LE CAUSE DELLA SCONFITTA

Dalla postfazione al testo “Millenovecentoventi, la ‘marcia sulla Vistola’ e la rivoluzione alle porte dell’Europa

Non è il caso di rievocare una sorta di dolchstosslegende[1] bolscevica, anche se negli avvenimenti che portarono alla sconfitta militare sulla Vistola è possibile individuare delle precise responsabilità.

Al momento della battaglia della Vistola, le linee di rifornimento dell’Esercito Rosso si erano allungate ed erano in pessimo stato, le comunicazioni tra i suoi comandi e i fronti erano ritardate in modo disastroso, i suoi telegrammi cifrati erano intercettati e decrittati dai polacchi.

Eppure, nonostante tutte queste carenze e difficoltà, una vittoria a Varsavia sarebbe stata possibile, se non probabile. Il morale delle truppe era alle stelle, dopo settimane di vittorie ininterrotte che ripagavano doppiamente le umiliazioni dell’offensiva polacca, e, sull’onda dell’entusiasmo, la stanchezza, tra soldati che combattevano quasi scalzi, non si era ancora fatta sentire. A Varsavia, per contro, regnava l’isteria. I diplomatici stranieri fuggivano, i rimpasti governativi si susseguivano giorno dopo giorno e le truppe erano notevolmente demoralizzate. Il piano di Tukhachevskij per la presa di Varsavia era ben congegnato: un movimento avvolgente da nord che avrebbe sfondato il fianco destro polacco e consentito di calare sulla capitale, mentre un attacco frontale avrebbe impegnato il grosso delle difese. È vero che i polacchi erano consapevoli di questa mossa perché avevano intercettato gli ordini sovietici e che quindi spostarono il grosso delle truppe a sud. È vero che anche i rossi avevano intercettato un telegramma che rivelava lo spostamento di forze dei polacchi e la direzione della loro controffensiva e che Tukhachevskij lo considerò un bluff. Ed è anche vero che se i polacchi avessero contrattaccato – come fecero – nello spazio fra il fronte ovest e quello sud-ovest, a fronteggiarli ci sarebbe stato solo il debole Gruppo di Mozyr. Ma tutto questo non avrebbe cambiato le sorti della battaglia se le truppe del fronte sud-ovest e la Prima Armata di cavalleria si fossero trovate dove era stato loro ordinato di trovarsi, per il momento in cui era stato loro ordinato.

Cerchiamo di fare una breve cronistoria delle comunicazioni tra l’Alto comando di S. S. Kamenev, il fronte ovest di Tukhachevskij e Smilga (Commissario politico) e il fronte sud-ovest di Egorov, Budënnyj, Voroscilov e Stalin (Commissario politico):

23 luglio –        Kamenev ordina a Egorov di portare l’ala destra del fronte sud-ovest a contatto con l’ala destra del fronte ovest entro il 4 agosto. La Konarmija e la XIV° Armata, dopo essersi coperte dalla parte di Lvov, dovevano concentrare i loro sforzi su un fronte ristretto e continuare le operazioni “nella direzione opportunamente decisa”. L’ultima frase di Kamenev è vaga ma non può esserci dubbio che la direzione fosse quella di Varsavia, e, se dubbio avesse potuto sorgere, sarebbe stato opportuno chiedere chiarimenti, che non furono chiesti.

23 luglio –        Kamenev ordina a Tukhachevskij di proseguire nell’inseguimento e di raggiungere la Vistola entro il 18 agosto, alla qual data “anche Varsavia doveva essere occupata”.

31 luglio –        In considerazione dei successi del fronte ovest e con il crescere delle speranze di vittoria, Kamenev decide di affidare a Egorov il compito di occuparsi anche di Vrangel, che dalla Crimea stava attaccando verso nord-nord-est. Kamenev chiede in successione tre divisioni da inviare contro Vrangel a Tukhachevskij, ma questi gliene concede una. Egorov chiede di spostare parte delle sue truppe del fronte sud-ovest per impiegarle contro Vrangel e Kamenev accetta di indebolire la XII° Armata (del fronte sud-ovest) a patto che il settore delle operazioni di quest’ultima passi sotto diretto controllo del fronte ovest, quindi di Tukhachevskij.

6 agosto –        L’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista russo, su iniziativa di Lenin, affida a Tukhachevskij il comando di tutto il fronte polacco. Tukhachevskij chiede il comando diretto della XII° Armata e della Konarmija per supportare la XVI° Armata, che costituisce la sua retroguardia.

10 agosto –      Tukhachevskij emana la direttiva per la “battaglia di Varsavia”. Il piano prevede l’attacco a nord per tagliare le comunicazioni polacche con Danzica e prendere alle spalle la capitale, contemporaneamente attacco frontale per varcare la Vistola e avanzata del Gruppo di Mozyr verso Deblin. La XII° Armata, indebolita dai trasferimenti, dovrà coprire la XVI°.

11 agosto –      Kamenev ordina a Egorov di dirigere i suoi sforzi verso Lublino e di far interrompere le operazioni della Konarmija su Lvov per dirigerla verso Zamosc. Egorov discute e propone invece che la migliore divisione della Konarmija venga separata e dirottata contro Vrangel e che la XIV° Armata (sempre del fronte sud-ovest) venga inviata a Zamosc al posto della Konarmija, che proseguirebbe le operazioni contro Lvov. Tukhachevskij non approva le proposte.

13 agosto –      Kamenev ordina inequivocabilmente a Egorov di interrompere le operazioni contro Lvov e di mettere entro le 12 del giorno successivo la XII° Armata e la Konarmija sotto il controllo operativo di Tukhachevskij. Per ottenere che i suoi ordini siano trasmessi da Egorov a Budënnyj, deve ricorrere alla minaccia.

14 agosto –      Egorov trasmette alla Konarmija l’ordine di passare al comando di Tukhachevskij, senza però ordinare che vengano sospese tutte le operazioni per la conquista di Lvov.

15 agosto –      Tukhachevskij ordina a Budënnyj della Konarmija e a Voskanov della XII° Armata di iniziare le operazioni necessarie a coordinare le loro truppe con le azioni previste dal suo piano per Varsavia. Budënnyj mette in dubbio la validità dell’ordine perché è firmato solo da Tukhachevskij – che ha spedito per sbaglio una copia non controfirmata – e chiede una conferma ufficiale.

16 agosto –      Budënnyj, senza attendere l’arrivo della conferma, continua a impegnare le sue truppe nella presa di Lvov.

17 agosto –      Arriva la conferma richiesta da Budënnyj, ma le sue truppe, non riescono a disimpegnarsi dai combattimenti intrapresi il giorno precedente, fino al 20 agosto. Stalin, comunque, si oppone all’ordine di passare sotto Tukhachevskij affermando che il trasferimento servirebbe solo a “…ritardare le cose e a creare inutili e dannosi ostacoli alle operazioni”[2]. Le operazioni a cui si riferisce sono quelle per la presa di Lvov, che non è mai stata ordinata.

Mentre il comando del fronte sud-ovest amplificava, con il suo ostruzionismo al limite dell’insubordinazione, i ritardi nella trasmissione degli ordini dell’Alto Comando, le operazioni di accerchiamento da nord di Tukhachevskij proseguivano, e il 14 agosto le sue truppe arrivavano a 23 chilometri da Varsavia. il 15 agosto il generale polacco Sikorski, che rischiava di essere preso alle spalle dall’assalto di Tukhachevskij, chiedeva a Piłsudski di anticipare di un giorno la prevista controffensiva da sud-ovest a nord-est. L’offensiva polacca inizia il 16 agosto, e il 18 agosto, attaccata di fianco e alle spalle, la XVI° Armata, il fianco destro di Tukhachevsky, si ritirava in disordine scoprendo il fianco delle altre armate. L’assalto polacco rischia di accerchiare le armate di Tukhachevskij, che non possono quindi più concentrarsi nell’attacco frontale né dare supporto all’attacco da nord. Il 20 agosto Budënnyj riesce a sganciarsi da Lvov e a incamminarsi finalmente verso Lublino, ma il 21 agosto Piłsudski ha già messo in ginocchio la XVI°, III° e XV° Armata, mentre la IV° è intrappolata al confine con la Germania. Ovviamente, non solo Budënnyj non arriva in tempo, ma il suo ritardo permette ai polacchi di affrontarlo con tutto comodo e con le forze necessarie, tanto che solo a prezzo di sanguinosi e accaniti combattimenti riesce a non farsi intrappolare.

I fatti parlano chiaro: Piłsudski lancia la controffensiva il 16 agosto e Kamenev aveva ordinato già il 23 luglio a Egorov di muoversi verso nord per congiungere le sue armate al fianco sinistro di quelle di Tukhachevskij entro il 4 agosto. Questo ordine non venne rispettato, e invece di “coprirsi” verso Lvov si preferì prenderla d’assedio perdendo tempo prezioso. In ogni caso, non tutto era perduto. Se Egorov avesse obbedito immediatamente all’ulteriore ordine di Kamenev – quello dell’11 agosto – di dirigere le sue truppe verso Lublino, in circa una settimana le armate del fronte sud-ovest avrebbero potuto raggiungere Deblin, e arrivare a minacciare il fianco destro dell’attacco principale di Piłsudski quando il suo successo non era ancora definitivo. In ogni caso, tra il 18 e 19 agosto, i giochi erano ancora aperti e Piłsudski sarebbe stato costretto a guardarsi le spalle, allentando la presa sul fianco sinistro di Tukhachevskij.

Nonostante tutte le acrobazie verbali che Stalin, Egorov, Voroscilov e altri lacché hanno profuso in seguito, non solo per giustificarsi, ma addirittura per addossare il fallimento esclusivamente a Tukhachevskij e Smilga, le responsabilità sono chiare. Talmente chiare che le posteriori affermazioni di Egorov sull’inutilità di un intervento anche tempestivo della Konarmija sono state smentite persino dal generale polacco Sikorski, certamente estraneo a qualsiasi lotta di fazione nel Partito comunista russo.

Trotsky, a proposito di questi avvenimenti, scrive nelle sue memorie che Stalin

Voleva, a qualunque costo, entrare a Leopoli [Lvov] nello stesso momento in cui Smilga e Tukhachevskij entravano a Varsavia. La gente ha di queste ambizioni![3]

Anche Victor Serge descrive l’episodio con parole simili

La direttiva dell’Ufficio politico fu categorica: un’altra armata, comandata da Voroscilov, Stalin e Budënnyj, operante più a sud, in Polonia, doveva appoggiare l’azione di Tukhachevskij. Ma Stalin e Voroscilov, per mettersi anch’essi in mostra con la conquista di una grande città, preferirono tentare di entrare essi stessi a Lvov.[4]

Non vogliamo certamente negare quelle che possono essere state le peculiarità caratteriali di Stalin, soprattutto se le tratteggia chi ha avuto modo di conoscerlo personalmente, tuttavia, un’interpretazione di eventi storici di una certa importanza che si fondi esclusivamente sulle caratteristiche psicologiche degli individui che ne sono stati protagonisti ci sembra discostarsi da una spiegazione in termini materialisti.

Pur non negando che abbiano svolto un ruolo, crediamo sia possibile individuare le dinamiche del fallimento della marcia su Varsavia del 1920 in cause più profonde di quelle che possono essere l’invidia, la meschinità o l’ambizione personale; tanto da non ritenere casuale il fatto che tra i protagonisti di quel fallimento ci fossero proprio gli elementi che pochi anni dopo proporranno e sosterranno la teoria del socialismo in un solo paese.

Non crediamo che sia possibile stabilire un confine netto che separi metafisicamente la rivoluzione socialista del 1917 dalla sua involuzione sfociata nella controrivoluzione staliniana. Né tantomeno possiamo ritenere che siano il 1924 (l’anno della morte di Lenin) o addirittura il 1926, a rappresentare lo spartiacque fondamentale tra un prima rivoluzionario e un dopo controrivoluzionario nel processo di rivolgimento sociale iniziato in Russia.

Da materialisti riteniamo che le oggettive spinte controrivoluzionarie siano inevitabilmente presenti fin dall’inizio in ogni processo rivoluzionario, a maggior ragione per quanto riguarda la Russia del 1917. La controrivoluzione è stata un processo molecolare disgregativo iniziato, se vogliamo, già il giorno dopo la presa del Palazzo d’Inverno. Dal momento che, a causa dell’ineguale sviluppo e delle contraddizioni ad esso inerenti, la rivoluzione socialista non può scoppiare contemporaneamente in tutte le aree fondamentali del mercato capitalistico mondiale il processo rivoluzionario non ha che due strade: avanzare o retrocedere fino alla dissoluzione.

Con lo scoppio della guerra civile e con l’inizio dell’intervento straniero per reprimere la rivoluzione, il potere rivoluzionario si trovò costretto a prendere misure di carattere politico e militare, imposte dalla situazione di estremo pericolo, che condizionarono profondamente l’economia russa. I provvedimenti di emergenza del comunismo di guerra di per sé non avevano assolutamente nulla a che vedere con misure di carattere socialista. Essi furono presi senza pianificazione, sotto la pressante sollecitazione degli eventi militari, e trasformarono quella russa in un’economia razionata da “fortezza assediata” su larga scala.

Le principali misure prese dal 1918 al 1921 furono:

  • Il passaggio dal controllo operaio alla direzione centralizzata di stato di pressoché tutte le grandi e medie industrie.
  • Il servizio di lavoro obbligatorio universale nelle industrie statizzate.
  • La requisizione dei prodotti agricoli eccedenti, e talvolta non eccedenti ma necessari, per alimentare la popolazione operaia delle città e per approvvigionare l’esercito rosso.

In questo periodo il denaro perse la sua funzione di equivalente generale delle merci. La remunerazione dell’operaio non era più legata al valore della sua forza-lavoro: il lavoro era diventato per necessità un servizio obbligatorio e il salario era sostituito da quelle razioni in natura che lo stato sovietico riusciva a corrispondere alla popolazione cittadina. Quando le razioni scarseggiavano poteva accadere che agli operai venissero corrisposti alcuni prodotti dell’industria nella quale erano impiegati, affinché potessero scambiarli con prodotti alimentari sul mercato nero. I canoni di affitto delle abitazioni nazionalizzate vennero aboliti per l’impossibilità di riscuoterli e il servizio dei trasporti nazionalizzati fu reso gratuito.

Si assistette così ad una parziale scomparsa della moderna economia di mercato, che non venne però sostituita da rapporti sociali superiori bensì dal razionamento generale e da forme di scambio primitive come il baratto, in una regressione verso diffusissime forme mercantili addirittura precapitalistiche.

Prima della guerra la produzione agricola russa, non industrializzata, anche se arretrata, era comunque produzione per il mercato, e stava ampiamente oltrepassando la fase dell’autoconsumo: i contadini lavoravano la terra per produrre un’eccedenza di prodotti da scambiare con prodotti industriali (beni di consumo e strumentali) sui mercati cittadini. La nazionalizzazione della terra con assegnazione della stessa ai contadini, operata dai bolscevichi, moltiplicò le unità economiche nelle campagne e la politica obbligata di requisizione delle derrate alimentari durante la guerra civile provocarono nel medio e lungo periodo una rottura del rapporto organico tra produzione e distribuzione.

Finché i contadini riconobbero la necessità di lasciare che i loro prodotti venissero utilizzati per sfamare un esercito che difendeva il loro diritto acquisito al possesso della terra, contro i tentativi di restaurazione degli ex latifondisti, il sistema, nonostante gli inevitabili attriti, poteva continuare. Con l’avvicinarsi della fine delle operazioni militari della guerra civile però, l’alterazione violenta della ripartizione degli oggetti di consumo da parte della dittatura del proletariato arrivò al suo punto critico: non potendo vendere le eccedenze sul mercato – sia perché tutte le eccedenze venivano requisite sia perché il baratto sul mercato nero veniva alternativamente punito e tollerato dal potere sovietico – i contadini passano dalla rivolta armata contro il potere rivoluzionario alla rinuncia a seminare i campi e ad allevare bestiame oltre le strette esigenze dell’autoconsumo famigliare. A questo punto, oltre al problema dell’ostilità politica contadina si presenta al potere sovietico quello della carestia e dell’impossibilità di sfamare le città.

Nel frattempo nelle città solo l’industria dei beni strumentali, convertita alle esigenze di armamento durante la Prima guerra mondiale, è ancora parzialmente in funzione. L’industria dei beni di consumo è invece nel più completo sfacelo per la mancanza di materie prime, per la fuga o il sabotaggio dei “tecnici”, e per la mancanza di manodopera dovuta alla disgregazione del proletariato urbano. Gli operai infatti sono schierati nell’esercito rosso sui fronti della guerra civile, nelle cariche amministrative sovietiche e di partito, oppure ritornano alle campagne da cui provengono per trovare quelle possibilità di sfamarsi che nelle città vengono meno.

Nel 1920 la Russia è economicamente al collasso. L’agricoltura è pressoché tornata all’autoconsumo e l’industria è praticamente inesistente. Le forze produttive sono regredite ad un livello precapitalistico. È pienamente confermata la teoria di Marx sulla dipendenza dei rapporti di distribuzione dai rapporti di produzione: nonostante alcuni dirigenti bolscevichi l’abbiano creduto, alla lunga non era possibile una distribuzione egualitaria o non-mercantile sulla base di una produzione non socializzabile perché arretrata, parcellizzata e preindustriale.

Su questa base economica poggiava il potere politico del partito rivoluzionario in Russia.

Durante la crisi della formazione economico-sociale capitalistica aperta dalla Prima guerra mondiale e durata grossomodo fino al 1923, il fallimento della rivoluzione internazionale non creò un corrispettivo, un retroterra economico e politico internazionale al rivolgimento politico avvenuto nella arretrata Russia.

Il potere politico rivoluzionario non poteva trasformare socialisticamente i rapporti di produzione in Russia. L’economia russa non avrebbe potuto continuare indefinitamente con il comunismo di guerra e avrebbe dovuto procedere inevitabilmente verso lo sviluppo dei rapporti capitalistici di produzione, ma questi rapporti non avrebbero potuto fare a meno di inserirsi nel quadro del mercato mondiale capitalistico e questo processo, presto o tardi avrebbe riassorbito il potere politico rivoluzionario ed espresso una forma politica ad esso corrispondente.  Nel 1921 l’adozione della NEP non fu altro che il riconoscimento di questo dato di fatto. Essa rappresentò oggettivamente la fine dell’alterazione nel rapporto fra produzione e consumo provocata dalla “economia di guerra”, e fu il rischioso tentativo di mantenere un potere politico rivoluzionario sulla base di un’economia capitalista, in attesa di una rivoluzione socialista internazionale che fornisse la possibilità materiale per una trasformazione socialista dei rapporti economici interni russi.

Finché al di fuori dei suoi confini fossero rimasti preponderanti economie e stati capitalistici e la rivoluzione internazionale non fosse riuscita a far saltare il quadro, la Russia rivoluzionaria sarebbe rimasta giocoforza invischiata nel sistema delle relazioni tra gli stati e nelle sue regole, e i suoi rapporti economici interni ve l’avrebbero costretta sempre di più.

Questo processo, iniziato già all’indomani della presa del potere, creava un crescente iato tra le spinte rivoluzionarie e la forza di riassorbimento del capitalismo mondiale, tra l’esigenza di promuovere e sostenere la rivoluzione internazionale e quelle della sopravvivenza di uno stato tra altri stati. Finché la situazione rimase fluida, a causa delle difficoltà oggettive dell’economia mondiale e delle compagini statali borghesi, le spinte rivoluzionarie prevalsero, ma comunque coesistettero sempre con le spinte in direzione opposta.

Se nel 1918-1919 il cordone sanitario “antibolscevico” e il sostegno attivo alle armate controrivoluzionarie avevano isolato economicamente e diplomaticamente la Russia dal resto del mondo, nel 1920 iniziarono le caute aperture da parte di alcune potenze dell’Intesa, promosse da quei rappresentanti della borghesia internazionale che più si rendevano conto che la pace e il commercio avrebbero operato contro la rivoluzione socialista con molta più efficacia delle armate bianche.

Se all’inizio del 1919 Lenin riteneva “inconcepibile che la Repubblica dei soviet continui ad esistere per un lungo periodo fianco a fianco con stati imperialistici”.[5]

Pochi mesi dopo Čičerin affermava che

Le relazioni con la Russia sono del tutto possibili nonostante le profonde differenze tra il regime della Gran Bretagna e quello della Russia… Il cliente e il fornitore britannico sono necessari a noi altrettanto quanto noi lo siamo a loro.[6]

Le esigenze della sopravvivenza di uno stato all’interno del sistema degli stati, finché questo sistema esisteva, non erano eludibili. Il problema si sarebbe presentato quando queste esigenze avessero prevalso su quelle dell’allargamento internazionale della rivoluzione socialista nell’influenzare la politica del partito e dello stato proletario.

All’inizio del 1920 le esigenze dello stato russo stavano iniziando a prevalere in quei “sondaggi diplomatici” e in quelle politiche che poi avrebbero trovato maggiore espressione nei successivi anni di stabilizzazione interna ed internazionale. Ma nell’estate di quell’anno, il risveglio rivoluzionario scatenato dalla guerra con la Polonia pose energicamente in secondo piano queste spinte all’integrazione e alla “coesistenza”. Le sopì, ma non le poteva annullare, ed esse continuarono a manifestarsi nel corso della guerra stessa, prima con la volontà di fermarsi a mezza strada quando l’Esercito Rosso aveva ricacciato i polacchi dall’Ucraina ed era arrivato alla frontiera della Polonia e poi sulle sponde della Vistola.

Nei febbrili giorni della marcia su Varsavia, il II° congresso dell’Internazionale comunista rifletteva questo risveglio rivoluzionario e l’entusiasmo per quella che si riteneva la prossima e certa estensione della rivoluzione all’Europa centrale. Si tagliò corto ad ogni tergiversazione con i partiti socialdemocratici in occidente e si fortificarono le mura dell’Internazionale con le 21 condizioni; si riconobbe la necessità di strappare le masse sotto il controllo degli esitanti centristi con alleanze tattiche mantenendo l’intransigenza strategica e programmatica; si contrapposero frontalmente il proletariato mondiale alla borghesia e le nazionalità oppresse alle potenze coloniali.

Già dal congresso dell’anno seguente, il fallimento dell’assalto rivoluzionario e l’apertura di un periodo di relativa stabilità, portarono ad una politica maggiormente indirizzata alla ricerca di alleati per lo stato russo, sia nei governi che nei partiti di massa dell’Occidente, i cosiddetti fronti unici.

Quando l’Esercito Rosso arrivò sul confine etnografico della Polonia si pose la questione se fermarsi, trattando la pace da condizioni vantaggiose, o avanzare, trasformando la guerra rivoluzionaria da difensiva a offensiva.

La posizione di Lenin fu chiara

Ci trovavamo di fronte ad un nuovo compito. Il periodo difensivo della guerra contro l’imperialismo mondiale era terminato, e noi potevamo e dovevamo approfittare della situazione militare per avviare una guerra offensiva. Li avevamo sconfitti quando ci avevano attaccato. Adesso avremmo cercato di attaccarli in modo tale da contribuire a sovietizzare la Polonia. Avremmo contribuito a sovietizzare la Lituania e la Polonia. […] dovevamo sondare con le baionette per scoprire se la rivoluzione sociale del proletariato fosse matura in Polonia.[7]

Trotsky fu contrario alla prosecuzione dell’avanzata. Molti anni dopo scrisse

[…] le  mie obiezioni avevano un carattere puramente pratico. Temevo che le masse lavoratrici della Polonia non avessero il tempo di insorgere (la rapidità di una guerra è di solito maggiore di quella di una rivoluzione) e ritenevo che sarebbe stato pericoloso per noi allontanarci troppo dalla nostra base. Gli avvenimenti hanno confermato la giustezza di questa previsione: la marcia su Varsavia fu un errore. Ma era un errore pratico, niente affatto un errore di principio. Se le condizioni materiali fossero state più favorevoli, il nostro primo dovere sarebbe stato di aiutare con le armi la rivoluzione polacca come qualsiasi altra rivoluzione.[8]

Trotsky in questo caso è forse troppo indulgente con se stesso. Dai suoi archivi emerge quanto in realtà la sua contrarietà, per quanto non assolutamente di principio, fosse determinata, oltre che da considerazioni militari, dalla preoccupazione politica di non compromettere quei rapporti diplomatici con le potenze occidentali che stavano iniziando a dare i loro frutti dall’inizio dell’anno.

Evidentemente le controspinte alla coesistenza permeavano il corpo rivoluzionario ai più alti livelli, ma se in Trotsky non prevalsero – infatti si allineò alla posizione di Lenin, che era favorevole all’offensiva rivoluzionaria – Stalin invece non si limitò ad esprimere le sue perplessità sull’opportunità di marciare su Varsavia – e infatti oppose dubbi sulla maturità rivoluzionaria del proletariato polacco, frutto probabilmente della sua “proverbiale” conoscenza del movimento operaio europeo –, ma pur facendo mostra di obbedienza ai deliberati dell’Ufficio politico e di Lenin, sabotò attivamente la campagna, decretandone il fallimento.

L’11 luglio 1920 Stalin aveva respinto l’idea di un’avanzata su Varsavia, definendola ridicola nel momento in cui Vrangel’ ancora minacciava gli eserciti sovietici alle spalle: una minaccia cui non si era ancora fatto fronte “…con speciali né efficaci misure contro il crescente pericolo…” […] Per Stalin, col successo di Vrangel, “i nostri successi sul fronte anti-polacco non possono essere duraturi”.[9]

Ed eccoci alle cause materiali dei fenomeni storici. Cause che trovano sempre i caratteri più degni di rappresentarle.

L’improvvisa minaccia interna alla sopravvivenza dello Stato russo costituita dall’offensiva di Vrangel’ diventava un problema di primaria importanza per tutte quelle forze che, anche all’interno della rivoluzione, avevano sempre considerato l’estensione internazionale del processo rivoluzionario qualcosa di secondario, se non addirittura di superfluo. E di fronte al pericolo di vedere distrutto lo stato russo, con il cui potere ci si identifica, i cui interessi si sente di dover difendere, la prospettiva che la vittoria della rivoluzione mondiale possa valere questo sacrificio non ha nessun significato.

Il nazionalismo grande-russo di Stalin e della sua cricca e la loro identificazione del socialismo con la grandezza della Russia, non furono che manifestazioni delle spinte alla normalizzazione, al pieno riassorbimento nel sistema capitalistico e nel sistema degli stati. L’esigenza di convogliare a nord le truppe di cui era Commissario politico per prendere Varsavia ed esportare la rivoluzione non poteva apparirgli tanto importante quanto dirottare queste truppe verso il Don, contro Vrangel’. Pertanto, tutte le ambiguità di cui fu protagonista, le incomprensioni degli ordini, i ritardi e l’ostruzionismo nella loro esecuzione o addirittura lo stabilimento autonomo di obiettivi militari come la presa di Lvov, non devono spiegarsi tanto con una psicologia malata quanto con il chiaro intento di lasciare che Tukhachevskij e la rivoluzione mondiale se la cavassero da soli, mentre il fronte sud-ovest veniva indirizzato verso un obiettivo militare meno lontano, che poteva essere considerato comunque parte della campagna. A giochi fatti, comunque si fosse conclusa la battaglia per Varsavia, le truppe di Stalin e Egorov sarebbero state le più vicine al fronte meridionale contro Vrangel’, l’unico che contasse davvero per costoro. Semmai, le personali caratteristiche dell’uomo Stalin hanno svolto un ruolo nella forma odiosamente ipocrita e strisciante che ha assunto la sua opposizione.

Lenin era perfettamente consapevole delle precise responsabilità nel sabotaggio di quella che era una possibilissima vittoria, e se non fa nomi e cognomi, poco ci manca

[…] dal momento che il Comitato Centrale aveva fissato la linea politica, dal momento che aveva deciso la posizione che doveva essere adottata da tutti gli organismi sovietici, dal momento che aveva definito i limiti oltre i quali il nostro comando non poteva agire: «Avete stabilito l’obiettivo di contribuire alla sovietizzazione, di oltrepassare la frontiera etnografica e di creare una frontiera con la Germania. Dal luogo in cui ci trovavamo, da Białystok, la strategia avrebbe potuto essere cambiata e la nostra situazione e i nostri compiti strategici modificati.» Si sarebbe potuto arguire che gli strateghi [non] avrebbero dovuto consacrarsi al conseguimento di quell’obiettivo. Ma le chiacchiere, i moventi e i sentimenti sono una cosa, e le decisioni un’altra. «Si può discutere, ma se tu, rispettabile Commissario del Popolo, non esegui quanto è stato deciso, verrai licenziato o spedito in prigione.» Se non fossimo stati consapevoli di questo, saremmo andati in pezzi molto tempo fa.[10]

Ciononostante, decise di non andare fino in fondo, probabilmente per difendere l’integrità del partito della rivoluzione in un momento critico che richiedeva il massimo sforzo unitario, dopo l’allontanarsi delle prospettive della rivoluzione in Europa 

[…] nel Comitato Centrale è prevalsa l’opinione che, no, non creeremo una commissione per studiare le condizioni dell’offensiva e della ritirata. Ci mancano le forze per studiare questa questione. Adesso abbiamo un gran numero di altri problemi che esigono delle soluzioni immediate. Non possiamo destinare a quel compito nessuna forza, neppure di second’ordine. E dobbiamo risolvere altri problemi, dei problemi molto complessi di politica e di strategia […].[11]

Lenin non si rese pienamente conto che i semi della controrivoluzione erano già nel terreno, e che avrebbero atteso nel sottosuolo le condizioni migliori per germogliare.

Continua…


[1] Termine tedesco traducibile con “leggenda della pugnalata alla schiena”, il mito con il quale i nazionalisti tedeschi attribuirono la colpa della sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale al crollo del cosiddetto fronte interno, dovuto al preteso disfattismo anti-nazionale delle correnti politiche tedesche democratiche e socialiste.

[2] Erikson J., Storia dello stato maggiore sovietico, Feltrinelli, 1963, pag.110.

[3] Trotsky L., La mia vita, Mondadori, Milano, 1976.

[4] Serge V., Ritratto di Stalin, Edizioni erre, 1944, pag. 43.

[5] Carr E. H., La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Einaudi, Torino, pag. 939.

[6] Ibidem.

[7] Lenin, Rapporto politico del CC alla IX Conferenza del PC(b)R, 22 settembre 1920, in Il significato internazionale della guerra contro la Polonia, Prospettiva marxista.

[8] Trotsky L., La difesa dell’URSS e l’Opposizione, 7 settembre 1929, in Scritti 1929-1936, Mondadori, 1968, pag. 138.

[9] Erikson J., Storia dello stato maggiore sovietico, Feltrinelli, 1963, pagg. 110 e 675.

[10] Lenin, Rapporto politico del CC alla IX Conferenza del PC(b)R, 22 settembre 1920, in Il significato internazionale della guerra contro la Polonia, Prospettiva marxista.

[11] Ibidem.

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