invece che a Lenin? Qui bisogna rifarsi in primo luogo alla diversità di situazione storica fra il marxismo russo e quello tedesco. Contrariamente ai marxisti russi degli anni novanta, il cui interesse teorico era prevalentemente assorbito dalla lotta contro l’ideologia populista, e che quindi dovevano prima di tutto dimostrare le capacità di esistenza di un capitalismo ancora in fasce, Rosa Luxemburg viveva ed agiva in un paese nel quale il capitalismo non solo aveva raggiunto l’apogeo del suo potere, ma tradiva già chiari segni del suo declino futuro; d’altra parte essa si trovava a lottare non contro i partigiani di un utopistico socialismo rurale, ma contro una potente burocrazia operaia saldamente radicata nelle masse, che, pur professandosi marxista, stava con tutt’e due i piedi sul terreno dell’ordine sociale esistente e sperava di conseguire ogni progresso sociale e politico solo entro la sua cornice. Mentre perciò, nella Russia a cavallo dei due secoli, urgeva ancora mettere in netto risalto l’inevitabilità e il carattere storicamente progressivo dell’evoluzione capitalistica, compito della sinistra comunista in Germania era invece di concentrare l’attenzione sull’idea del necessario crollo economico e politico dell’ordine sociale borghese. Appunto a questa esigenza teorica doveva rispondere il libro della Luxemburg.

Da quanto si è detto non segue tuttavia che noi accettiamo la specifica dottrina luxemburghiana secondo cui l’accumulazione del capitale si spiega solo facendo ricorso a “terze persone”, cioè allo scambio con ambienti non-capitalistici[1], o che riteniamo giusta la sua critica degli schemi della riproduzione di Marx. Al contrario, c’è solo da rammaricarsi che la Luxemburg non abbia saputo difendere la teoria della catastrofe se non nella forma paradossale di una critica fondamentalmente erronea della teoria marxiana della riproduzione. Sarebbe tuttavia pedantesco tornare nuovamente su questa critica, da tempo riconosciuta sbagliata, il cui errore principale consiste nel fatto che, analizzando la riproduzione allargata, senza volerlo la Luxemburg ricade continuamente nei presupposti della riproduzione semplice. Molto più importante ed istruttivo è chiedersi che cosa l’abbia spinta a tale critica; e, da questo punto di vista, Henryk Grossman sembra aver colto il nocciolo della questione quando scrive: “Il grande merito storico di R. Luxemburg è di aver tenuto fermo – in cosciente antitesi e protesta contro i tentativi di deformazione dei neo-armonici – all’idea centrale del Capitale, e di aver cercato di rafforzarne le basi con la dimostrazione che il modo di produzione capitalistico urta contro un limite economico assoluto al suo sviluppo ulteriore”. Senonché, “invece di inquadrare la verifica degli schemi della riproduzione nel sistema complessivo di Marx e in particolare nella sua teoria dell’accumulazione […], la Luxemburg ha involontariamente subìto l’influenza di coloro che si proponeva di combattere, cioè ha creduto che lo schema tracciato da Marx permettesse effettivamente un’accumulazione illimitata, “ad infinitum, in circolo – secondo la dottrina di Tugan-Baranovskij”. E, essendo essa stessa convinta che “dagli schemi della riproduzione risultasse davvero la possibilità di un’accumulazione senza limiti, ad infinitum, e che Tugan, Hilferding e più tardi O. Bauer avessero avuto ragione di dedurnela, ha sacrificato gli schemi di Marx per salvare il concetto di catastrofe annunziato dal Libro I del Capitale[2].

A nostro avviso, queste considerazioni spiegano gran parte degli errori della Luxemburg, ma non contengono tutta la verità. Ci sembra infatti che, anche in lei, l’interpretazione erronea degli schemi della riproduzione tragga origine da una nozione inadeguata della metodologia dell’opera di Marx.

Certo, come osserva Lukàcs, la Luxemburg brilla nell’”autentico esercizio della dialettica”[3], e ciò spiega l’alto godimento teorico che lo studio della sua opera suscita in noi. Ma è indubbio che anch’essa ha sottovalutato l’importanza della cosiddetta “eredità hegeliana” nel pensiero di Marx[4] e quindi non ha nemmeno avuto del tutto chiara la struttura del Capitale. Si è già notato come la Luxemburg confonda la distinzione fra capitale singolo e capitale sociale totale con la distinzione molto più importante fra “capitale in generale” e “capitale nella sua realtà”[5]; non è quindi il caso di ritornarvi sopra. Sappiamo pure come essa faccia arbitrariamente un solo fascio del capitale sociale totale e del capitale nella sua esistenza storica concreta. Stando alla Luxemburg, il concetto di “società puramente capitalistica” in Marx sarebbe utile solo se si considera il processo di produzione e di circolazione del capitale singolo, mentre perderebbe ogni significato in riferimento alla società capitalistica nel suo insieme, e in particolare, al problema dell’accumulazione del capitale sociale totale.

Insomma, anche la Luxemburg fraintende il ruolo che nell’opera di Marx svolge il modello di una società puramente capitalistica: non capisce che si tratta unicamente di un principio euristico, al quale si ricorre per illustrare le tendenze di sviluppo del modo di produzione capitalistico considerato nella sua purezza, “libero da circostanze accessorie perturbatrici”[6]. (Da questo punto di vista, le interminabili diatribe sulla possibilità o impossibilità storica di una società puramente capitalistica erano del tutto prive di senso). Lo scopo di questo procedimento metodologico è chiaro. Se perfino nei suoi presupposti più rigidi, cioè nel modello astratto di una società composta unicamente di capitalisti e di operai salariati, la realizzazione del plusvalore e l’accumulazione del capitale sono – entro certi limiti – possibili, non esiste alcuna necessità teorica di ricorrere a fattori esterni come il commercio estero, la presenza di “terze persone”, l’intervento dello Stato, ecc. In questo senso, il modello astratto di Marx ha pienamente superato la prova. E, per non essersene resa conto, la Luxemburg si è pure lasciata sfuggire il fatto che tutti i risultati dell’analisi del processo di riproduzione nel libro II potevano avere soltanto natura provvisoria, cioè attendevano d’essere completati su un piano successivo e più concreto dell’analisi.

L’errore metodologico della Luxemburg sorprende tanto più, in quanto essa stessa si avvicina di molto alla giusta comprensione dei presupposti metodologici di Marx quando scrive: “Quello che per Marx era la premessa del suo schema dell’accumulazione corrisponde […] solo alla tendenza storica obiettiva del movimento dell’accumulazione e al suo risultato teorico finale. Il processo di accumulazione tende a sostituire dovunque all’economia naturale l’economia mercantile semplice, all’economia mercantile semplice l’economia capitalistica, a imporre in tutti i paesi e in tutti i settori il dominio assoluto della produzione di capitale come modo di produzione unico ed esclusivo”[7] E nell’Anticritica: “Marx non si è mai sognato di presentare le proprie formule matematiche come una dimostrazione che l’accumulazione sia realmente possibile in una società composta unicamente di capitalisti e lavoratori. Marx ha studiato il meccanismo interno dell’accumulazione capitalistica, e ha stabilito alcune leggi economiche sulle quali il processo si fonda. Ragionò suppergiù così: perché l’accumulazione del capitale totale, cioè nell’insieme della classe capitalistica, abbia luogo, è necessario che fra le due grandi sezioni della produzione sociale – produzione di mezzi di produzione e produzione di mezzi di sussistenza – esistano certi e ben determinati rapporti quantitativi. Solo se questi rapporti vengono mantenuti […] l’allargamento crescente della produzione e, contemporaneamente – che è lo scopo di tutto – , la crescente accumulazione di capitale nelle due sezioni, che ne deriva, possono svolgersi senza inciampo. Per esporre in forma chiara questo suo concetto, Marx costruisce un esempio matematico, uno schema a cifre fittizie, sulla scorta del quale dimostra come i singoli elementi dello schema (capitale costante, capitale variabile, plusvalore) debbano comportarsi nei loro reciproci rapporti affinché l’accumulazione si svolga”[8]

Ma, se questo è vero, se il modello di Marx non era che uno strumento per mostrare nella loro purezza le condizioni di equilibrio in una economia capitalistica in espansione, la tesi della Luxemburg che in Marx esso sia un’ “astrazione esangue” non regge. Così, la sua critica agli schemi marxiani della riproduzione si dimostra infondata anche dal punto di vista metodologico.

***

[…] La prima conclusione che emerge dalla pluridecennale controversia intorno agli schemi della riproduzione di Marx, è che questi non sono affatto da ritenere un puro e semplice “torso”, un tentativo teorico che Marx non poté condurre a termine solo per mancanza di tempo. Tutto prova al contrario che lo stesso Marx non intese mai andare oltre la forma che gli schemi della riproduzione avevano ricevuto nel Libro II del Capitale, e che perciò non ha senso aspettarsene più di quanto essi possano dare.

[…] Gli schemi del Libro II trattano unicamente delle condizioni di equilibrio ipotetico della riproduzione allargata restando invariate le condizioni della produzione, e che, malgrado il loro carattere astratto, essi rappresentano un “frammento della realtà economica”. Certo, nel mondo capitalistico reale, la riproduzione e accumulazione allargata del capitale si realizza “in un continuo cambiamento qualitativo della sua composizione, in un incessante aumento della sua parte costitutiva costante a spese della sua parte costitutiva variabile”[9], e a questo processo si accompagna l’espansione a sbalzi dell’area del pluslavoro relativo, quindi anche l’aumento del saggio di plusvalore. Non si dimentichi tuttavia che questo continuo rivoluzionamento del modo di produzione “è accompagnato in modo altrettanto costante da momenti di riposo e da un’espansione puramente quantitativa su base tecnica data”, da “intervalli in cui l’accumulazione opera come semplice allargamento della produzione […]”[10].

E appunto per questi “intervalli” valgono gli schemi della riproduzione del Libro II, che mostrano la possibilità della riproduzione allargata mediante l’adattamento reciproco dell’industria dei mezzi di produzione e di quella dei mezzi di consumo, e perciò anche la possibilità della realizzazione del plusvalore. Ma tutto questo poteva essere illustrato senza che fosse necessario inserire nell’analisi del Libro II anche il fattore del progresso tecnico, che si esprime nell’aumento della composizione organica del capitale e del saggio di plusvalore.

Marx, tuttavia, non poteva procedere oltre e delineare le condizioni di equilibrio della riproduzione allargata anche nell’ipotesi di un modo di produzione in costante mutamento? […] Appunto questo era impossibile; e i tentativi di soluzione falliti di Tugan-Baranovskij e di Otto Bauer non potevano che confermarci in questa convinzione. Infatti, non appena si cerca di introdurre negli schemi della riproduzione il fattore del progresso tecnico, le condizioni di equilibrio della riproduzione si trasformano in condizioni di squilibrio, e tutti gli schemi che cercano di aggirare questo scoglio non possono non rivelarsi pure “esercitazioni matematiche” prive di contenuto economico. È una constatazione di cui siamo debitori a Rosa Luxemburg, e alla quale non v’è nulla da eccepire.

Il secondo risultato importante della nostra indagine è il riconoscimento che gli schemi della riproduzione del Libro II rappresentano soltanto una fase – sebbene importantissima! – dell’analisi marxiana del processo di riproduzione sociale e quindi abbisognano di un necessario completamento mediante la teoria della crisi e della catastrofe. Ne segue che essi sono comprensibili soltanto nel quadro complessivo della dottrina di Marx. (Anche qui si rivela decisivo, dal punto di vista metodologico, il concetto di totalità). È vero che le alterazioni nell’equilibrio della riproduzione causate dal progresso tecnico sembrano a tutta prima soltanto una riprova che il decorso della produzione capitalistica deve portare ogni volta a nuove crisi, e quindi alla sostituzione dell’equilibrio temporaneo dato con un nuovo equilibrio altrettanto temporaneo. Ma in realtà esse mostrano qualcosa di più: che cioè le contraddizioni del modo di produzione capitalistico, espresse appunto da queste alterazioni e dalla caduta tendenziale del saggio di profitto da esse accelerata, si riproducono via via su un piano superiore finché la “spirale” dell’evoluzione capitalistica raggiunge il suo termine.

In questo senso, la controversia apparentemente scolastica sulla interpretazione degli schemi marxiani della riproduzione dev’essere ritenuta, malgrado tutti gli errori e le conclusioni sbagliate, come positiva, cioè come teoricamente feconda.


[1] Naturalmente, nella sua analisi astratta del processo di accumulazione, Marx doveva prescindere dal ruolo delle “terze persone” come, in generale, da tutti i fattori estranei allo stesso capitalismo; e appunto qui ha radice l’errore nella critica della Luxemburg. Ma ciò non significa che delle “terze persone” non si debba tener conto neppure ai gradini ulteriori dell’analisi, come hanno il grave torto di supporre quasi tutti gli avversari di Rosa Luxemburg. Al contrario, se non si considera questo fattore, il processo reale dell’accumulazione capitalistica diventa incomprensibile.

[2] H. Grossmann, op. cit., pp. 20 e 280-2.

[3] G. Lukàcs, Geschichte und Klassenbewusstsein, p. 200 [Storia e coscienza di classe, p. 240]. Cfr. anche l’interessante saggio di L. Basso, Rosa Luxemburg: The Dialectical Method, in “International Socialist Journal”, novembre 1966.

[4] Frutto di uno stato d’animo passeggero e del senso di fastidio per la falsa ortodossia dei suoi critici è quanto la Luxemburg scriveva dal carcere all’amico H. Diefenbach, l’8-III-1917: “Questo” (cioè la semplicità dello stile) “è oggi il mio orientamento in materia di gusto, un orientamento che nel lavoro scientifico come nell’arte apprezza solo il semplice, il tranquillo, il lineare. Perciò il tanto celebrato Libro I del Capitale, sovraccarico com’è di ornamenti rococò nello stile hegeliano, adesso mi sembra un orrore (reato per il quale, dal punto di vista del partito, si incorre in 5 anni di detenzione e in 10 di disonore)”: cfr Rosa Luxemburg, Briefe an Freunde, p. 85. Frase che tuttavia dimostra come la Luxemburg a volte non riconoscesse, dietro lo “stile hegeliano”, il contenuto dialettico dell’opera di Marx.

[5] Cfr. supra, inizio del cap. XI.

[6] “Esaminando i rapporti essenziali della produzione capitalistica”, scrive Marx nelle Teorie sul plusvalore, I, P. 396, “si può anche supporre che tutto il mondo delle merci, che tutte le sfere della produzione materiale […] siano assoggettati (formalmente e realmente) al modo di produzione capitalistico (poiché a tanto ci si avvicina sempre più, perché è questo lo scopo principale, e solo col verificarsi di questo caso le forze produttive del lavoro verranno sviluppate al massimo). In questa ipotesi, la quale esprime il caso limite […] e che quindi si avvicina sempre più all’esattezza assoluta, tutti i lavoratori occupati nella produzione di merci sono operai salariati, e in tutte queste sfere i mezzi di produzione si contrappongono ad essi come capitale”.

[7] R. Luxemburg, L‘accumulazione, p. 416.

[8] Ivi, p. 497.

[9] K. Marx, Il Capitale, Libro I, pp. 688-689.

[10] Ivi, pp. 495 e 689. E, analogamente, nelle Teorie: “Nella riproduzione si presuppone anzitutto che il modo di produzione resti invariato, e tale esso resta per un certo periodo di tempo nell’allargamento della produzione. La massa delle merci prodotte si accresce in questo caso perché viene impiegato più capitale, non perché il capitale impiegato diventi più produttivo”, (Teorie sul plusvalore, II, p. 576).

Roman Rosdolsky – LA LEGGE DELLA CADUTA DEL SAGGIO DI PROFITTO E LA TENDENZA DEL CAPITALISMO ALLA CATASTROFE

Riproponiamo, per il suo interesse, un testo dello studioso marxista Roman Rosdolsky, pubblicato nel volume Genesi e struttura del “Capitale” di Marx, Laterza, Bari, 1971.

Un’altra questione fondamentale dell’economia, la cui soluzione si trova già nel manoscritto del 1857-58 [i Grundrisse, Ndr.], è quella della caduta tendenziale del saggio di profitto.

Anche questa soluzione è nata nel corso dell’analisi critica della teoria ricardiana. Come tutti i classici, anche Ricardo sottolinea che all’accumulazione del capitale si accompagna “la tendenza naturale del profitto a cadere”[1]. Ma qual è l’origine di questa tendenza?

E’ chiaro che Ricardo non poteva appagarsi della spiegazione data da Adam Smith alla diminuzione del saggio di profitto. “A. Smith”, si legge nel Rohentwurf, “ha spiegato la caduta del saggio di profitto con l’aumento del capitale dovuto alla concorrenza reciproca dei capitali. A ciò gli è stato opposto da parte di Ricardo che la concorrenza, se può ridurre i profitti ad un livello medio nelle diverse branche d’industria, livellandone il saggio, non può tuttavia abbassare questo stesso saggio medio”. La tesi di Smith, continua Marx, “in tanto è esatta, in quanto è solo nella concorrenza – nell’azione di capitale su capitale – che le leggi immanenti al capitale, le sue tendenze, si realizzano.[2] Ma è falsa nel senso in cui egli la intende, come se cioè la concorrenza imponesse al capitale leggi estrinseche, leggi introdotte dall’esterno, che non sono sue leggi intrinseche. La concorrenza può abbassare permanentemente il saggio di profitto in tutte le branche d’industrie, e cioè il saggio medio di profitto, solo se e in quanto è concepibile una caduta generale e permanente, agente come legge, del saggio di profitto anche prima della concorrenza e senza riguardo alla concorrenza”. Voler spiegare le leggi interne del capitale “semplicemente con la concorrenza significa ammettere di non capirle”[3].

Ma che cos’è, secondo lo stesso Ricardo, la legge interna dalla quale scaturirebbe la tendenza alla caduta del saggio di profitto?

Ricordiamoci che Ricardo non conosce né la differenza fra capitale costante e capitale variabile[4], né quella fra saggio di profitto e saggio di plusvalore, e che inoltre, secondo la sua teoria, profitti e salari possono aumentare e diminuire solo in ragione inversa. Di qui la tesi che “nessuna accumulazione di capitale può abbassare durevolmente il profitto, se non è data una causa duratura dell’aumento dei salari”[5] Ma in quali condizioni il salario (che in Ricardo resta, di norma, eguale al prezzo dei mezzi di sussistenza necessari all’operaio) può aumentare durevolmente in valore (non in valore d’uso), cosicché la parte di giornata lavorativa nella quale l’operaio lavora per sé cresca, e l’altra, durante la quale egli lavora gratis per il capitalista, diminuisca? Evidentemente, questo “è possibile soltanto se aumenta il valore dei mezzi di sussistenza in cui viene speso il suo salario. Ma il valore delle merci industriali, in seguito allo sviluppo delle forze produttive del lavoro, diminuisce costantemente. La cosa può dunque spiegarsi soltanto col fatto che l’elemento principale dei mezzi di sussistenza – il cibo – sale costantemente in valore[6]. Ciò deriva (secondo Ricardo) “dal fatto che l’agricoltura diventa sempre meno produttiva […] La continua caduta del profitto è quindi legata al continuo aumento del saggio della rendita fondiaria”[7].

Ne segue che la spiegazione ricardiana della legge della diminuzione del saggio di profitto poggia su due presupposti: 1) la tesi malthusiana della fertilità decrescente dell’agricoltura, dell’inaridimento progressivo del suolo ad essa sottoposto, 2) la “falsa ipotesi che il saggio di profitto sia eguale al saggio del plusvalore relativo[8], e che esso non possa aumentare o diminuire che in ragione inversa al salario”[9].

Notoriamente, Marx respinge la soluzione ricardiana del problema. Non possiamo qui soffermarci sulle molteplici ragioni da lui adottate per smentirla[10]. In questa sede importa unicamente constatare che la sua errata teoria del profitto impedì a Ricardo di “spiegare uno dei fenomeni più impressionanti della moderna produzione, cioè la caduta tendenziale del saggio di profitto”[11]. “Siccome Ricardo […] confonde semplicemente plusvalore e profitto, e il plusvalore può diminuire costantemente, cioè tendenzialmente, solo se diminuisce il rapporto fra pluslavoro e lavoro necessario, il lavoro cioè richiesto per la riproduzione della capacità lavorativa, ma ciò è possibile solo se decresce la produttività del lavoro, lo stesso Ricardo allora suppone che la forza produttiva del lavoro, mentre nella industria aumenta con l’accumulazione del capitale, diminuisca nell’agricoltura. Dall’economia, egli si rifugia nella chimica organica”[12].

Ma come ha risolto Marx questa questione? Già nella I sezione del Rohentwurf, in riferimento ad uno degli esempi numerici coi quali egli cercava di illustrare la differenza fra saggio di profitto e saggio di plusvalore, Marx si chiede: “Ma non c’è qualcosa di esatto, da un altro punto di vista, in queste cifre?”. Il plusvalore non può “aumentare sebbene diminuisca in rapporto all’intero capitale, e dunque diminuisca il cosiddetto saggio di profitto?”[13]. E più innanzi: “Tutta la faccenda si risolve semplicemente così, che il saggio di profitto non ha in vista il plusvalore assoluto, ma il plusvalore in rapporto al capitale impiegato, e che l’aumento della produttività è accompagnato dalla diminuzione della parte di capitale che rappresenta la sussistenza, rispetto a quella che rappresenta il capitale invariabile”, cioè costante[14]; “e quindi, se diminuisce il rapporto tra il lavoro totale impiegato e il capitale […] diminuisce necessariamente anche la parte di lavoro che si presenta come pluslavoro e plusvalore”[15]. In altri termini, poiché il saggio di profitto non è affatto identico al saggio di plusvalore, la diminuzione del capitale variabile in rapporto al capitale costante causata dal continuo rivoluzionamento della tecnica di produzione, dall’incremento della produttività del lavoro, deve anche esprimersi in un saggio di profitto calante. (Conclusione che deriva, come Marx sottolinea in una lettera ad Engels del 30 aprile 1868, semplicemente dalla legge, sviluppata nell’analisi del processo di produzione, “dell’aumento crescente della parte costante del capitale in rapporto alla parte variabile”, dunque dalla composizione organica crescente del capitale[16]). “L’aumento della produttività del lavoro è sinonimo di a) aumento del plusvalore relativo, o del tempo di pluslavoro relativo che l’operaio cede al capitale, b) diminuzione del tempo di lavoro necessario alla riproduzione della forza lavoro, c) diminuzione della parte di capitale che in generale si scambia contro lavoro vivo, rispetto alle parti di esso che partecipano al processo di produzione come lavoro oggettivato e valore presupposto. Il saggio di profitto è perciò inversamente proporzionale all’aumento del plusvalore relativo o del plusvalore relativo, allo sviluppo delle forze produttive e alla grandezza del capitale impiegato nella produzione sotto forma di capitale costante”.[17] “Nel medesimo rapporto dunque in cui nel processo di produzione il capitale in quanto capitale occupa uno spazio maggiore in proporzione al lavoro immediato, quanto più cioè cresce il plusvalore relativo – ossia la forza creatrice di valore del capitale –, tanto più il saggio di profitto cade”.[18]

Certo, nella realtà, la caduta del saggio di profitto ha luogo solo “tendenzialmente, come tutte le leggi economiche”[19], e viene ostacolato da numerose “cause antagonistiche”. “Nel movimento sviluppato del capitale”, leggiamo nel Rohentwurf, “esistono fattori che arrestano questo stesso movimento”, cioè la caduta del saggio di profitto, “in modo diverso che con crisi. Così, per esempio, la continua svalorizzazione di una parte del capitale esistente; la trasformazione di una gran parte di capitale in capitale fisso che non funge da agente diretto della produzione; lo sperpero improduttivo di una parte notevole del capitale, ecc. […] La caduta” (del saggio di profitto) “viene anche frenata mediante creazione di nuovi rami di produzione nei quali occorre più lavoro immediato rispetto al capitale, o in cui la produttività del lavoro […] non è ancora sviluppata. (E anche attraverso i monopoli) […] Che inoltre la caduta del saggio di profitto possa essere arrestata eliminando le detrazioni sul profitto, per esempio mediante riduzione delle imposte, diminuzione della rendita fondiaria ecc., questa circostanza esula dall’attuale contesto malgrado la sua importanza pratica, giacché si tratta egualmente di porzioni di profitto sotto altro nome e fatte proprie da persone diverse dai capitalisti stessi”[20].

Un’analisi ulteriore mostrerebbe che i fattori ostacolanti la caduta del saggio di profitto, qui elencati a puro titolo di esempio, corrispondono quasi sempre, per il loro contenuto, a quelli riferiti nel Libro III del Capitale. Ma l’importante per noi è che Marx, in origine, considerasse l’esame di questi fattori come estraneo all’analisi del “capitale in generale”. Perciò nel successivo manoscritto delle Theorien si legge: “Il processo della caduta del saggio di profitto diventerebbe ben presto una faccenda seria per la produzione capitalistica se, accanto alla forza centripeta, non agissero tendenze paralizzanti – di cui tratteremo nel capitolo sulla concorrenza dei capitali – operanti continuamente in senso centrifugo”[21]. Solo nel Libro III del Capitale – in connessione al cambiamento di piano dell’opera – un capitolo particolare è dedicato a queste tendenze paralizzanti. (Cap. XIV: Cause antagonistiche). Ma anche qui non viene considerato un fattore importante quale la svalorizzazione del capitale in seguito a crisi, perché “un’ulteriore analisi delle crisi”, come Marx sottolinea ripetutamente nel Capitale[22] e nelle Teorie[23] “esorbita dalla nostra trattazione”.

Abbiamo visto che, in antitesi a Ricardo, il quale attribuiva la vera causa della caduta tendenziale del saggio di profitto alla natura[24], Marx sostiene che tale caduta può spiegarsi unicamente col fatto che, “sebbene l’operaio sia sfruttato di più o continui ad essere sfruttato allo stesso modo, diminuisce relativamente la parte di capitale che si scambia contro lavoro vivo”[25]. Il capitale, tuttavia, può – entro certi limiti – compensare la caduta del saggio di profitto con la massa crescente del profitto stesso. Come si legge nel Rohentwurf: “Il profitto lordo, [la massa del profitto] ossia il plusvalore considerato al di fuori della sua relazione formale, non come proporzione ma come semplice grandezza di valore senza rapporto a un’altra, crescerà in media non in ragione del saggio di profitto, ma in ragione della grandezza del capitale. Se dunque il saggio di profitto è inversamente proporzionale al valore del capitale, la massa (o somma) del profitto sarà direttamente proporzionale ad esso. Senonché anche questa proposizione è vera soltanto per un limitato grado di sviluppo della produttività del capitale o del lavoro. Un capitale di 100 con un profitto del 10% dà una massa di profitto inferiore che un capitale di 1000 con un profitto del 2%. Nel primo caso la somma è 10, nel secondo 20, ossia il profitto lordo del capitale più grande è due volte quello del capitale 10 volte più piccolo, benché il saggio di profitto del più piccolo sia 5 volte maggiore di quello del più grande. Ma se il profitto del capitale più grande fosse soltanto l’1%, allora la massa del profitto sarebbe 10 come per il capitale 10 volte più piccolo, perché il saggio di profitto è diminuito nella medesima proporzione della sua grandezza. Se il saggio di profitto, per il capitale di 1000, fosse soltanto ½%, allora la somma del profitto sarebbe soltanto la metà di quella del capitale più piccolo, soltanto 5, perché il saggio di profitto è 20 volte minore[26]. In termini generali, dunque: se il saggio di profitto per il capitale più grande diminuisce, ma non proporzionalmente alla sua grandezza, aumenta il profitto lordo [la massa del profitto], quantunque diminuisca il saggio di profitto. Se il saggio di profitto diminuisce proporzionalmente alla sua grandezza, allora il profitto lordo rimane lo stesso di quello del capitale più piccolo; rimane stazionario. Se il saggio di profitto diminuisce in proporzione superiore all’aumento della sua grandezza, allora il profitto lordo del capitale più grande, paragonato al più piccolo, diminuisce in misura pari alla diminuzione del saggio di profitto”.[27]

La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, osserva Marx a questo proposito, “è sotto ogni rispetto la legge più importante della moderna economia politica […], che, ad onta della sua semplicità, non è stata finora mai compresa e tanto meno espressa consapevolmente […] Dal punto di vista storico, è la legge più importante”[28]. Essa infatti dice che “la produttività materiale già esistente, già elaborata, esistente sotto forma di capitale fisso, e il potenziale scientifico, e la popolazione ecc., insomma tutte le condizioni della […] riproduzione della ricchezza, vale a dire del ricco sviluppo dell’individuo sociale –, che dunque lo sviluppo lo sviluppo delle forze produttive provocato dal capitale stesso nel suo sviluppo storico a un certo punto sopprime l’autovalorizzazione del capitale, invece di generarla[29]. Al di là di un certo punto, lo sviluppo delle forze produttive diventa un ostacolo per il capitale, ossia il rapporto capitalistico diventa un ostacolo per lo sviluppo delle forze produttive del lavoro. A questo punto, il capitale, ossia il lavoro salariato, si pone, rispetto allo sviluppo della ricchezza sociale e delle forze produttive, nello stesso rapporto del sistema corporativo, della servitù della gleba, della schiavitù, e viene, come ceppo al piede, necessariamente eliminato. L’ultima forma servile che l’attività umana assume, quella del lavoro salariato da una parte e del capitale dall’altra, subisce con ciò una muta radicale, e questa stessa muta è il risultato del modo di produzione corrispondente al capitale; le condizioni materiali e spirituali della negazione del lavoro salariato e del capitale, che a loro volta sono già la negazione di forme antecedenti di produzione sociale non libera, sono esse stesse risultati del processo di produzione capitalistico. Nelle contraddizioni, nelle crisi, nelle convulsioni acute, si esprime la crescente inadeguatezza dello sviluppo produttivo della società rispetto ai rapporti di produzione finora avuti. La violenta distruzione di capitale, non per circostanze esterne ad esso, ma come condizione della sua autoconservazione, è la forma più incisiva in cui si notifica il suo fallimento e la necessità di far posto ad uno stadio superiore della produzione sociale”[30].

Con questa prognosi “catastrofica”[31] termina sostanzialmente la III sezione del Rohentwurf.


[1]Ricardo, op. cit., pp. 66-7.

[2] Cfr. supra le pp. 148 sgg.

[3] K. Marx, Grundrisse, II, p. 464.

[4] “Perciò anche egli non tocca mai e neppure conosce le differenze della composizione organica entro il vero e proprio processo di produzione” (K. Marx, Teorie sul plusvalore, II, p. 93).

[5] Ricardo, op. cit., p. 174 (cfr. Teorie sul plusvalore, II, p. 492-3).

[6] Ricardo, op. cit., p. 66: “ […] La teoria che i profitti dipendono da alti o bassi salari, i salari dal prezzo dei mezzi di sussistenza necessari, e il prezzo di questi essenzialmente dal prezzo dei generi alimentari, perché tutti glia altri articoli richiesti possono essere aumentati quasi senza limiti” Cfr. anche ivi, p. 178: “Si può aggiungere che la sola causa adeguata e permanente dell’aumento dei salari è la difficoltà crescente di procurare cibo e generi necessari al numero crescente di lavoratori”.

[7] Teorie sul plusvalore, II, p. 467. “Alla caduta tendenziale del saggio di profitto corrisponde quindi per lui un aumento nominale del salario e una aumento reale della rendita fondiaria” (Grundrisse, II, p. 464. Cfr. anche ivi, p. 471).

[8] Marx parla qui del “plusvalore relativo”, perché Ricardo “suppone costante la giornata lavorativa” e quindi non considera che le variazioni nel plusvalore relativo (Teorie sul plusvalore, II, pp. 466-7).

[9] Ivi, p. 460.

[10] Il lettore le troverà non solo nei Grundrisse  (I, pp. 328, 395: II, pp. 201-4, 256-7, 463-8, e 470), ma anche nelle Teorie sul plusvalore (II, pp. 466-8, 492-3, 495-8, 597-602; III, pp. 116-7 e 373) e nel Kapital (Libro III, pp. 312-3).

[11] Grundrisse, II, p. 203.

[12] Ivi, II, p. 467.

[13] Ivi, I, pp. 388 e 389.

[14] Sulle iniziali oscillazioni del Rohentwurf in merito ai termini di capitale “costante” e “variabile”, cfr. più sopra, pp. 414-5.

[15] Grundrisse,, II, p. 203.

[16] K. Marx, Carteggio, vol. V, pp. 181-183.

[17] K. Marx, Grundrisse, II, p. 203.

[18] Ibidem, II, p. 458.

[19] K. Marx, Il Capitale, Libro II, p. 217. Cfr, ibid.: “In teoria si postula che le leggi del modo di produzione capitalistico si sviluppino senza interferenze. Nella vita reale v’è solo un’approssimazione, e questa è tanto maggiore quanto maggiore è il grado di sviluppo del modo di produzione capitalistico, e quanto più esso è riuscito a liberarsi da contaminazioni e interferenze con i residui di situazioni economiche anteriori”.

[20] K. Marx, Grundrisse, II, p. 462.

[21] K. Marx, Teorie sul plusvalore, III, p. 334.

[22] K. Marx, Il Capitale, Libro III, pp. 432-433 e 966-967.

[23] K. Marx, Teorie sul plusvalore, II, pp. 493 e 508-509.

[24] K. Marx, Il Capitale, Libro III, pp. 283-285.

[25] K. Marx, Teorie sul plusvalore, III, p. 260.

[26] Marx qui ripete in fondo l’argomento di Ricardo, anche citato nel Rohentwurf (II, pp. 470-471) e nel Kapital (III, pp. 262-263), dalle Works, pp. 68-69.

[27] K. Marx, Grundrisse, II, pp. 459-460.

[28] Cfr. Il Capitale, Libro III, p. 261, (“Il mistero a svelare il quale tutta l’economia politica si adopera dal tempo di Ricardo”), e la lettera ad Engels del 30-IV-1868 (“pons asini di tutta l’economia passata”, Carteggio, vol. V, p. 185).

[29] Poiché la caduta del saggio di profitto, si legge nello stesso passo del Rohentwurf, “è sinonimo di diminuzione relativa del lavoro immediato rispetto alla grandezza del lavoro oggettivato, che esso riproduce e crea nuovamente, il capitale farà tutti i tentativi possibili per arrestare la piccolezza del rapporto fra lavoro vivo e grandezza del capitale in generale, e quindi anche tra il plusvalore, quando viene espresso come profitto, e il capitale presupposto, riducendo la parte assegnata al lavoro necessario e espandendo ancor più la quantità di pluslavoro rispetto all’intero lavoro impiegato. Perciò il massimo sviluppo della produttività insieme alla massima espansione della ricchezza esistente coinciderà col deprezzamento del capitale, la degradazione del lavoratore e il più radicale esaurimento della sua forza vitale”. (Grundrisse, II, p. 462).

[30] K. Marx, Grundrisse, II, p. 461. Un passo parallelo in inglese [p. 462] dice: “Queste contraddizioni conducono naturalmente a esplosioni, cataclismi, crisi, in cui una momentanea sospensione di ogni lavoro e la distruzione di una gran parte di capitale lo riducono violentemente al punto in cui può tirare avanti […] senza commettere suicidio […] Ma queste catastrofi regolarmente ricorrenti conducono alla loro ripetizione su scala più alta, e infine al crollo violento del capitale”.

[NDR: Senza nulla togliere alla traduzione italiana del testo di Rosdolsky, ci sembra più aderente al brano originale di Marx, scritto in inglese, la seguente traduzione tratta dall’edizione dei Grundrisse della Manifestolibri (2012): “Queste contraddizioni conducono a esplosioni, cataclismi, crisi, in cui una momentanea sospensione del lavoro e la distruzione di una gran parte del capitale riconducono violentemente quest’ultimo al punto in cui può nuovamente procedere […] senza suicidarsi. Tuttavia queste catastrofi che ricorrono regolarmente, conducono alla loro ripetizione su scala più larga e, infine, al rovesciamento violento del capitale”. Nell’originale in inglese Marx scrive “violent overthrow”, rovesciamento violento, il che riteniamo più consono alla concezione marxista della catastrofe o crollo del capitalismo che si concretizza nella rivoluzione proletaria. Cfr. nota seguente].

[31] La tesi che Marx non abbia mai formulato una “teoria della catastrofe” è da ricondursi in primo luogo all’interpretazione in senso revisionistico della sua opera economica prima e dopo la Prima guerra mondiale. Sotto questo aspetto, non si apprezzeranno mai abbastanza i contributi teorici di Rosa Luxemburg e Henryk Grossmann.