CRISI, GUERRA E RIVOLUZIONE IN MARX, ENGELS E LENIN

Dalla postfazione al testo “Millenovecentoventi, la ‘marcia sulla Vistola’ e la rivoluzione alle porte dell’Europa

Nell’elaborazione marxista non esiste possibilità di rivoluzione proletaria senza una corrispondente crisi della formazione economico-sociale capitalistica. Non è possibile considerare unilateralmente, in un senso o nell’altro, il problema della crisi, separando metafisicamente la crisi economica da quella politica e militare.

Questo rende priva di senso qualsiasi disquisizione sulla possibilità o meno di una rivoluzione proletaria come eventuale risultato di una crisi bellica in assenza di crisi economica. Un simile modo di porre la questione significa separare nettamente il momento economico da quello politico, dimenticando che essi sono strettamente intrecciati in un legame che è il risultato di una determinazione non meccanica.

Una teoria della crisi rivoluzionaria che collochi le possibilità della dissoluzione della formazione economico-sociale capitalistica in una crisi bellica che non derivi da fondamenti essenzialmente economici è una sostituzione della causa con l’effetto che non ha nulla di dialettico, è una teoria sovrastrutturalista, una teoria del primato del politico sull’economico, una teoria non-marxista.

Nel 1846 Marx ed Engels scrivono

[La] contraddizione fra le forze produttive e la forma di relazioni, che […] si è già manifestata più volte nella storia fino ad oggi senza però comprometterne la base, dovette esplodere ogni volta in una rivoluzione, assumendo in pari tempo diverse forme accessorie, come totalità di collisioni, come collisioni di diverse classi, contraddizione della coscienza, lotta ideologica, ecc., lotta politica, ecc. Da un punto di vista limitato si può isolare una di queste forme accessorie e considerarla come la base di quelle rivoluzioni, ciò che è tanto più facile in quanto gli individui da cui procedevano le rivoluzioni si facevano essi stessi delle illusioni sulla loro propria attività, a seconda del loro grado di cultura e dello stadio dello sviluppo storico.[1]

Se si vuole dare alla politica e allo studio delle relazioni internazionali una base scientifica non ci si può accontentare del pigro riconoscimento che l’economico è il remoto fondamento del politico e che l’ineguale sviluppo economico crea frizioni fra Stati declinanti e Stati emergenti. Accontentarsi solo di questi ultimi presupposti potrebbe portare a credere che sia assolutamente legittimo definirsi marxisti anche adottando una scuola di pensiero realista borghese delle relazioni internazionali, significherebbe accontentarsi di un punto di vista limitato il quale isola le forme accessorie della lotta ideologica e politica considerandole la base delle rivoluzioni.

Se si afferma che tutto ciò che collega le cosiddette leggi proprie della politica all’economia è rappresentato solo da queste vaghe generalizzazioni, allora la dettagliata analisi dei meccanismi di funzionamento del capitalismo condotta da Marx ne Il Capitale risulta del tutto superflua per una scienza della politica, dal momento che la determinazione economica e l’ineguale sviluppo sono alla base delle relazioni tra popoli, nazioni e stati non solamente nel capitalismo ma anche in tutte le precedenti formazioni economico-sociali classiste. Si finisce per teorizzare una scienza della politica metastorica, valida per tutte le epoche, che non tiene in nessun conto le specificità con le quali la determinazione economica e l’ineguale sviluppo si manifestano nelle diverse epoche storiche e nei diversi modi di produzione.

Una simile scienza della politica si rivela particolarmente inefficace proprio nell’analisi della guerra, questa forma peculiare che assumono le relazioni internazionali. Le guerre esistono in tutti i regimi di classe, dai conflitti dell’antichità passando per quelli medioevali, ma sarebbe quantomeno superficiale pretendere di studiare le loro cause e le loro dinamiche nel corso della storia accontentandosi da un lato della constatazione – che assume quasi la forma di un rituale liturgico – che esse hanno una radice economica e che sono provocate dall’ineguale sviluppo, per poi dall’altro lato occuparsene esclusivamente con la lente d’ingrandimento di una scienza autonoma della politica, prescindendo dai meccanismi di funzionamento propri per esempio dei modi di produzione antico-orientale, schiavistico o feudale.

Una crisi della sovrastruttura politica o militare, nell’ambito di un determinato modo di produzione, è sempre il prodotto di dinamiche interne alla struttura fondamentale di quello stesso modo di produzione, per quanto questa determinazione possa essere celata in profondità, mediata da ideologie, tradizioni storiche, culture politiche. Negare questo rapporto di causalità significa negare il contributo specifico di Marx alla scienza della politica. Un contributo che àncora il momento politico ad una solida base, rendendo possibile lo studio della politica senza perdersi nei milioni di fatti che la costituiscono, e che possono apparire caotici e persino contraddittori senza un filo che li colleghi.

Nel suo studio sul capitalismo, Marx prende in esame un modello capitalistico puro, astraendo dalle innumerevoli circostanze concrete nelle quali il capitalismo si manifesta nella sua realtà storica. Nel suo modello astratto, Marx presuppone una società capitalistica isolata, o per meglio dire un’unica società capitalista mondiale, in cui non esista un “estero”, un commercio estero, e dove quindi non sono contemplate relazioni né economiche né politiche tra diversi stati. Ebbene Marx individua le cause fondamentali della dissoluzione del sistema capitalistico e della crisi rivoluzionaria all’interno del meccanismo stesso di funzionamento del capitale, nelle sue intime contraddizioni strutturali, astraendo completamente dalla sovrastruttura delle relazioni internazionali e da una rottura del loro equilibrio.

Per Marx

A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale.[2]

La crisi rivoluzionaria è crisi della formazione economico-sociale, è crisi determinata in ultima istanza dall’urto delle forze produttive sociali con i soprastanti rapporti di produzione; poiché il fine della produzione capitalistica, il suo tratto distintivo, non è la produzione di beni per soddisfare bisogni sociali ma la produzione di merci la cui vendita deve realizzare il plusvalore, se questo diventa insufficiente rispetto alla quantità di capitale investito la produzione perde scopo e si arresta. La raggiunta insufficienza di valorizzazione del capitale accumulato conduce alla sua svalutazione e distruzione attraverso crisi economiche, crisi di sovraccumulazione di capitale che non trova valorizzazione. Nelle fasi più avanzate del capitalismo, l’enorme massa del capitale accumulato diventa sempre più difficile da valorizzare e, quando si approssima la saturazione interna, ovvero quando la sovraccumulazione porta ad una insufficiente valorizzazione del capitale investito, manifestandosi con il calo o addirittura l’arresto della domanda interna di mezzi di produzione, diventa di vitale importanza l’esportazione del capitale produttivo in eccesso in aree del mercato mondiale nelle quali sia possibile investirlo ottenendo un plusvalore addizionale esterno, ristabilendo così i margini per la valorizzazione del capitale. In questo modo, il capitalismo, espandendosi, allontana la tendenza alla sua dissoluzione che si manifesta nelle crisi. Questa espansione diventa sempre più pressante e violenta nella misura in cui le dimensioni dell’accumulazione mondiale del capitale si avvicinano alla soglia limite dell’insufficiente valorizzazione e nella misura in cui il mercato mondiale esaurisce i suoi spazi. Volendo inquadrare il fenomeno dell’imperialismo, potremmo dire che esso non è altro che la concorrenza sul mercato mondiale – relativamente pacifica finché c’è spazio per l’esportazione di capitali in eccesso, violenta quando questi spazi sono prossimi ad esaurirsi – tra diversi stati capitalistici a un diverso stadio di sviluppo economico, determinata dal progredire dell’accumulazione del capitale.

La rottura dell’equilibrio delle potenze – se di equilibrio è possibile parlare –, la guerra mondiale imperialista, rappresenta l’estrema conseguenza della sovraccumulazione mondiale del capitale che porta alla sua crisi di valorizzazione. Nelle guerre mondiali l’apparato produttivo viene consumato improduttivamente con l’investimento nelle forniture militari o fisicamente distrutto. La distruzione rappresenta una svalorizzazione del capitale che riporta il livello dell’accumulazione ad un grado inferiore, creando nuovi spazi di espansione per una nuova accumulazione. Le distruzioni e le svalutazioni di guerra sono dunque una valvola di sfogo della crisi del capitalismo, per questo non è possibile separare in linea di principio le une dall’altra. La guerra mondiale imperialista, può manifestarsi prima, durante o dopo la generale crisi economica, può essere il modo di manifestarsi della crisi stessa, come si è verificato con la Prima guerra mondiale, o può rappresentare la soluzione della crisi, attraverso investimenti bellici e distruzioni colossali che creano nuovi margini di valorizzazione, come si è verificato con la Seconda guerra mondiale, scoppiata dieci anni dopo il manifestarsi della crisi nell’economia. La guerra mondiale è però in ogni caso sempre intimamente legata alle cause strutturali della crisi stessa, non è, in fondo, che una delle forme in cui si manifesta la crisi generale del modo di produzione.

Cos’altro provoca la rottura dell’ordine mondiale se non l’accumulazione del capitale? Il capitale è internazionale ma è diviso in varie frazioni mondiali che utilizzano le diverse forze statali come ariete per aprire la strada alla propria valorizzazione nel mercato mondiale. Un mercato mondiale in cui gli spazi di investimento sono di volta in volta determinati dal peso mutevole delle rispettive quote di capitale mondiale, da una precedente spartizione politica di questi spazi che riflette, più o meno direttamente, il precedente peso di queste quote. La guerra è una delle manifestazioni della sovraccumulazione mondiale di capitale arrivata al punto critico, senza dubbio la più dirompente.

Ma è solo nella forma di una guerra mondiale che la crisi della formazione economico-sociale capitalistica crea dei varchi per una crisi rivoluzionaria? A questo proposito è interessante notare quelli che Lenin, nel cercare di stabilire con l’aiuto del metodo marxista le caratteristiche della crisi rivoluzionaria, elenca come i “tre sintomi del capovolgimento”:

1.         le classi dominanti non riescono più a conservare il loro potere senza modificarne la forma; una crisi negli “strati superiori”, una crisi nel sistema politico della classe dominante, che apre una fessura nella quale si incuneano il malcontento e l’indignazione delle classi oppresse. Per lo scoppio della rivoluzione non basta ordinariamente che “gli strati inferiori non vogliano più” continuare a vivere come prima, ma occorre anche che “gli strati superiori non possano più” vivere come per il passato;

2.         un aggravamento, maggiore del solito, dell’oppressione e della miseria delle classi oppresse;

3.         in forza delle cause suddette, un rilevante aumento dell’attività delle masse, le quali in un periodo “pacifico” si lasciano depredare tranquillamente, ma in periodi burrascosi sono spinte, sia da tutto l’insieme della crisi, che dagli stessi “strati superiori”, ad un’azione storica indipendente.[3]

Vediamo quindi che più che una crisi bellica senza crisi economica, è semmai più plausibile il caso, storicamente riscontrabile, di una crisi economica che produca i tre sintomi elencati da Lenin senza che debba manifestarsi necessariamente in una crisi bellica.

Certamente oltre alle crisi generali del capitalismo, esiste la possibilità di crisi parziali, di increspature della sovrastruttura che riflettono in misura amplificata le loro cause profonde, strutturali, così come gli edifici costruiti su un determinato terreno e con una determinata solidità possono oscillare amplificando le scosse telluriche del sottosuolo. Ma l’esistenza di queste crisi parziali, mediate, non permette di separarle in linea di principio dalla struttura sottostante, di considerarle obbedienti a leggi proprie, distinte, pena il privarsi della stessa possibilità di studiare queste crisi, di riconoscerne natura e dimensioni, pena il ricadere in una concezione prescientifica e fondamentalmente empirica della politica che si riduce ad una mera casistica.

Anche le crisi parziali, le increspature della sovrastruttura che si sono manifestate fra una crisi generale e l’altra nel corso del XIX secolo sono state studiate da Marx ed Engels, e la comprensione della loro natura e dimensione ha permesso loro di impostare correttamente l’attitudine del partito rivoluzionario nei confronti di queste crisi. La valutazione di Marx ed Engels è sempre stata che simili crisi parziali, con il loro corollario di guerre dalle dimensioni relativamente ridotte, avrebbero potuto fornire spazi sufficienti a delle rivoluzioni democratico-borghesi o nazionali in quanto avrebbero potuto scuotere le compagini statali dei belligeranti, pur senza coinvolgere le grandi masse, né modificarne sostanzialmente le condizioni di vita; fattore quest’ultimo fondamentale per stabilire la natura di una generale crisi capitalistica.

D’altro canto, la possibilità che le increspature della sovrastruttura, causate da minimi movimenti tellurici della struttura, potessero retroagire in misura importante sulle fondamenta stesse della formazione economico-sociale, trascinandole in una vera e propria crisi che aggravasse l’angustia e la miseria delle classi oppresse e le spingesse all’azione – come si è verificato con la Comune di Parigi in seguito alla guerra franco-prussiana –, non è mai stata negata. Ma ciò non costituisce un disconoscimento della determinazione causale, semmai ne evidenzia la natura fondamentalmente dialettica. Abbiamo parlato di “scosse telluriche”, e per rimanere in ambito geologico possiamo illustrare questa dinamica con le esplosioni idromagmatiche dei vulcani, nelle quali il magma o le rocce da esso riscaldate vengono a contatto con dell’acqua soprastante, vaporizzandola e aumentandone rapidamente il volume fino a farle raggiungere una pressione tale da provocare un’esplosione che frantuma le rocce. Quindi, anche se è l’acqua a causare l’esplosione, è però il movimento del magma a determinare tutto il processo.

Se ci si pone come obiettivo storico il superamento dell’attuale sistema sociale è necessario comprendere le dinamiche strutturali e sovrastrutturali del capitalismo nella loro intima connessione. Per una corretta analisi delle relazioni internazionali, che permetta al proletariato di impostare una valida strategia politica rivoluzionaria, è essenziale indagare con quotidiana costanza e precisione   i ritmi e le dimensioni dell’accumulazione mondiale del capitale, cogliendo i minimi segnali delle periodiche difficoltà nella valorizzazione e i loro riflessi nelle sovrastrutture politiche, nazionali e internazionali.

Ciò non significa confinarsi in un’analisi puramente economica della crisi del capitalismo, che la consideri il limite matematico della sua esistenza che pone automaticamente all’ordine del giorno il suo superamento, in una teoria meccanicista del crollo. Come scrive Paul Mattick,

nella costruzione marxiana il capitale deve necessariamente andare in rovina nelle sue contraddizioni e poiché la storia da sé non fa nulla, ma è fatta dagli uomini, se ne rileva senz’altro che il limite storico del capitale risiede nella rivoluzione proletaria. Viceversa però questo sconvolgimento presuppone la disgregazione capitalistica. Se attraverso la sua accumulazione il capitale si crea i propri becchini, allora la sua fine ultima si trova nel processo dell’accumulazione, per cui si può a ragione parlare della teoria dell’accumulazione come teoria del crollo, senza con questo darsi anima e corpo ad una teoria “puramente economica” o “automatica” del crollo. […] In linea di principio nel capitalismo sviluppato ogni grande crisi può divenire la crisi finale. Se non lo diviene, allora essa rimane il presupposto di un’ulteriore accumulazione.[4]

Sicuramente l’analisi dei ritmi di accumulazione mondiale del capitale non esaurisce il problema, ma d’altra parte un’analisi socio-politica che prescindesse da tali dinamiche sarebbe condannata all’inconsistenza.

Continua…


[1] Marx ed Engels, L’ideologia tedesca, 1846.

[2] Marx K., introduzione a Per la critica dell’economia politica, 1859.

[3] Lenin, Il fallimento della Seconda Internazionale, maggio-giugno 1915, Opere complete, Editori Riuniti, vol. 21.

[4] Mattick P., Crisi e teorie della crisi, Dedalo, Bari, 1979.

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