LA GUERRA IMPERIALISTA

Dalla postfazione al testo “Millenovecentoventi, la ‘marcia sulla Vistola’ e la rivoluzione alle porte dell’Europa

Anche per Lenin nel 1871 sostanzialmente finisce in Europa il periodo delle guerre progressive del capitalismo e si apre la fase imperialista.

Nello stadio imperialista del capitalismo, intravisto da Marx ed Engels e descritto analiticamente da Lenin agli inizi del XX secolo, la borghesia non smette di sviluppare le forze produttive in generale, ma questa crescita delle forze produttive non aggiunge più nulla alla possibilità del superamento delle contraddizioni del capitalismo, moltiplicandone anzi le dimensioni e la distruttività. Il capitalismo giunto alla sua fase imperialista, determinata dalla sovraccumulazione di capitale e dall’esigenza della sua valorizzazione, da progressivo è dunque divenuto reazionario. Questo non esclude però, per il rivoluzionario russo, che rimangano questioni nazionali irrisolte negli altri continenti e nella stessa Europa (per esempio in Irlanda e in Polonia), dove però la loro importanza diviene marginale rispetto al quadro complessivo.

La guerra tra gli stati capitalistici sviluppati ha assunto il carattere di una lotta violenta per il possesso di sfere di influenza per l’esportazione di capitali in eccesso e di merci, provocando nuove e più feroci oppressioni nazionali. Nella valutazione marxista di Lenin la guerra tra stati imperialisti è reazionaria su tutti i fronti, e come tale va combattuta dai socialisti rivoluzionari.

Nel 1905, dopo la caduta di Port-Arthur nel corso della guerra russo-giapponese, Lenin prende apertamente posizione per la sconfitta della Russia zarista, baluardo della reazione sia in Europa, dove è all’ordine del giorno la rivoluzione proletaria, sia in Asia, dove l’emergente borghesia nipponica conduce una serie di “guerre giacobine” progressive:

Il proletariato ha motivo di rallegrarsi. La catastrofica disfatta del nostro peggiore nemico non significa soltanto che la libertà russa si è avvicinata: essa è anche presagio di una nuova sollevazione rivoluzionaria del proletariato europeo… L’Asia progressiva, avanzata, ha inferto un irreparabile colpo all’Europa arretrata e reazionaria[1].

La scelta del disfattismo per Lenin è strettamente collegata all’analisi della natura della guerra in corso, del livello di sviluppo storico delle forze belligeranti e delle possibilità di sbocco che il conflitto offre al movimento operaio internazionale. Si trattava di approfittare della debolezza dell’autocrazia zarista, sconfitta in una guerra reazionaria contro una borghesia progressiva, per rovesciare il principale ostacolo alla rivoluzione proletaria in Europa e alla modernizzazione della stessa Russia.

Una delle importanti conseguenze sociali dell’imperialismo è che l’estorsione di plusvalore addizionale, proveniente dal capitale investito nelle aree del mondo in cui trova un più cospicuo margine di valorizzazione, rende disponibile una massa di sovraprofitto, una parte della quale può essere impiegata per corrompere vasti strati della classe operaia dei paesi capitalisticamente maturi. In questi paesi l’aristocrazia operaia, o più in generale gli strati proletari privilegiati, tendono a maturare un interesse diretto al mantenimento di uno status quo che garantisce loro un tenore di vita superiore. La difesa di questo interesse si manifesta politicamente con la trasformazione di partiti e organizzazioni operaie in partiti e organizzazioni opportuniste, pronte a vincolare il proletariato alle esigenze dei vari comparti nazionali della borghesia, anche e soprattutto in caso di guerra.

Per i socialsciovinisti delle più diverse sfumature questo implica una tregua interna con lo stato della borghesia del proprio paese, ovvero la rinuncia o la “sospensione” della lotta di classe in tempo di guerra, accompagnata dall’approvazione dei crediti di guerra e dal sostegno più o meno attivo alla mobilitazione, quando non da un’aperta approvazione della politica annessionista.

L’ovvia giustificazione della propria adesione alla guerra da parte dei partiti socialsciovinisti e della loro “sospensione” della lotta di classe è il ricorso all’argomento – di stampo liberal-borghese – del dovere della “difesa” della nazione da un’”aggressione” straniera.

Per il marxismo la distinzione tra guerre aggressive e offensive non riveste un’importanza tale da determinare, solo in base a questi criteri, l’atteggiamento socialista nei confronti delle guerre. Aggressione e difesa sono concetti assolutamente interscambiabili da un punto di vista militare. Si può aggredire per difendersi preventivamente da un attacco che si ritiene prossimo, oppure si possono allestire le necessarie difese come contromisura prima di preparare un’aggressione. Ciò che conta per il marxismo è la definizione del contenuto economico, sociale e politico che si esprime nell’atto bellico.

Nella valutazione di Lenin la guerra del 1914 è in generale una guerra imperialista su tutti i fronti, anche quello dell’arretrata Russia zarista, che pur non essendo una potenza capitalisticamente sviluppata è trascinata nella dinamica dell’imperialismo dalle alleanze con paesi economicamente maturi ed è attirata nel vortice della guerra dalle possibilità di rapina e di annessioni territoriali. Come scrivevano Marx ed Engels nel 1846

la concorrenza con paesi industrialmente più progrediti, provocata dall’allargamento delle relazioni internazionali, è sufficiente per generare una contraddizione analoga anche nei paesi con industria meno sviluppata (per esempio il proletariato latente in Germania, fatto apparire dalla concorrenza dell’industria inglese).[2]

Da nessun lato la si guardi, dunque, questa guerra è suscettibile di favorire gli interessi del proletariato.

Compito dei socialisti è cercare di mobilitare le masse conducendo un’instancabile agitazione contro la guerra per provare a impedirne lo scoppio, agitazione che, anche in caso di insuccesso, costituirebbe comunque una credenziale sul piano politico. Un credito spendibile politicamente quando le inevitabili conseguenze della guerra iniziano a far sentire il loro peso sulle masse. Il proletariato rivoluzionario internazionale deve quindi approfittare della crisi economica e politica che si manifesta con la guerra, sfruttando l’indignazione delle masse e le difficoltà che la guerra crea ai governi borghesi, per scatenare la rivoluzione socialista.

Nella guerra imperialista i partiti rivoluzionari di tutti i paesi belligeranti devono dunque rifiutare ogni tregua con la classe borghese e se possibile, operare attivamente per il sabotaggio e la disfatta del governo borghese del proprio paese, visto l’innegabile legame fra gli insuccessi militari di un dato stato e il suo indebolimento, per trasformare la guerra imperialista in guerra civile.

Come scrive Lenin

In ogni paese la lotta contro il governo che conduce la guerra imperialista non deve arrestarsi dinanzi alla possibilità della sconfitta del proprio paese, come risultato di questa agitazione rivoluzionaria. La sconfitta dell’esercito di un governo determina un indebolimento di quest’ultimo, aiuta la liberazione dei popoli da esso asserviti e facilita la guerra civile contro le classi dirigenti.[3]

I socialisti devono sabotare la guerra imperialista sia al fronte, diffondendo tramite stampa clandestina la propaganda rivoluzionaria nell’esercito e organizzando eventuali spontanee fraternizzazioni, sia dietro le linee del proprio fronte, appoggiando qualsiasi spontanea manifestazione del malcontento operaio con l’agitazione rivoluzionaria e organizzando scioperi. Questo lavoro rivoluzionario deve essere portato avanti senza nessun riguardo per l’eventualità che nelle retrovie del paese “nemico” la stessa lotta contro la guerra non sia in corso o sia più debole. A questo proposito Trotsky scriveva che per Lenin

[…] lo slogan degli Stati Uniti d’Europa avrebbe potuto far sorgere l’idea che la rivoluzione proletaria [doveva] iniziare in modo simultaneo, quanto meno sull’intero continente europeo. Fu contro tale pericolo che Lenin diede i suoi ammonimenti, […]. Io scrissi a quel tempo: “Nessun paese deve ‘aspettare’ gli altri nella sua battaglia. Sarebbe utile e necessario ribadire l’idea elementare secondo cui l’inazione temporeggiatrice internazionale non può sostituire l’azione internazionale coordinata. Dobbiamo cominciare e continuare la nostra battaglia sul terreno nazionale senza attendere gli altri, nella piena convinzione che la nostra iniziativa servirà da impulso per la battaglia in altri paesi”.[4]

I socialisti non devono abbandonare questo atteggiamento neanche nel caso in cui l’indebolirsi del proprio fronte apra la strada ad un’invasione del proprio territorio. In questo caso, con un esercito nemico che avanzi sul territorio nazionale, i socialisti devono provare ad abbattere lo Stato della propria borghesia, prendere il potere instaurando la dittatura del proletariato e cercare di provocare con fraternizzazioni e specifiche agitazioni internazionaliste moti rivoluzionari nel paese nemico e fra le sue truppe.

Vediamo che nell’analisi di Lenin, insieme alla definizione di una politica internazionale indipendente del proletariato, permane la valutazione oggettiva dei possibili esiti della guerra dal punto di vista dei suoi interessi generali.

Lenin scrive infatti che

La vittoria della Russia determinerebbe un rafforzamento della reazione mondiale, un inasprimento della reazione nell’interno del paese e sarebbe seguita dal completo asservimento dei popoli nei territori già occupati. Perciò una sconfitta della Russia costituirebbe in ogni condizione il minor male.[5]

Quindi, se il disfattismo in Europa è determinato dal carattere imperialistico della guerra – che non giustifica l’appoggio del proletariato di nessuno stato europeo ad una guerra borghese contro la Russia – il disfattismo rivoluzionario dei socialisti russi è doppiamente determinato e legittimato sia dal carattere brigantesco della partecipazione della Russia al conflitto, sia dal fatto che l’abbattimento dello zarismo costituirebbe la rimozione di un potente ostacolo alla rivoluzione proletaria in Europa e consentirebbe l’avvio di un processo di rivoluzione in permanenza nella stessa Russia arretrata.


[1] Lenin, citato in Carr. E. H., La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Einaudi, Torino, pag. 1320.

[2] Marx ed Engels, L’ideologia tedesca, 1846.

[3] Lenin, Conferenza delle Sezioni all’estero del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, 27 febbraio – 4 marzo 1915.

[4] Trotsky, La Terza Internazionale dopo Lenin, 1928.

[5] Lenin, Ibidem.

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