LA MEMORIA SELETTIVA E L’IGNORANZA ISTITUZIONALE

16 agosto 1920 – 16 agosto 2020

A CENTO ANNI DALLA BATTAGLIA DELLA VISTOLA

Come previsto già dall’inizio di quest’anno, quando il testo “Millenovecentoventi” era in preparazione, la borghesia polacca ha utilizzato gli avvenimenti del cosiddetto “miracolo della Vistola” del 1920 per “andare all’incasso” delle sue presunte benemerenze per aver salvato l’Europa e il mondo occidentale dal “totalitarismo bolscevico”.

Lo ha fatto per bocca del suo primo ministro, Mateusz Morawiecki, il cui discorso commemorativo è stato riportato dalla Stampa di Torino. Discorso dal tipico tono solenne che caratterizza l’epica dell’ignoranza interessata… o dell’ignoranza tout court.

il Premier polacco afferma che:

La battaglia di Varsavia merita di essere menzionata, alla pari dello sbarco alleato in Normandia nel 1944, come momento decisivo nella lotta al totalitarismo in Europa. A causa della cortina di ferro che a Yalta divise l’Europa, il significato di questo particolare evento per la storia del Vecchio Continente non poté iscriversi nella memoria del mondo come merita: questo riguarda sia la cultura di massa che i libri di storia. È giunta l’ora di colmare finalmente questa lacuna nella memoria europea. L’anniversario della battaglia di Varsavia dovrebbe essere celebrato non solo a Varsavia, non solo in Polonia, ma anche in tutta Europa. Sul fiume Vistola vinse la Polonia, ma quella vittoria riguardò in gran parte la libertà dei popoli d’Europa, la libertà dall’oscurità totalitaria del comunismo. [1]

Ma la fantasiosa ricostruzione dell’attuale massimo rappresentante politico della classe dominante polacca raggiunge il parossismo del ridicolo quando si sforza di dipingere la brutale Polonia di Witos e di Pilsudsky, clerico-reazionaria, antisemita, ferocemente nazionalista, in un’oasi di democrazia illuminata:

Immediatamente dopo aver riconquistato l’indipendenza nel 1918, la Polonia introdusse una delle più moderne legislazioni sociali ed elettorali del mondo occidentale. Il senso di comunità della libertà riconquistata vinse sui pregiudizi e sulla tentazione di discriminare gruppi sociali più ampi.

Dalla ricostruzione storica offerta da premier polacco, che potremmo a malapena definire degna di un programma televisivo di terz’ordine, sembra quasi che la Polonia del 1920 si sia eroicamente difesa da un’invasione imperialista. Evidentemente per Morawiecki è molto più opportuno glissare sul fatto che l’unica ragione d’esistenza della Polonia, alla fine del primo conflitto mondiale, fosse in un accordo tra le potenze imperialiste vittoriose (Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Italia) per la creazione a tavolino di uno stato cuscinetto, buono solo a svolgere una funzione anti-tedesca e anti-bolscevica. Tralasciamo del tutto il fatto “secondario” che la guerra fu scatenata dalle manie di grandezza di una borghesia-burattino, che mentre si dimenava mossa dai fili tirati dall’Intesa credeva di ricostruire il “Grande regno di Lituania e Polonia”… malgrado ciò che di questo “progetto” potessero pensare i lituani, e magari annettendosi anche mezza Ucraina, così, per soprammercato.

Oltre al premier polacco, tutta una serie di voci sepolcrali, provenienti dal nauseabondo milieu del fanatismo cattolico, hanno innalzato preci turibolari al “miracolo della Vistola” e alla “Vergine nera di Częstochowa” per aver salvato l’umanità da “tre milioni di feroci soldati dell’Armata rossa”, dove per Vergine nera si legga: armi, munizioni, aerei e istruttori militari delle potenze dell’Intesa; mentre per tre milioni di soldati rossi si legga: 104.900 uomini, male armati, mal equipaggiati, stanchi, scalzi e animati solo da grande entusiasmo.

Effettivamente, non ci sogniamo di negare che quella di Varsavia fu una battaglia di importanza storica tra due opposte concezioni del mondo: da un lato l’emancipazione dell’umanità, dall’altro la salvaguardia del privilegio in una società divisa in classi. Grazie a questa vittoria la borghesia polacca ha contribuito ad evitare la rivoluzione mondiale e a rendere possibile la controrivoluzione staliniana, della quale hanno fatto le spese il proletariato polacco e quello di tutto il mondo, direttamente o indirettamente. Non ci preoccupa minimamente la possibilità che il 15 agosto (benché la controffensiva polacca abbia avuto luogo il 16, miracoli… della storiografia borghese) possa diventare un giorno di commemorazione ufficiale contro il comunismo rivoluzionario e internazionalista. Sarebbe perfettamente coerente e giustificato dal punto di vista della classe dominante e costituirebbe per noi l’occasione per ricordare quanto sia costata cara all’umanità quella sconfitta di cento anni fa.

Pensiamo che sia utile pubblicare qui di seguito la premessa al nostro testo sulla guerra sovietico-polacca del 1920, se non altro perché le mistificazioni ideologiche borghesi sono talmente prevedibili da poter rispondere loro con grande anticipo…

***

Cogliendo l’occasione offerta dal centesimo anniversario della guerra sovietico-polacca, abbiamo ritenuto opportuno tradurre e pubblicare per la prima volta in italiano uno scritto di Michail Nikolaevic Tukhachevskij, comandante dell’Esercito Rosso durante la guerra civile e responsabile del fronte occidentale nella guerra del 1920. Il testo è un’analisi delle operazioni della “marcia su Varsavia”, il più significativo tentativo della Russia rivoluzionaria di esportare la rivoluzione proletaria “sulla punta delle baionette” al di fuori dei suoi confini. In appendice presentiamo anche una lettera scritta da Tukhachevskij a Zinov’ev nel pieno degli avvenimenti bellici, nella quale per la prima volta viene trattata la questione di uno Stato Maggiore internazionale dell’Esercito Rosso.

Questa pubblicazione vuole essere un modo per contrastare la vulgata corrente a proposito della guerra sovietico-polacca, che si sforza di dipingerla come un’aggressione imperialistica della Repubblica sovietica russa contro le “piccole nazioni indipendenti” e contro le libertà democratiche dell’Europa – assimilandola all’invasione stalinista del 1939 – o, nel migliore dei casi, di presentarla come un “folle” errore dei dirigenti bolscevichi in contraddizione con i princìpi del marxismo.

L’approssimarsi della ricorrenza secolare di quello che qualcuno ha chiamato il “miracolo della Vistola”– che in Polonia ha già fornito il soggetto per raccapriccianti ricostruzioni cinematografiche il cui valore artistico è, se possibile, inferiore all’inesistente valore storico – non mancherà di far proliferare articoli e ricostruzioni storiche tese a ricordare come, cento anni fa, l’Europa e la “civiltà occidentale” furono salvate dalla “barbarie” comunista. È anche probabile che in sede di istituzioni europee, le borghesie dei paesi che già si sono fatte promotrici di una ufficializzazione della equiparazione tra fascismo e “comunismo” – operazione che si guarda bene dal distinguere tra comunismo e stalinismo – approfittino dell’occasione per ricordare i propri meriti come secolari “baluardi” dell’Europa cristiana, ieri contro l’“invasione bolscevica”, oggi contro le masse di lavoratori immigrati che bussano alle porte del continente.

È doveroso ricordare, e ce n’è bisogno, che la guerra del 1920 fu scatenata dalle mire espansioniste della borghesia polacca, che rifiutò ripetutamente di sedersi al tavolo della pace offerto dalla Russia sovietica e che scatenò una violenta offensiva militare per annettersi territori etnicamente non-polacchi, in barba a qualsiasi principio di autodeterminazione nazionale e in spregio persino alle norme diplomatiche borghesi.

Ci vuole molta fantasia per parlare, nel 1920 come oggi, di “civiltà” della borghesia polacca, contrapposta alla “barbarie” comunista del proletariato russo. Si può discutere su quali sarebbero potute essere le conseguenze di una vittoria comunista, ma quanto alle conseguenze della vittoria polacca non ci sono dubbi: oppressione della classe operaia, delle minoranze etniche e di quelle religiose, vittime di una dittatura militare e di un clericalismo cattolico particolarmente becero e retrivo. Non profumano di civiltà neanche i corpi delle migliaia di vittime dei pogrom antisemiti perpetrati dalle truppe di occupazione polacca in Lituania, Bielorussia ed Ucraina.

L’antisemitismo è uno storico vecchio vizio a cui la miserabile borghesia polacca non ha smesso di indulgere nemmeno sotto l’occupazione hitleriana. L’oppressione subìta da parte dello stalinismo, nel secondo dopoguerra, le ha permesso –  insieme a quella lettone, ungherese e ucraina – di rifarsi una verginità storica in quanto vittime, dimenticando e facendo dimenticare lo spregevole e documentato ruolo di ausiliarie e complici che hanno svolto nel massacro degli ebrei perpetrato dalla Germania nazista. E se in Polonia oggi è considerato reato ricordare questa sudicia verità[2], nondimeno occorre farlo.

1920. Manifesto polacco di propaganda anti-bolscevica. Da notare la connotazione fortemente antisemita (la stella di David sulla bandiera rossa

Occorre ricordare che l’onore della Polonia era e rimane nelle mani della classe operaia polacca, che nel 1920, anche se schiacciata dalla repressione, assordata dalle sirene nazionaliste, dalle urla forsennate dei pulpiti cattolici e irreggimentata per una guerra combattuta in fondo contro sé stessa, riuscì comunque a mantenere alta la bandiera della solidarietà di classe, tanto che i soldati di un intero reggimento polacco, forse maggiormente consapevoli dei reali scopi di quella guerra, provarono ad attraversare le linee e a passare con l’Esercito Rosso al canto dell’Internazionale,[3] mentre gli scioperi contro la guerra, organizzati dal Partito comunista polacco nella regione mineraria di Dombrowa, vennero duramente repressi[4].

1920. Manifesto polacco di propaganda anti-sovietica. Da notare i tratti bestiali del soldato dell’esercito rosso contrapposti alla “nobile bellezza” del cavalleggere polacco.

Questo mentre la borghesia polacca scatenava una propaganda di guerra ufficiale da cui traspare una ferocia e una violenza inaudita, nella quale i temi e gli argomenti dell’antisemitismo erano predominanti. Volantini, manifesti e cartoline postali raffiguravano i soldati rossi con le tipiche grottesche fattezze fisiche che la propaganda antisemita da sempre attribuiva agli ebrei. Lo spauracchio era sempre lo stesso: la turpe minaccia alla proprietà, alla libertà e alla dignità delle donne polacche. Si dice che nel fuoco della battaglia di Varsavia e tra i fischi degli obici furono visti preti invasati innalzare sacri crocifissi in un solenne vade retro contro tutto ciò che rappresentava… il cambiamento. I vescovi della Chiesa cattolica polacca, questi baluardi della libertà e della civiltà cristiana scrivevano:

Il vero obiettivo del bolscevismo è la conquista del mondo. La razza che tiene in mano la direzione del bolscevismo ha già in passato soggiogato il mondo intero per mezzo dell’oro e delle banche, e ora, spinta dall’eterna cupidigia imperialista che scorre nelle sue vene, mira già a sottomettere definitivamente le nazioni al suo giogo… L’odio del bolscevismo è diretto contro Cristo e la sua Chiesa, soprattutto perché quelli che sono i capi del bolscevismo portano nel sangue l’odio tradizionale per il cristianesimo. Il bolscevismo è infatti la personificazione e l’incarnazione dello spirito dell’anticristo in terra.[5]

A poco serve opporre la circostanza che anche le truppe della rivoluzione in alcuni casi si lasciarono andare a brutalità, saccheggi, violenze, assassinii. Non lo si può e non lo si deve negare. Ma non si deve neanche tacere che queste violenze non furono né pianificate né sistematicamente incoraggiate dai bolscevichi, che invece impostarono la propaganda di guerra ponendo estrema attenzione a non scivolare nello sciovinismo, distinguendo tra la guerra contro la classe dominante polacca e la solidarietà con gli operai e contadini polacchi:

Uno dei compiti più importanti della sezione politica della Prima armata di cavalleria fu di educare al senso di rispetto e alla dignità di uomini i combattenti nonostante la crudeltà dei combattimenti e le atrocità compiute dai polacchi. Fu così che, in seguito ad un ordine emanato da Trotsky, nella seduta plenaria della cellula comunista dell’83° Reggimento della 14° Divisione di cavalleria, i cavalleggeri rossi presero la seguente risoluzione: “In considerazione del fatto che l’Esercito Rosso non è un esercito nazionale ma sociale, e che la sua è una lotta di classe, l’assemblea dei comunisti dell’83° Reggimento di cavalleria invita i combattenti rossi a proteggere i prigionieri, a non fucilarli, perché la coscienza di ogni combattente deve essere senza macchia” («Il cavalleggere rosso», 19 luglio 1920, 185).[6]

Le rivoluzioni, così come le guerre, inevitabilmente agitano e rimescolano tutti gli strati della società, anche il fango dei livelli più bassi, ma è solo quando il fango è la società stessa che il crimine diviene legittimo e veste i paramenti della crociata.

Così come cento anni fa la vittoria della borghesia polacca sull’Esercito Rosso fu una vittoria anche contro la classe operaia polacca, così oggi le ideologie nazionaliste, nella loro declinazione sovranista o europeista, che dividono i lavoratori fra nativi ed immigrati, fra cristiani e di altre religioni, costituiscono l’arma delle classi dominanti contro la nostra classe, che è internazionale.


[1] https://www.lastampa.it/esteri/2020/08/15/news/cento-anni-dopo-la-polonia-all-europa-non-dimentichi-la-battaglia-di-varsavia-1.39193962

[2] Il Parlamento polacco ha di recente approvato un emendamento alla legge sull’Istituto della Memoria Nazionale che prevede la possibilità di punire con una sanzione, che da una multa può arrivare anche al carcere fino a tre anni, chiunque (anche cittadino straniero) pubblicamente attribuisca allo stato polacco la responsabilità o la corresponsabilità di crimini compiuti dal Terzo Reich tedesco.

[3] Norman Davies, White Eagle, Red Star: The Polish-Soviet War 1919-20, Random House, 2011, pag. 151.

[4] Carr E. H., La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Einaudi, Torino, pag. 999.

[5] N. Cohn, Licenza per un genocidio. I “Protocolli degli Anziani di Sion”: storia di un falso, Torino, Einaudi, 1969.

[6] Nota al Diario di guerra di Isaak Babel ne L’Armata a cavallo, Marsilio, Venezia, 2002, pag. 258.

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