I “VISIBILI” IPOCRITI

Dopo circa un mese dalla pubblicazione online del nostro articolo su “Lotta comunista: Soccorso rosso o solidarismo interclassista?” il numero di maggio 2020 di Lotta comunista ha pubblicato un articolo in doppia pagina dall’altisonante titolo “I compiti dei leninisti nella crisi della pandemia secolare”.

È interessante soffermarsi su questo “bollettino della vittoria” dai toni magniloquenti, che esalta una “battaglia negli strati profondi del proletariato” combattuta da Lotta comunista… “su e giù per le scale”.

L’articolo inizia col ribadire la grossolana affermazione che la pandemia globale di Covid-19 sia una “catastrofe naturale”, assolvendo di fatto un modo di produzione che alterando e mescolando senza criterio habitat selvatici e conglomerati umani, insalubri e sovraffollati, è causa neanche troppo profonda della catastrofe attuale. Se poi il virus fosse sfuggito alle maglie di contenimento di qualche laboratorio, in un sistema sociale nel quale la sicurezza è sempre e comunque un costo e non una priorità, parlare di “cause ultime” che “rimangono fuori dalla possibilità d’intervento della specie umana” suonerebbe fatalistico nella migliore ipotesi, in ogni caso imbarazzante per un marxista.

Proseguendo nella lettura troviamo l’osservazione del fatto che “la pandemia ha oggettivamente un effetto divisivo sulle stratificazioni salariali” e che

“sono i lavoratori della sanità a essere i più esposti al rischio e a pagare un tributo pesantissimo. E poi, sono assai esposti i salariati della grande distribuzione, della logistica, dei trasporti, e ancora operai e tecnici della manifattura, comparti del pubblico impiego. Ci sono poi i tanti impiegati messi a casa in telelavoro. Situazioni diversificate, assieme alle quali occorre avere sempre presente i lavoratori irregolari senza contratto e senza protezione alcuna, in balia dei marosi provocati dalla pandemia”.

Da questa giusta osservazione – che tra l’altro non richiede l’acutezza di “scienziati della politica”, come amano definirsi i redattori di Lotta comunista – deriva però una conclusione che potremmo definire…bizzarra. Nel numero di aprile di Lotta comunista leggiamo infatti, in ultima pagina, che

“La divisione dei salariati, tra chi è esposto e chi è in una certa misura protetto, è un dato che ha una sua base oggettiva. Ciò che è discutibile, dal punto di vista sindacale, è di essersi concentrati a lungo solo sulla chiusura delle aziende. Forse si poteva fare di meglio: un energico impegno a far rispettare le norme di sicurezza sanitaria in tutti i luoghi di lavoro, riservandosi una risposta in caso di mancata osservanza.”

Abbiamo parlato di conclusione bizzarra, forse siamo stati troppo gentili. Meno di due mesi fa, abbiamo assistito alla crescita esponenziale della curva dei contagi e dei decessi nelle regioni maggiormente industrializzate del nostro paese. Quelle aree nelle quali il padronato, dal più piccolo livello locale fino a quello regionale, ha premuto costantemente, prepotentemente e in fin dei conti con successo per il mantenimento in funzione della produzione e in cui la mancata osservanza delle norme di sicurezza sanitaria più che un “caso” era appunto la “norma”. Mentre infatti per settimane la sicurezza dei lavoratori nel processo produttivo non era minimamente garantita, erano prontamente messe in esecuzione le disposizioni di legge atte a prevenire e reprimere tutti quegli “assembramenti” che preludessero ad assemblee sindacali che avessero all’ordine del giorno proprio la battaglia per la sicurezza sul lavoro.

Secondo i brillanti strateghi di Lotta comunista – che, è bene ricordarlo, hanno incarichi di responsabilità in quella stessa CGIL che ha siglato insieme a Confindustria e Governo diversi protocolli di “sicurezza”, che hanno “assicurato” esclusivamente i dividendi del padronato – è “discutibile” essersi concentrati a lungo solo sulla chiusura delle aziende. Certamente questo non è un “rimprovero” che si può muovere alla CGIL, quanto piuttosto a quelle organizzazioni sindacali di base che, mentre Lotta comunista si arrovellava per uscire dall’impasse delle restrizioni alla libertà di commercio, si sono battute con abnegazione e tenacia per salvaguardare l’incolumità fisica e salariale dei lavoratori dei settori produttivi.

Se sono state adottate, e nella misura in cui sono state adottate, delle norme di sicurezza sanitaria e di prevenzione sul posto di lavoro, quantomeno nei settori essenziali, lo si deve non alle dichiarazioni di “riservarsi una risposta”, ma in seguito alla rivendicazione “concreta” della chiusura totale, sostenuta dal vero “impegno energico” profuso da migliaia di lavoratori nell’organizzare la “risposta” per eccellenza della classe operaia, l’unica arma capace di imporre concessioni alla classe dominante: lo sciopero.

Senza la rivendicazione della chiusura di tutte le aziende, escluse quelle dei settori essenziali, e senza la battaglia concreta, fatta di scioperi e picchettaggi, la classe dominante non sarebbe stata costretta a salvare il salvabile (dei suoi profitti), e quelle misure di sicurezza – il cui rispetto doveva essere, per Lotta comunista, la parola d’ordine unificante dei lavoratori – non sarebbero state adottate neanche in misura parziale, aumentando drammaticamente il già troppo alto bilancio di vittime operaie della pandemia.

Ora, checché ne possa dire Renato Pastorino quando “decide” e “decreta” con solipsistica convinzione che

“L’unificazione dei lavoratori salariati può avvenire solo nella prospettiva strategica della nostra [sic!] battaglia internazionalista”

se di rivendicazione unificante si può parlare, in un momento in cui la stessa esistenza dei lavoratori era in immediato e incalzante pericolo, essa non poteva essere altra che quella della chiusura totale dei settori non essenziali, uniformando la condizione del proletariato strettamente inteso a quella dei salariati che erano già a casa, seppure in regime di telelavoro, e garantendo da subito la massima sicurezza possibile nei settori essenziali.

Ovviamente anche l’ultimo protocollo per la sicurezza sul lavoro e la codificazione dei settori essenziali si sono rivelati estremamente carenti e capziosi, ma senza la pressione delle agitazioni operaie, mentre le strutture sanitarie non erano in grado di affrontare la simultaneità di un gran numero di contagi, e il conseguente lockdown, le imprese non avrebbero certo mostrato sollecitudine nell’iniziare a sanificare impianti e stabilimenti e nello stabilire protocolli di sicurezza con lo scontato obiettivo di rendere più prossima la riapertura.

Tornando all’articolo di maggio rileviamo l’affermazione secondo la quale

“I lavoratori leninisti sono stati ovunque alla testa di queste azioni di lotta, per un lavoro in sicurezza contro la pandemia”

A quanto ci consta, e a quanto consta a tutte quelle organizzazioni sindacali di base che si sono battute realmente per la sicurezza contro la pandemia, una tra tutte il si.cobas, alla testa di queste azioni di “lavoratori leninisti” non se ne son visti, se per “leninisti” si intendono i dirigenti opportunisti di Lotta comunista. Erano sicuramente impegnati a fare dell’altro. Che cosa? A vendere il loro giornale con la scusa del “soccorso operaio”.

È vero che

“nessuna condizione oggettiva, per quanto difficile, può far “stare a casa” un partito rivoluzionario”.

Purtroppo, nella crisi attuale non ci sono “partiti rivoluzionari”, né “a casa” ne altrove. In compenso però “nelle case” c’è Lotta comunista. Non nelle fabbriche, non nei magazzini, né negli ospedali… ma appunto “nelle case”. Perché è

“essenziale [sic!] in questi momenti non far mancare tra le masse il nostro punto di vista. E il nostro giornale [a pagamento], magari accompagnato da una bottiglia di latte [a pagamento] o da una scatola di medicinali [sempre a pagamento], è arrivato in tutti i quartieri operai delle grandi città, italiane e non solo.”

Ecco, dunque è questa la “battaglia negli strati profondi del proletariato per l’unità di classe” condotta da Lotta comunista.

Ovviamente

“Far mancare una voce internazionalista tra le masse avrebbe significato lasciare inevitabilmente spazio agli appelli pelosi all’unità e alla concordia nazionale, e a un europeismo imperialista che sta gonfiando i muscoli nel mito ideologico dell’Europa che protegge.”

Constatiamo amaramente che purtroppo una voce autenticamente internazionalista è ciò che è effettivamente mancato, non diciamo tra le masse, ma anche “soltanto” laddove la nostra classe lavora e lotta per il miglioramento delle sue condizioni di vita quando non addirittura per la salvaguardia della vita stessa. E in effetti l’unica voce a cui ha dato fiato Lotta comunista è stata proprio il venticello mefitico del “non aderire nè sabotare” e del “quando la casa brucia va spento il fuoco e non serve discutere e perdere tempo” [cit.]. Ci sembra che, più che pelosa, questa rinuncia a qualsiasi contrapposizione con il comitato d’affari della borghesia abbia setole da “concordia nazionale” spesse un dito…

Al contrario di quanto scrive il professor Renato Pastorino infatti, l’attivismo interclassista di Lotta comunista, presentato con immagini che sembrano un plagio delle melense pagine del Libro Cuore di De Amicis, e celebrato con malcelato affetto dalla stampa borghese, ha rappresentato la ciliegina sulla torta di quel clima di union sacrée nazionalpopolare che ha ammorbato l’aria in questi mesi.

E a certificare la piena adesione a questo clima, coronato infine dalla collaborazione dei circoli di LC con le istituzioni locali, ci sono i timbri degli uffici comunali stampigliati sui pacchi alimentari affidati per la distribuzione agli attivisti del “partito rivoluzionario”. Pacchi la cui destinazione è decisa dalle municipalità e che ben difficilmente sfugge a criteri che siano più “politici” che di classe.

Quanto al mito dell’Europa che protegge a cui non bisogna lasciare spazio, forse Renato Pastorino si riferisce a quelle ideologie dell’europeismo imperialista che 15 anni fa egli stesso annunciava con mirabile chiaroveggenza che si sarebbero diffuse “senza resistenze” e addirittura “con prepotenza” tra le masse.

Quelle stesse ideologie che se i “deretani di piombo” di Lotta comunista sentissero l’aria che tira fuori dai loro circoli, si accorgerebbero essere appannaggio non già delle masse, nella percezione delle quali l’Europa è tutt’altro che “benigna”, ma tuttalpiù di qualche intellettuale e studente.

Quelle stesse ideologie che, per Lotta comunista, andrebbero combattute – malgrado siano pressoché inesistenti – nel proletariato europeo, ma che però, come scriveva sempre Renato Pastorino nell’ottobre 2015, al tempo stesso non vanno contrastate nei migranti e nei rifugiati, che arrivano in Europa

“con in testa tutte le illusioni del “sogno europeo”. Non tocca certo a noi risvegliarli da quel sogno: se ne incaricheranno la lotta di classe e le crescenti contraddizioni e crisi dell’imperialismo.”

E ci mancherebbe… ci troviamo certamente di fronte ad un brillante arricchimento del principio leninista della coscienza  che… “non tocca a noi portare dall’esterno”.

Proseguendo nella lettura dell’articolo, dopo il panegirico autocelebrativo sul faro di “umanità” costituito dall’iniziativa pseudo-solidale di LC, troviamo notevolmente divertente la frase:

“Stupisce il clamore mediatico: per noi si è trattato di semplici gesti di una solidarietà di classe…”

Siamo sinceramente stupiti di tanto stupore!

Soprattutto alla luce delle numerosissime interviste rilasciate per settimane ai maggiori quotidiani nazionali, corredate da impeccabili e accattivanti servizi fotografici, che rendono questi toni ingenui da “vispa Teresa” decisamente poco credibili… almeno quanto il fatto che il battage pubblicitario non sia stato accuratamente pianificato e concordato, o che predisponendo simili iniziative non si abbia consapevolezza della simpatia che riscuotono presso la classe dominante.

La “vispa Teresa” di LC si lascia poi andare a quella che nelle intenzioni dovrebbe essere una frecciatina velenosa…

“non abbiamo incontrato altri partiti su e giù per le scale, e purtroppo neppure esponenti dei sindacati…”

Il che non è del tutto vero, dal momento che probabilmente quei sindacalisti della CGIL che non erano impegnati a non impegnarsi per difendere i lavoratori erano i membri di LC impegnati a vendere il loro giornale infilato in una copia di “famiglia cristiana” da portare a qualche pensionato che ne aveva fatto richiesta.

Quanto ai militanti dei sindacati di base erano sicuramente troppo impegnati in scioperi, picchetti e vertenze per “alzare lo sguardo sul mondo” e per “studiarlo” da quella posizione privilegiata che tanto piace a Lotta comunista e a cui si accede dai…pianerottoli.

Mentre Lotta comunista svolgeva la sua “attività rivoluzionaria”

“nel pieno rispetto delle prescrizioni igienico-sanitarie”

e senza “fermarsi un attimo”, i lavoratori del si.cobas, come Issa Mohamed, operaio di 54 anni, e Christian Ramirez, facchino di 40, morivano intubati.

Mentre Lotta comunista operava nel compiaciuto rispetto di quella stessa legalità che falcidiava i lavoratori del si.cobas, a cui rinnoviamo la nostra piena solidarietà, schiere di membri delle “forze dell’ordine” si preoccupavano di sgomberare i picchetti operai organizzati per protestare contro i licenziamenti e per reclamare la sicurezza sul posto di lavoro, sull’osservanza della quale le preoccupazioni erano invece totalmente assenti.

Nell’articolo di maggio non manca poi il saluto commosso e ruffiano fatto ai soli che hanno accompagnato LC nella loro missione pressappoco solidale. In effetti sulle scale c’erano

“solo elementi di una parte delle associazioni cattoliche e le associazioni organizzate dalla protezione civile”

Che dire di più?

Dopo il nostro precedente articolo sulla solidarietà “così così” di LC siamo stati rimproverati da un suo zelante “avvocato d’ufficio”, che ci ha accusati di dire il falso quando abbiamo denunciato l’operazione di equiparazione di questa bassa manovra di sopravvivenza commerciale al “Soccorso rosso”. La dimostrazione sarebbe nell’uscita, un mese dopo il nostro, dell’articolo che abbiamo appena esaminato, al quale si affianca un riquadro con la storia del “Soccorso operaio internazionale”, da non confondersi con il Soccorso rosso. Peccato che nel nostro articolo, tra l’altro anticipando quasi tutti i contenuti dell’accenno storico di LC al SOI, precisavamo che se l’analogia col Soccorso rosso era sorniona, quella col SOI lo era altrettanto se non di più. Se non altro perché se è vero che, come per Marx, ogni comunista fa proprio il motto humani nihil a me alienum puto (nulla di ciò che è umano mi è estraneo), lo stesso non può dirsi per crescit amor nummi, quantum ipsa pecunia crescit (l’amore per il denaro cresce quanto più cresce il denaro).

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