AMERICA IN FIAMME

Anche se in proporzioni variabili, ogni situazione concreta presenta delle difficoltà e delle opportunità, svantaggi e possibilità che bisogna essere in grado di fronteggiare o cogliere. La classe dominata, il proletariato, assai di rado può scegliere il campo di battaglia sul quale portare avanti la sua lotta, ma può e deve saper massimizzare i vantaggi e tenere in debito conto le avversità delle condizioni oggettive.

La classe dominante ha il vantaggio della posizione sociale, consolidata nel tempo, e del peso della sua ideologia, veicolata quotidianamente nelle menti della classe oppressa fino ad assumere la forma dell’abito mentale, del dato di fatto primordiale, assodato, immutabile.

Ma il dominio borghese riposa su fondamenta magmatiche, sullo sfruttamento di classe e sulla lotta che questo sfruttamento necessariamente produce, e nessuna crosta ideologica, per quanto consolidata e apparentemente stabile possa apparire, è immune da scosse, a volte anche molto potenti, scatenate da quelle forze che seppure in quiescenza, sono sempre attive.

Così, lo svantaggio di un mondo in cui il singolo individuo è sempre più controllato, vigilato, sorvegliato, “targettizzato”, può trasformarsi nel vantaggio di una capacità di raccolta e diffusione di informazioni ed immagini in tempo quasi reale, ad estensione planetaria.

La violenza poliziesca negli Stati Uniti non è certamente cosa nuova, ma le immagini dell’arrogante indifferenza con la quale George Floyd è stato assassinato dalla sbirraglia di Minneapolis hanno indiscutibilmente un peso, nel colpire l’emotività, maggiore di mille descrizioni, per quanto vivide possano essere.

Se è vero che la nostra classe subisce il peso repressivo del controllo tecnologico è vero anche che le ripugnanti manifestazioni del dominio di classe non possono essere più nascoste o distorte come in passato.

L’importanza delle immagini non deve essere sottovalutata da chi si pone nel campo della lotta contro il sistema capitalistico e i suoi apparati difensivi. Le stesse classi dominanti, nei loro scontri interni e internazionali, ne subiscono il contraccolpo nel perseguimento delle proprie logiche di potenza. Ne è un esempio la guerra del Vietnam, dove più che l’esercito fu l’opinione pubblica americana ad essere profondamente scossa dalle immagini dei soldati che tornavano in patria a decine di migliaia in bare avvolte dalla bandiera nazionale.

È un fatto che oggi, negli Stati Uniti, dopo centinaia di episodi simili a quello che ha visto vittima George Floyd e dopo decine di immagini riprese con un semplice smartphone, la crosta ideologica del “poliziotto servitore della cittadinanza” – dell’“eroe positivo”, a volte tormentato, magari anche “borderline”, ma sempre in lotta contro il crimine e spesso persino vittima di vincoli burocratici che ostacolano la sua “sete di giustizia” –, questa immagine distorta, costruita in decenni e decenni di bombardamento ideologico, tramite saggi, romanzi, film e serie televisive, rivela tutta la sua artificialità. Stando all’ampia partecipazione alle dimostrazioni e se è vero che come indica un sondaggio di Monmouth il 78% degli statunitensi ritiene giustificate le proteste, il paradigma del poliziotto buono è in crisi. Nulla di male, dal nostro punto di vista. Può rappresentare un primo passo verso la comprensione del carattere classista dello stato borghese, strumento di dominio piuttosto che rappresentante degli interessi collettivi.

L’ennesima vittima afroamericana della prepotenza omicida delle “forze dell’ordine” è venuta a collocarsi in un contesto di acutizzazione delle difficoltà in cui versa la classe operaia americana. Ad esasperare il quadro ben noto del razzismo endemico negli Usa, e in particolare nei ranghi delle polizie statali, c’è stata la pandemia di Covid-19, la sua maggiore incidenza sugli strati proletari e sottoproletari della popolazione e quindi il suo maggiore impatto (in proporzione) sulla minoranza nera,  il lockdown, il calo della domanda di beni di consumo con conseguente calo della produzione, la disoccupazione a livelli record.

Senza infingimenti, ci auguriamo che alle difficoltà che le contraddizioni del capitalismo scaricano immancabilmente sulle spalle del proletariato americano – nero, bianco, latino e asiatico – segua un’acutizzazione della sua lotta di classe, con gli strumenti che le sono propri.

Per ora osserviamo con partecipazione le energiche manifestazioni degli sfruttati, neri e bianchi, contro i luoghi e contro i simboli del potere borghese che sembrano aver perso la loro “sacralità”; gli incendi e le occupazioni di distretti di polizia, e anche l’abbattimento di monumenti rappresentativi della natura classista e razzista dello stato americano e della tradizione della sua classe dominante, atti che nessuna considerazione di tipo “storico” o “artistico” ci impedisce di giustificare.

Non ci sentiamo neanche di condannare gli episodi di saccheggio e le devastazioni di istituzioni commerciali, come banchi dei pegni o grandi magazzini, che per il proletariato hanno assunto il valore di templi dello sfruttamento nei quali la subalternità economica e sociale viene sbattuta in pieno volto. In primo luogo perché ogni movimento di massa smuove anche gli strati più arretrati della società, in secondo luogo perché nel complesso si tratta certamente di sane manifestazioni di collera di classe, che possono essere condannate solo da chi si pone dal lato borghese della barricata.

Non siamo di quelli che pretendono di insegnare alcunché agli altri, soprattutto dall’altro capo del mondo e magari da dietro una scrivania in un comodo ufficetto. Ci limitiamo ad auspicare che l’attuale movimento americano possa esprimere delle punte di consapevolezza classista permanenti, che sappiano sopravvivere al probabile riflusso che seguirà e che, anche innestandosi sulla base di rivendicazioni immediate – come quella di tagliare i finanziamenti pubblici alle ipertrofiche e superarmate polizie statali e di cacciare fuori dalle confederazioni sindacali dei lavoratori le unions dei cops – si pongano obiettivi politici più avanzati. Obiettivi che mettano all’ordine del giorno la natura di classe, non riformabile, dello stato borghese, e che non si lascino narcotizzare e incanalare dagli appelli all’unità “sotto la stessa bandiera” della borghesia liberaldemocratica americana, bianca ma anche nera.

Al proletariato americano, in tutte le sue componenti etniche, va la nostra piena solidarietà internazionalista, e riteniamo che il miglior modo di manifestare nel concreto questa solidarietà – qui e adesso, in Italia e in Europa – sia l’impegno a fianco di quelle realtà che stanno conducendo una battaglia realmente di classe e realmente internazionalista affinché il peso dell’attuale crisi non ricada sul proletariato, che stanno unificando nelle lotte i lavoratori autoctoni e i lavoratori immigrati, e che stanno subendo la dura reazione dello stato borghese e dei suoi apparati repressivi, giudiziari e polizieschi.

Apparati polizieschi sempre solleciti nel distribuire a piene mani colpi ai membri della nostra classe in lotta e che in Italia, è bene ricordarlo – caso unico in Europa – sono privi di qualsiasi identificativo individuale, rendendo in questo modo ancora più evidente il carattere istituzionale della violenza di stato di una borghesia che, salvo casi eccezionali, ritiene superfluo anche soltanto fare mostra di sanzionare legalmente eccessi che ben difficilmente possono essere caratterizzati come individuali.

Circolo internazionalista Francesco Misiano

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...