LA GUERRA SOVIETICO-POLACCA

16 agosto 1920 – 16 agosto 2020

A CENTO ANNI DALLA BATTAGLIA DELLA VISTOLA

Dalla postfazione al testo “Millenovecentoventi, la ‘marcia sulla Vistola’ e la rivoluzione alle porte dell’Europa

Il 7 ottobre 1918, con gli Imperi centrali in via di disfacimento e la Russia nel pieno della guerra civile, un neonato stato polacco proclamò la propria indipendenza. Nel 1916 Austria e Germania si erano già accordate per creare un “regno” polacco fantoccio nei soli territori sottratti ai russi. Ma il nuovo stato, sorto sotto l’egida dell’Intesa, riuniva i territori della Polonia storica che prima della guerra erano sotto dominazione tedesca, russa e austro-ungarica. Come presidente della nuova repubblica venne incaricato l’ex social-nazionalista Józef Klemens Piłsudski che assunse anche il comando diretto delle forze armate. L’indipendenza dello stato polacco venne immediatamente riconosciuta dalla Repubblica sovietica.

La borghesia polacca, nelle sue diverse frazioni, assunse fin da subito una posizione aggressiva nei confronti dello stato proletario, cercando di approfittare delle difficoltà causate dalla guerra civile per rifiutare una sistemazione puramente etnica dei confini orientali e per ristabilire le frontiere del 1772 o quelle del 1793, che avrebbero incluso territori che ormai non potevano essere più rivendicati dallo stato polacco senza violare l’autodeterminazione nazionale.

Piłsudski perseguiva un progetto “federalista” che puntava ad attrarre nell’orbita della Polonia la Lituania la Bielorussia e l’Ucraina, che avrebbero dovuto formare altrettanti stati-cuscinetto semi-indipendenti, entrando a far parte di una potenza regionale sotto la guida polacca che avesse le dimensioni dell’antica Confederazione polacco-lituana del XIV secolo. La Lituania però non aveva nessuna intenzione di rinunciare all’indipendenza appena riconosciutale dalla Repubblica sovietica e rivendicava come capitale Vilnius, reclamata anche dalla Polonia; l’Ucraina, la cui parte occidentale venne annessa dalla Polonia già nel luglio 1919, era dilaniata dagli scontri tra le truppe dell’Esercito Rosso e le varie fazioni controrivoluzionarie, mentre la Bielorussia, che con la secessione di Vilnius dalla Lituania si era costituita in Repubblica sovietica lituano-bielorussa nel febbraio 1919, non era interessata né all’indipendenza né all’annessione da parte della Polonia. D’altro canto, nei territori che già facevano parte dello stato polacco, le minoranze nazionali erano fortemente oppresse e alle divisioni etniche si sovrapponevano quelle di classe, che contrapponevano la nobiltà agraria polacca alle masse contadine ruteno-ucraine e lituane.

Inoltre questo progetto solo parzialmente coincideva con le esigenze delle potenze dell’Intesa, che dovevano mediare tra la creazione di un forte stato-cuscinetto che fronteggiasse l’espansione della rivoluzione bolscevica da est tenendo al contempo sotto controllo la Germania sconfitta a ovest, e l’attivo supporto fornito alle forze controrivoluzionarie russe, intenzionate a restaurare l’integrità territoriale dell’ex impero zarista.

Ma le mire espansioniste della borghesia polacca furono molto chiaramente espresse dal suo massimo rappresentante, Piłsudski, il quale dichiarò che

chiusa entro le frontiere del XVI secolo, tagliata fuori dal Mar Nero e dal Mar Baltico, privata della terra e delle risorse minerarie del sud e del sud-est, la Russia potrebbe facilmente essere portata allo stato di una potenza di secondo ordine. La Polonia, in quanto il più grande e il più forte dei nuovi stati, potrebbe facilmente stabilire una propria sfera d’influenza estendentesi dalla Finlandia al Caucaso.[1]

Nell’aprile 1919 l’esercito polacco, forte di soli 10mila uomini, al comando del generale Stanisław Szeptycki, approfittando della scarsità di truppe dell’Esercito Rosso sul fronte occidentale, occupa Vilnius, da cui rimuove il governo della Repubblica socialista lituano-bielorussa, e, in agosto conquista Minsk. Con l’occupazione di Vilnius e Minsk, i polacchi avevano raggiunto i propri obiettivi strategici in Lituania e in Bielorussia. Anche nell’ipotesi remota che le rivendicazioni territoriali polacche avessero un qualche fondamento, ogni ulteriore avanzata avrebbe perso qualsiasi giustificazione.

Comizio di Lenin sulla guerra con la Polonia, 1920

Il governo della repubblica sovietica, come a Brest Litovsk con la Germania, era disposto ad accordarsi con la Polonia anche a prezzo di onerose concessioni territoriali. Il 22 dicembre 1919 il Commissario per gli affari esteri Georgij Čičerin inviò una nota con un’offerta di pace al governo polacco che non ottenne la minima risposta. Il 28 gennaio 1920, Lenin stesso inviò al governo polacco una dichiarazione ufficiale nella quale si prospettavano alla Polonia i pericoli insiti nella guerra con la Russia sovietica e nella quale veniva riaffermato “incondizionatamente” il riconoscimento dell’indipendenza e della sovranità della Repubblica di Polonia. Nella dichiarazione si affermava che l’Esercito Rosso non avrebbe avanzato oltre la linea di frontiera esistente e si garantiva che il governo sovietico non aveva concluso accordi con la Germania o con qualsiasi altra nazione ostile alla Polonia. L’unica risposta fu una notifica di recepimento e la promessa di una risposta.

Nuove offerte di pace furono inviate dalla Repubblica sovietica il 2 febbraio e il 6 marzo senza risultato. Finalmente, il 27 marzo, il ministro degli esteri polacco Patek informò Čičerin che la Polonia era pronta ad iniziare negoziati di pace con la Russia bolscevica. Čičerin propose come sedi negoziali Mosca, Varsavia oppure una località neutrale in Estonia, ma la risposta di Piłsudski fu il rifiuto di stabilire un armistizio per la durata dei negoziati, concedendo solo una tregua di ventiquattro ore nella cittadina di Borisov, nel pieno del fronte, dove pretendeva che avessero luogo le trattative. In pratica la delegazione russa doveva passare tra le forche caudine delle truppe polacche e, sotto la pressione dell’esercito polacco, aveva un giorno per concludere i negoziati di pace. L’umiliante provocazione convinse il governo della Repubblica sovietica dell’evidente e assoluta mancanza di disponibilità del governo polacco a trattare la pace. In seguito si sarebbe tentato di giustificare questo modo delinquenziale di condurre le trattative da parte del governo polacco adducendo la sua mancanza di fiducia nelle proposte sovietiche.

Nel frattempo, il 1º aprile 1920, la Polonia firmava ufficialmente un’alleanza con le forze della Repubblica popolare ucraina del nazionalista Simon Petljura che, scacciate dall’Ucraina dal generale bianco Denikin, si erano rifugiate in Polonia. Piłsudski avrebbe così potuto giustificare ideologicamente con l’appoggio delle rivendicazioni nazionaliste ucraine il proseguimento della campagna bellica contro la Russia e ottenere, in cambio del ristabilimento del potere di Petljura a Kiev, il riconoscimento dell’annessione alla Polonia di Lvov e di tutta la Galizia orientale.

Fondamentalmente, né l’Intesa né la Polonia ritenevano probabile un’esistenza a lungo termine della Repubblica sovietica, nonostante fosse sopravvissuta a più di due anni di durissima guerra civile, e la Polonia, nel 1920, ritenne opportuno espandersi ai danni della Russia prima che una delle forze che si disputavano il suo controllo predominasse definitivamente sulle altre. L’Esercito Rosso, dopo anni di guerra su almeno quindici fronti – le armate bianche di Judenič presso Pietrogrado; quelle di Kolčak e la legione cecoslovacca in Siberia; quelle di Kornilov, poi di Krasnov e di Denikin sul Volga; i cosacchi del Don e del Kuban;  le truppe britanniche ad Arcangelo, a Murmansk e nel Caucaso; quelle francesi a Odessa; quelle statunitensi e giapponesi a Vladivostok – aveva sostanzialmente battuto le armate bianche su tutti i fronti che non fossero quello meridionale, dove Vrangel costituiva però ancora una seria minaccia.

Per le stesse ragioni per le quali la borghesia polacca decise di non infierire contro i bolscevichi nel 1919, quando  rischiava di far pendere decisivamente il piatto della bilancia a favore di Denikin, il calcolo di Piłsudski nel 1920 fu quello di sferrare il proprio attacco contro la Repubblica sovietica prima che l’Esercito Rosso vincesse definitivamente Vrangel o che quest’ultimo prendesse il sopravvento, perché in entrambi i casi il vincitore avrebbe potuto riorganizzarsi e trasferire le truppe ad ovest. Giocando d’anticipo la Polonia avrebbe potuto trattare da una posizione di forza con qualunque forma avesse definitivamente assunto lo stato russo.

Nell’aprile del 1920 l’esercito polacco, fiancheggiato dalle truppe ucraine, poteva disporre di circa 120.000 uomini. A una parte delle forze era stato assegnato il compito di presidiare la Bielorussia, mentre altre erano state mobilitate per l’invasione dell’Ucraina.

A fronteggiare 52.000 polacchi vi erano solo due armate sovietiche per un totale di 12.000 uomini; inoltre due brigate galiziane, una delle quali passò interamente dalla parte dei polacchi, si ammutinarono, mentre le bande di Machno massacrarono diversi reparti nelle retrovie sovietiche, distruggendo il sistema di trasporti, delle comunicazioni e dei rifornimenti.

Incoraggiata da circoli francesi ad adottare una politica più aggressiva contro la Russia sovietica, il 25 aprile la Polonia scatena l’offensiva incontrando solo una debole resistenza da parte delle truppe sovietiche. Kiev viene occupata l’8 maggio dai polacchi, che si attestano immediatamente su posizioni difensive sulla riva sinistra del fiume Dnepr. Piłsudski, supponendo erroneamente che il grosso dell’Esercito Rosso fosse a sud, aveva concentrato le sue forze contro l’Ucraina con l’intenzione di infliggere al nemico un colpo definitivo, ma in realtà in quell’area le forze sovietiche erano poche e quindi il concentramento polacco fu decisamente sproporzionato rispetto ad un avversario che riuscì a sganciarsi e a salvarsi dall’annientamento totale. In questo modo il fronte polacco risultava sovraesteso. Inoltre la popolazione locale, pur essendo divisa fra sostenitori e oppositori dei bolscevichi era però unita nella mancanza di simpatia verso le truppe polacche, pertanto non si verificò nessuna sollevazione popolare contro il governo sovietico.

In seguito alla perdita di Kiev, il Comandante supremo dell’esercito, S. S. Kamenev, riorganizzò le forze sovietiche a occidente su due fronti: il fronte ovest (a nord) al cui comando, il 29 aprile 1920, venne posto l’allora appena ventisettenne Michail Tukhachevskij, e il fronte sud-ovest (a sud), sotto il comando del generale Aleksandr Egorov. Il nuovo piano prevedeva due direttrici d’azione: l’attacco principale doveva essere portato dal fronte ovest in Bielorussia e in Polonia settentrionale; al fronte sud-ovest doveva appoggiare quest’azione con un’offensiva nella direzione Rovno-Brest-Litovsk; i due fronti dovevano cooperare il più strettamente possibile e puntare in direzione di Varsavia. Sebbene al fronte sud-ovest fosse stato assegnato un ruolo sussidiario, la sua azione era comunque di particolare importanza, tanto che gli venne assegnato come rinforzo una delle forze di maggior impatto offensivo a disposizione dell’Esercito Rosso: la Prima armata di cavalleria di Semën Budënnyj, forte di 16.000 uomini, che, dislocata nel Caucaso settentrionale, raggiunse il fronte sud-ovest dopo una marcia di 1.200 chilometri in trenta giorni, perdendo circa cinquanta cavalli al giorno.

In totale, i due fronti dell’Esercito Rosso schierati contro la Polonia potevano contare su circa 160.000 uomini.

Il 7 maggio Tukhachevskij arrivò al suo nuovo quartier generale di Smolensk, al confine con la Bielorussia. La situazione era critica: le unità sovietiche erano poco organizzate e, anche se superiori numericamente ai polacchi, una sola delle quattro armate a disposizione era in grado di combattere. I polacchi inoltre avrebbero potuto spostare sul fronte bielorusso parte delle truppe che tenevano Kiev. Tukhachevskij mise insieme due divisioni di cavalleria e una brigata di fanteria creando così il III° Corpo di cavalleria (Kavkor), affidato al comando del generale Gaja Gaj, mettendo quindi a disposizione del fronte ovest una consistente forza d’urto. Tukhachevskij disponeva in totale di circa 93.393 uomini. L’offensiva sovietica era stata fissata per il 15 maggio e, dopo aver modificato i piani dell’alto comando, Tukhachevskij lanciò il primo attacco del fronte ovest impadronendosi del nodo ferroviario di Molodeczno. L’azione precedette di poco un analogo attacco polacco, diretto contro Žlobin e Mogilёv, che, se avesse avuto successo, avrebbe interrotto le comunicazioni ferroviarie fra le forze sovietiche schierate a nord e quelle a sud disturbando le operazioni sovietiche.

L’attacco colse di sorpresa i polacchi, e per due settimane le truppe dell’Esercito Rosso avanzarono inesorabilmente ricacciando indietro quelle polacche; all’inizio di giugno, con una serie di contrattacchi dopo oltre cento chilometri di ritirata ininterrotta, l’esercito polacco riuscì a contenere l’offensiva sovietica lungo una linea di difesa che correva dalla città di Kazjany al lago di Pelic. A questo punto, avendo temporaneamente allontanato la minaccia di un’offensiva polacca in Bielorussia e non essendo in grado di sfruttare appieno il successo raggiunto, Tukhachevskij preferì arrestare l’avanzata per riorganizzare le proprie forze e l’8 giugno ordinò alle sue truppe di ritirarsi a ovest dei fiumi Avuta e Beresina; nel frattempo, lo sfondamento della Prima armata di cavalleria a sud aveva dirottato l’attenzione polacca sul fronte meridionale.

L’offensiva del fronte sud-ovest per la riconquista dell’Ucraina iniziò il 31 maggio. Le direttive inviate da Kamenev a Egorov prevedevano la riconquista di Kiev; il collegamento col fronte ovest di Tukhachevskij era assicurato dal Gruppo di Mozyr, schierato a presidiare un terreno paludoso che rendeva difficile i movimenti delle truppe.

Il 9 giugno le fanterie sovietiche riuscirono a sfondare le linee polacche occupando Fastiv. Il 13 giugno l’Esercito Rosso entrò a Kiev, abbandonata dai polacchi in ritirata.

Dopo dieci giorni di attacchi, il fronte sud-ovest era riuscito a spezzare le linee polacche, avanzando ininterrottamente per dieci settimane e costringendo i polacchi a ritirarsi precipitosamente verso il fiume Bug alla velocità media di dieci chilometri al giorno. Il successo dell’avanzata fu determinato in gran parte dall’abilità della Konarmija di trovare continuamente punti deboli nello schieramento polacco, penetrando rapidamente attraverso di essi nelle retrovie, o aggirandoli sui fianchi, mentre tutti i contrattacchi polacchi vennero facilmente respinti. Durante l’avanzata la Prima armata di cavalleria fu divisa in due gruppi: Budënnyj si diresse verso Žytomyr, il Commissario politico dell’armata, Kliment Vorošilov, marciò in direzione di Korosten’.

Korosten’, Berdyčiv, Žytomyr e Rovno, sede del comando del maresciallo Piłsudski, furono prese l’una dopo l’altra. Entro la fine di giugno gran parte dell’Ucraina era stata liberata. Le tre armate di Egorov però si erano distanziate tra loro perdendo coesione: la Konarmija, dopo aver oltrepassato il fiume Zbruč, muoveva verso nord-ovest, ma la XII° Armata, si era spostata verso nord, avvicinandosi alle posizioni del fronte ovest e impantanandosi nel terreno paludoso che divideva i due fronti; nel frattempo, truppe rumene avevano occupato la Bessarabia, minacciando il fianco sinistro del fronte sud-ovest, costringendo Egorov a mantenere più a sud la XIV° Armata.

A nord, sul fronte ovest, Tukhachevskij, dopo aver riorganizzato e rifornito le truppe, scatenò la sua seconda grande offensiva: all’alba del 4 luglio 1920, dopo un pesante fuoco preparatorio di artiglieria, lanciò all’attacco le sue quattro armate lungo l’asse della ferrovia Smolensk-Brest-Litovsk. Al tramonto i polacchi si erano dovuti ritirare per 25 chilometri subendo gravi perdite e sotto la continua minaccia di essere aggirati e accerchiati dalla cavalleria sovietica. Piłsudski scrisse che l’avanzata dell’Esercito Rosso dava

l’impressione di qualcosa di inarrestabile, una grande e mostruosa nube che nessun ostacolo può fermare… gli uomini tremavano e il cuore dei soldati cominciava a cedere.[2]

Il 7 luglio i polacchi si erano ritirati su tutto il fronte. Il 10 luglio, l’Esercito Rosso aveva raggiunto le frontiere precedenti l’invasione polacca. La mancanza di forze di riserva sufficientemente mobili per poter penetrare in profondità dietro lo schieramento polacco non permise a Tukhachevskij di sfruttare a fondo il successo delle operazioni. I polacchi, anche se avevano dovuto ritirarsi, riuscirono a mantenere concentrate le proprie forze.

L’11 luglio l’Esercito Rosso entrò a Minsk e il 14 luglio superò Vilnius: fra il 4 e il 20 luglio l’esercito polacco fu costretto ad arretrare di oltre 300 chilometri. Alla fine di luglio, l’Esercito Rosso prese Grodno dopo un’accanita battaglia, ma anche in questo caso Tukhachevskij non riuscì ad accerchiare e distruggere le forze polacche che si sottrassero all’accerchiamento ritirandosi oltre la linea dei fiumi Bug e Narew. Il 1º agosto l’Esercito Rosso era a Brest-Litovsk e il 12 agosto il Kavkor raggiunse la riva orientale della Vistola a soli 50 chilometri da Varsavia.

A questo punto, la Polonia chiese ed ottenne aiuti militari ed economici alla Francia e all’Inghilterra. Il generale francese Weygand era stato già da tempo messo a capo di una missione militare con il compito di consigliare lo Stato Maggiore polacco e di istruire gli ufficiali dell’esercito. I rifornimenti arrivarono in Polonia attraverso il porto di Gdynia, nel corridoio polacco, mentre il carico delle navi francesi al largo di Danzica fu scaricato da truppe britanniche, trasportato su barconi lungo la Vistola e poi caricato su treni merci per Varsavia. Entro il 1º luglio, l’esercito polacco aveva a disposizione 73 nuove batterie d’artiglieria, 200 cannoni da campagna, mille mitragliatrici e 20mila cavalli; Francia e Stati Uniti misero a disposizione dell’Esercito polacco aerei e piloti d’aviazione; inoltre le truppe potevano contare su 100mila nuovi volontari. Ritirandosi, i polacchi distrussero sistematicamente le ferrovie e le linee del telegrafo, costringendo l’Esercito Rosso a usare carri, auto e furgoni per trasportare i rifornimenti e ad affidare i dispacci a portaordini a cavallo per mantenere le comunicazioni fra i reparti e i comandi.

L’11 luglio, di fronte alla minaccia della rivoluzione proletaria alle porte dell’Europa, il ministro degli esteri inglese Curzon inviò via radio una nota al governo bolscevico invitandolo a cessare le ostilità contro la Polonia, a riconoscere il confine fra la Polonia e la Repubblica sovietica costituito dalla cosiddetta “Linea Curzon” che passava per Suwałki, Grodno, Brest-Litovsk e poi per il medio corso del fiume Bug fino a Sokal’ – linea che, è bene ricordarlo, era stata rifiutata da Piłsudski a dicembre –  e a inviare immediatamente a Londra una delegazione per partecipare a una conferenza di pace. Čičerin, il 18 luglio, rispose che il governo della Repubblica sovietica non vedeva nessun motivo per intavolare negoziati sotto la supervisione anglo-francese, né di estenderli agli stati baltici, come proposto da Curzon, dal momento che con questi paesi erano già in corso colloqui bilaterali che avevano portato alla stipula di accordi di pace con l’Estonia (2 febbraio 1920) e con la Lituania (12 luglio 1920). Per la Repubblica sovietica inoltre era fuori discussione la condizione di un armistizio con Vrangel’. La Repubblica sovietica rispose che avrebbe trattato direttamente con i polacchi, quando questi fossero stati disposti a negoziati ufficiali, ricordando come l’anno precedente i polacchi avessero rifiutato offerte di pace assai più generose di quelle prospettate dal tardivo intervento britannico.

Intanto, il piano del Glavkom Kamenev, approvato il 28 aprile dall’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista russo, prevedeva che il fronte sud-ovest, dopo aver liberato l’Ucraina, avanzasse in direzione di Brest-Litovsk e, dopo aver preso contatto con la XVI° Armata a nord, passasse sotto il controllo del fronte ovest di Tukhachevskij e avanzasse verso Lublino e Varsavia.

Sollecitata dalle potenze dell’Intesa, la Polonia decise di accettare una trattativa diretta con la Repubblica sovietica. I colloqui avrebbero dovuto svolgersi a Minsk a partire dal 10 agosto. La Repubblica sovietica era disposta a trattare la pace sulla base di una correzione della Linea Curzon che prevedesse l’incorporazione in territorio sovietico della città di Leopoli, che era l’unica zona con popolazione a maggioranza polacca di tutti i territori contesi, e dei campi petroliferi della Podolia; la Polonia avrebbe  ottenuto invece le zone di Białystok e di Chełm; la Polonia avrebbe dovuto ridurre il proprio esercito a 60mila uomini, cedere le armi in soprannumero all’Esercito Rosso, smantellare l’industria bellica e garantire il diritto di libero transito per merci e persone provenienti dalla Russia lungo la ferrovia Volkovysk-Grajewo.

Nel documento preliminare con le condizioni sovietiche trasmesso al primo ministro britannico Lloyd George, mancavano due ulteriori richieste, di carattere politico: la definizione di una zona smilitarizzata il cui controllo avrebbe dovuto essere affidato ad una milizia operaia di 200mila uomini, e un risarcimento per le famiglie delle vittime polacche della guerra, da realizzarsi con la concessione di terre libere. Nonostante l’invito di Lloyd George ad accettare le proposte sovietiche il negoziato non ebbe mai luogo, i polacchi non si presentarono.

Alla fine di luglio la vittoria sembrava a portata di mano. A Pietrogrado, contemporaneamente agli avvenimenti bellici, nell’estate del 1920 si svolse il II Congresso dell’Internazionale comunista. I lavori iniziarono, in un clima di grande entusiasmo, il 19 luglio. Su una grande carta geografica i delegati operai di tutto il mondo potevano osservare giorno per giorno i progressi dell’Esercito Rosso verso occidente.

Una parte dei dirigenti sovietici riteneva possibile organizzare una nuova Polonia sovietica e a questo scopo venne organizzato un Comitato rivoluzionario provvisorio che avrebbe potuto costituire il primo nucleo di un futuro governo sovietico polacco.

Ai primi di agosto, dal suo quartier generale di Minsk, a 500 chilometri da Varsavia, Tukhachevskij pianificò l’assalto alla capitale polacca. Le forze a sua disposizione, come comandante del fronte ovest, consistevano in quattro armate composte ciascuna da quattro divisioni di fanteria, il III° Corpo di cavalleria (due divisioni) del generale Gaja Gaj, e il Gruppo di Mozyr al comando del generale Tichon Khvesin a cui era affidato il compito di coprire il fianco sinistro del fronte mantenendo il contatto con il fronte sud-occidentale. In totale Tukhachevskij disponeva di circa 104.900 uomini.

Le pattuglie di ricognizione non riuscirono a determinare la posizione effettiva delle difese polacche, inoltre, a causa della distruzione delle linee telegrafiche, i rapporti impiegavano molto tempo per raggiungere Minsk e gli ordini a raggiungere il fronte. Tukhachevskij si convinse che il grosso delle difese polacche fosse posizionato davanti a Varsavia ma le unità polacche erano riuscite a nascondere i propri movimenti grazie alla fitta nebbia e spostandosi in piccoli gruppi.

Il piano di Tukhachevskij era di attaccare e distruggere con il proprio fianco destro le forze polacche schierate a nord, tagliare le vie di collegamento con Danzica e aggirare lo schieramento polacco sul suo fianco sinistro, piombando su Varsavia da nord-ovest. Contemporaneamente, il fianco sinistro del fronte ovest doveva attaccare frontalmente le forze avversarie schierate davanti a Varsavia, mentre il Gruppo di Mozyr doveva avanzare verso Deblin a sud.

L’attacco generale era fissato per il 14 agosto. Il generale S. S. Kamenev, preoccupato dalla debolezza del fianco sinistro del fronte ovest, aveva già stabilito di unificare, sotto il comando di Tukhachevskij tutte le forze del fronte ovest e di quello sud-ovest, facendo convergere le unità di quest’ultimo verso Lublino per poter sferrare l’attacco contro Varsavia con tutte le truppe disponibili. In questo modo, il fronte sud-ovest, avanzando verso nord da Lublino, avrebbe attaccato il fianco destro polacco dando supporto al Gruppo di Mozyr e arrivando a Varsavia da sud.

Questa decisione di S.S. Kamenev era stata approvata il 2 agosto dall’Ufficio politico del Comitato centrale su iniziativa di Lenin e resa esecutiva il 6 agosto.

Il comandante del fronte sud-ovest, Egorov, e il suo Consiglio rivoluzionario militare, presieduto da Stalin, rifiutarono di mettersi agli ordini di Tukhachevskij. Con grandi sforzi, Tukhachevskij riuscì a ottenere che il Comando supremo imponesse lo spostamento della XII° Armata e della Prima armata di cavalleria dal fronte sud-ovest lungo la direttrice di Vladimir-Volynskij; ma anche in questo caso, Budënnyj e Vorošilov, al comando della Prima armata di cavalleria fecero ostruzionismo e ignorarono le disposizioni superiori. In seguito, Lenin si sarebbe chiesto:

“Ma come! Come si può pensare di andare a Varsavia passando per Lvov?”.[3]

Egorov e Stalin

La mancata unificazione dei due fronti, dovuta al comportamento di Egorov, Stalin, Budënnyj e Vorošilov, lasciò Tukhachevskij senza riserve e con il fianco sinistro esposto a un eventuale contrattacco polacco.

I polacchi erano in una situazione molto difficile ma l’Esercito Rosso era avanzato molto rapidamente allontanandosi dalle proprie basi. In questo modo le sue linee di rifornimento, già carenti per via della distruzione delle linee ferroviarie e delle strade poco praticabili, si erano allungate. I due fronti sovietici, quello ovest di Tukhachevskij e quello sud-ovest di Egorov, erano collegati solo dal Gruppo di Mozyr, che disponeva di soli 8.000 uomini. Dopo più di una settimana di discussioni con Tukhachevskij, Egorov, Budënnyj e Stalin, S. S. Kamenev si convinse a ordinare in modo deciso a Egorov, il 13 agosto, di far convergere la Konarmija e la XII° Armata verso nord: ma a quel punto non avrebbero più potuto arrivare in tempo. Inoltre, l’Alto Comando sovietico fu distratto dallo sviluppo della guerra civile sul fronte meridionale: infatti, approfittando della guerra sovietico-polacca, le forze bianche di Vrangel’ avevano attaccato in Crimea avanzando rapidamente verso nord impadronendosi della Tauride settentrionale e distruggendo la XIII° Armata inviata da Egorov a contrastarne l’avanzata.

Il piano di Piłsudski per salvare Varsavia si basava sul contenimento dell’assalto delle armate sovietiche e su un rapido contrattacco portato da sud-ovest verso nord-est per prendere alle spalle il fianco sinistro del fronte ovest sovietico, approfittando dell’ampio spazio vuoto esistente fra i due fronti (fra Deblin e Lublino) presidiato solo dal Gruppo di Mozyr.

Il 13 agosto Tukhachevskij lanciò l’attacco e fra il 14 e il 15 agosto si avvicinò fino a 23 km da Varsavia. L’esercito polacco riuscì a respingere l’assalto sovietico sferrando un contrattacco con l’appoggio di quarantasette carri armati di produzione francese che risollevò il morale dei polacchi.

Alle 04.00 del mattino del 16 agosto, Piłsudski ordinò alla 3° e alla 4° Armata polacca di attaccare verso nord-est puntando contro il Gruppo di Mozyr e penetrando in profondità nel debole fianco sinistro del fronte ovest sovietico, arrivando nelle retrovie nemiche con relativa facilità. Con la distruzione del Gruppo di Mozyr e la fuga di ciò che ne rimaneva, la XVI° Armata era scoperta.

Attaccata sul fianco e alle spalle quest’ultima dovette ripiegare in totale disordine, lasciando a sua volta scoperta sul fianco sinistro la III° Armata sovietica che si trovava più a nord. Quest’ultima fu costretta a cercare di stabilire in tutta fretta una linea di resistenza ma nel frattempo, dato l’assottigliarsi dello schieramento sovietico, i polacchi si erano incuneati fra la XV° e la IV° Armata separandole. La cavalleria polacca si riversò nel varco e penetrò nelle retrovie della IV° Armata costringendo alla fuga il suo quartier generale e privandolo degli apparecchi radio. A questo punto la IV° Armata e il III° Corpo di cavalleria non avevano più nessun contatto con il Comando, e non essendo più in grado di ricevere ragguagli sulla mutata situazione e nuovi ordini operativi, dovettero disperdersi verso la Prussia Orientale per sfuggire alla cattura.

Solamente il 20 agosto Budënnyj abbandonò la direzione di Lvov per dirigersi a nord, verso Lublino. Ormai era tardi, il 18 agosto Tukhachevskij era stato costretto a ordinare la ritirata generale; ritirata che si trasformò ben presto in rotta. L’Esercito Rosso, con alcuni reparti allo sbando mentre altri continuavano coraggiosamente a combattere, fu costretto a ritirarsi per 500 chilometri oltre il Bug perdendo fra i 50mila e i 66mila prigionieri, con cinquemila morti e 10mila feriti. Circa 20mila soldati appartenenti alla IV° Armata e il Kavkor di Gaja Gaj furono costretti a sconfinare in territorio tedesco, dove furono internati. In totale, tra effettivi e personale ausiliario, il fronte ovest aveva perso circa 100mila uomini.

Inseguito dai polacchi,  Tukhachevskij si ritirò oltre il Niemen. Qui, ricostituita la IV° Armata, l’Esercito Rosso stabilì una linea di resistenza, ma il 25 settembre i polacchi aggirarono il suo fianco destro entrando in territorio lituano e dopo giorni di aspri combattimenti lo costrinsero alla ritirata. Un altro tentativo di resistenza fu fatto all’altezza delle trincee del fronte russo-tedesco della prima guerra mondiale, ma il 2 ottobre i polacchi sfondarono anche queste difese trasformando la ritirata in rotta.

A sud, fra il 30 agosto e il 2 settembre, la Prima armata di cavalleria che procedeva tardivamente verso nord, venne separata dalla XII° Armata e accerchiata dalla III° Armata polacca. Il 31 agosto, nella battaglia di  Komarów, vicino Zamość, la Konarmija e la cavalleria polacca ebbero lo scontro tra truppe montate più grande dal tempo delle guerre napoleoniche. I polacchi riportarono la vittoria ma al prezzo di gravi perdite, mentre la Konarmija nonostante gli attacchi aerei e i bombardamenti dell’artiglieria riuscì a rompere l’accerchiamento e a ritirarsi verso est insieme alla XII° Armata. Il 15 ottobre i polacchi ripresero Minsk e arrivarono a 150 chilometri da Kiev. Qui, valutando rischioso riprendere la capitale ucraina, Piłsudski decise di accettare l’armistizio. La pace, firmata a Riga nel marzo 1921, sanciva i nuovi confini a circa 200 chilometri a est della linea Curzon, meno di quanto avessero offerto i bolscevichi nel 1919, prima dello scoppio della guerra. Stipulando una pace separata, la Polonia contravveniva alla sua alleanza con i nazionalisti ucraini e peggiorò le relazioni con la Lituania, annettendosi Vilnius.

Continua…


[1] Richard Pipes, Russia under the Bolshevik Regime 1919–1924, Harvill, 1997.

[2] J.F.C. Fuller, A Military History of the Western World, New York, Funk and Wagnals Co. Inc., 1956.

[3] Frase ricordata da M. D. Bonc-Bruevic, riportata da Erikson J., Storia dello stato maggiore sovietico, Feltrinelli, 1963, pag.112.

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