Henryk Grossmann – LETTERA A PAUL MATTICK

Pubblichiamo, per il suo interesse, una lettera già apparsa in appendice al testo di Henryk Grossmann “Marx, l’economia politica classica e il problema della dinamica”, edito da Laterza nel 1971.

                                                                    Francoforte sul Meno, 21 giugno 1931

Caro compagno,

La ringrazio molto per la sua lettera e le informazioni che mi dà. Se rispondo solo ora, ciò è dovuto al fatto che collaboro alla quarta edizione del Dizionario di economia di Elster molto diffuso in Europa, che sono pressato da termini di consegna molto stretti e recentemente ho dovuto consegnare saggi su Jules Guesde, Alexander Herzen, Hyndman e attualmente sto lavorando all’importante saggio sull’”Internazionale” (I, II, II e mezzo, III). È un compito importante. In quest’opera borghese ma molto letta io sono l’unico rappresentante dal punto di vista rivoluzionario del proletariato. L’opera viene letta da migliaia di redattori, studenti, funzionari ecc. come fonte di informazioni e consultazione. Non mi è consentito trascurare una simile possibilità di esercitare un’influenza.

Ancora qualche parola sul nostro istituto. È un istituto universitario neutrale, accessibile a chiunque. La sua importanza consiste nel fatto che esso raccoglie per la prima volta tutto ciò che concerne il movimento operaio nei più importanti paesi del mondo. Soprattutto fonti (atti congressuali, programmi di partito, statuti, giornali e riviste). Sull’America e gli Stati Uniti possiamo naturalmente raccogliere solo le opere più importanti. Ci orientiamo in base al titolo del libro, alle sue dimensioni, alle recensioni su di esso pubblicate, alla casa editrice. Chi si propone di studiare la realtà americana deve comunque recarsi in America. Ciò nonostante siamo interessati a opuscoli importanti, e Le saremmo particolarmente grati se potesse darci una mano in questo senso. FornirLe un quadro di ciò che possediamo è troppo complicato. Abbiamo molto, anche se si tratta quasi esclusivamente di libri di una certa dimensione; mi mancano gli opuscoli, i manifesti, i giornali di fabbrica, foto di personalità importanti del movimento operaio, le loro lettere (che raccogliamo a parte nella nostra sezione manoscritti). Chi oggi in Europa occidentale vuol scrivere qualcosa sulle correnti del movimento operaio, deve venire da noi, poiché siamo l’unico centro di raccolta del genere.

E ora veniamo a quella che per me è la cosa più importante: il mio lavoro teorico. Ciò che mi dice sul mio libro [1] e sull’attenzione che ha suscitato negli Stati Uniti mi fa molto piacere. Mi rallegra in particolare il fatto di sapere che ha suscitato interesse negli ambienti operai. Ovviamente sono interessatissimo a una traduzione anglo-americana. È facile trovare un traduttore; molto più problematico è trovare un editore per un libro che affronta il problema del crollo del capitalismo. Personalmente rinuncerei volentieri a ogni onorario ecc., per facilitare una rapida pubblicazione dell’edizione inglese. Mi limiterei a esigere un piccolo numero di copie del volume. Apporterei anche una modifica, nel senso che nell’edizione inglese del libro vorrei analizzare criticamente il libro di Mitchell, in quanto per l’America è importante fare i conti con il noto rappresentante della teoria economica borghese americana. In secondo luogo volevo chiederLe se non sarebbe opportuno pubblicare innanzitutto il mio piccolo lavoro programmatico sulla Modificazione del piano di stesura del “Capitale” di Marx. Il “piano” apparirà in ottobre sulla seconda edizione da Hirschfeld a Lipsia. Si tratta di un’indagine metodologica che però è di fondamentale importanza per la comprensione della principale opera marxiana, ed essa susciterebbe anche interesse per il grande libro.

E ora veniamo alla teoria. Il saggio inglese che mi è stato inviato ha sottolineato correttamente i punti centrali. Non vorrei però suscitare l’impressione di dedurre la tendenza al crollo dallo schema di Bauer. Nel libro sottolineo infatti che lo schema di Bauer è irreale. Proprio questo risulta dal mio scritto metodologico sul “piano” del Capitale; Bauer formula dei presupposti irreali, sbagliati, e volevo semplicemente condurre ad absurdum le sue idee attenendomi al suo schema. Qualcuno ha detto ironicamente contro di me, che nel mio libro il capitalismo non crolla in seguito alla miseria degli operai, bensì in seguito alla miseria dei capitalisti. Questa obiezione non colpisce me, bensì Bauer. Ciò risulta dal suo schema, poiché presuppone che tutt’al più i capitalisti accumulano nella misura del 10% all’anno e gli operai ottengono un salario che cresce annualmente del 5%. Nella realtà questi presupposti non sono dati. Proprio tra capitalisti e operai si combatte per la spartizione del plusvalore. Per assicurare entrambi non basta un livello sufficiente dei salari e l’accumulazione necessaria. Una cosa può aver luogo soltanto a spese dell’altra. Di qui l’accentuarsi delle lotte di classe. La situazione negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Germania proprio con la sua evoluzione degli ultimi due anni conferma al cento per cento questa diagnosi. Io non affermo che il plusvalore diminuisce [2]. Esso può anche aumentare. Ciò nonostante è insufficiente, poiché l’accumulazione (esigendo una composizione organica sempre crescente) inghiotte una parte sempre più grande del plusvalore. La cosa migliore è illustrare graficamente quest’idea:

La dimensione del capitale nel 1900 (riquadro piccolo) è cresciuta fino al 1931; in pari tempo è cresciuta anche la composizione organica. Anche il plusvalore dal 1900 (linea A-B) al 1931 è cresciuto fino a raggiungere la grandezza C-D. Ma perché aumenti la composizione organica nel capitale accresciuto, una quantità relativamente sempre più grande della massa del plusvalore deve venir impiegata per fini di accumulazione. La parte consumabile del plusvalore, la parte destinata agli operai in più (av) e quella destinata al consumo dei capitalisti stessi (k), diviene sempre più piccola sia relativamente sia in assoluto: nel 1900 è pari a E-B, nel 1931 soltanto a F-D. Se agli operai va la quota tradizionale av, non ne avanza a sufficienza per i capitalisti. Se questi ultimi intendono assicurarsi la loro quota k, non ne avanza a sufficienza per gli operai. Sorge una situazione oggettivamente rivoluzionaria: il sistema rivela di non essere più in grado di assicurare le condizioni di vita della popolazione. In seguito a questa situazione oggettiva e attraverso di essa la lotta di classe si acuisce, alla situazione oggettiva si aggiunge cioè solo in questa fase di sviluppo il fattore soggettivo, il fatto che la classe operaia con la sua lotta di classe è in grado di abbattere il sistema. Ovviamente sono ben lungi dal ritenere che il capitalismo è destinato a crollare “da sé” o “automaticamente”, come affermano in polemica con il mio libro Hilferding e altri socialisti (Braunthal). Esso può venire abbattuto solo attraverso la lotta di classe della classe operaia.

Ma io volevo mostrare che la lotta di classe da sola non basta. Non basta la volontà di abbattere. Nelle fasi iniziali dello sviluppo capitalistico una simile volontà non può neppure sorgere. Essa sarebbe operante anche senza una situazione rivoluzionaria. Solo nelle fasi finali dello sviluppo sono date le condizioni oggettive che creano i presupposti di un intervento coronato da successo, vittorioso della classe operaia. In quanto marxista dialettico so ovviamente che entrambi i lati del processo, gli elementi oggettivi e quelli soggettivi si influenzano reciprocamente. Questi fattori si fondono nella lotta di classe. Non si può “aspettare” finché siano dapprima date le condizioni “oggettive” per poi, soltanto allora, lasciare agire le condizioni “soggettive”. Sarebbe una concezione meccanica insufficiente, che mi è estranea. Ma ai fini dell’analisi devo applicare il procedimento astratto che consiste nell’isolare singoli elementi, per mettere in luce le funzioni essenziali di ogni elemento. Lenin parla spesso della situazione rivoluzionaria che deve oggettivamente essere data come presupposto dell’intervento vittorioso attivo del proletariato. La mia teoria del crollo non mira a escludere questo intervento attivo, ma si propone piuttosto di mostrare in quali condizioni una tale situazione rivoluzionaria data oggettivamente possa sorgere e sorga.

Lo schema di Bauer è insufficiente per diversi motivi: esso assume una relazione del capitale costante e con il capitale variabile destinato ai salari di 200.000 : 100.000 annue, mentre nella realtà il capitale costante pro capite dell’operaio è pari a otto o dieci volte il suo salario annuo. Se si inseriscono nello schema di Bauer tutti gli elementi che egli ha trascurato, l’idea del crollo si palesa con chiarezza ancora maggiore. Io volevo mostrare che anche da questo schema molto erroneo risulta il crollo e non l’equilibrio. Non ho però affatto inteso identificarmi con questo schema di Bauer.

Quanto alle domande che mi sono state rivolte, intendo innanzitutto precisare che mi contrappongo alla concezione che del “capitale finanziario” ha Hilferding, ma non a quella che di esso ha Lenin. Le due concezioni sono fondamentalmente diverse. Per capitale finanziario Hilferding intende il capitale bancario; egli non si chiede chi stia dietro questo capitale bancario. Io combatto questa concezione del ruolo decisivo del capitale bancario. Lenin per capitale finanziario intende invece non il capitale bancario, bensì la fusione del capitale monopolistico, soprattutto del capitale industriale, con il potere statale e la politica statale che sono uno strumento di questo capitale. È una cosa del tutto diversa. Che le banche siano i mediatori nell’espansione del capitale è chiaro. Ma ci si deve chiedere se ad esempio i banchieri americani svolgano il ruolo principale nella vita economica dell’America, se decidano l’indirizzo della politica di espansione americana, o se invece siano soltanto gli organi dei magnati dell’industria che hanno i loro rappresentanti nelle amministrazioni delle banche. Nel mio libro ho tentato di sostenere (certo solo succintamente) che negli stadi iniziali dello sviluppo industriale il capitale bancario svolga un’influenza autonoma. Nello stadio progredito sono i magnati dell’industria che controllano praticamente le banche. Concordo con il fondamentale ruolo del capitale finanziario in senso leniniano, in quanto anch’egli – proprio come faccio io – non parla del “capitale bancario”, ma viceversa dell’industria che controlla lo stato e la sua politica.

Questa lettera è già diventata troppo lunga. Devo concluderla. In una prossima lettera risponderò alle altre domande che mi pone. Ho appena ricevuto il numero 5 del “Chicagoer Arbeiter Zeitung” con la recensione del mio libro, e sono contento di vedere che già nel titolo Lei mette in luce la giusta idea di fondo del libro, in relazione con il mio capitolo sulla teoria del salario. Il compagno Kristen Svanum vi sfiora anche la questione da me trattata delle controtendenze. Sono esse in grado di sormontare sempre di nuovo le crisi? Io non mi sono sottratto a questa domanda. In parte l’ho già trattata nel mio libro, in parte essa rientra nel II volume.

  1. Come mezzo per attenuare e rispettivamente superare la crisi, menziono ad esempio la riduzione dei salari. In pari tempo sottolineo però che questa controtendenza non può perdurare “in eterno”. A pagina 190 dico che essa ha limiti ristretti, e cito addirittura John Stuart Mill, il quale di ciò si era reso conto già nel 1848.
  2. A pagina 348 esamino come controtendenza “l’esclusione del profitto commerciale”. Mostro che in Germania, in certi rami, l’esclusione del commercio all’ingrosso ha raggiunto il 50% e più. Anche questa controtendenza è limitata nel tempo. L’esclusione del profitto nel commercio all’ingrosso può esser spinta fino al 60, 80, 90%. Ma più del 100% non si può escludere. Una volta raggiunto questo limite, la controtendenza cessa di operare.
  3. A pagina 317 tratto come controtendenza la riduzione del tempo di rotazione, e in particolare a pagina 321 la riduzione delle scorte di magazzino. Con la riduzione delle scorte di magazzino si accresce la redditività. Ma questa riduzione ha i suoi limiti. Se vengono oltrepassati, ne risente la continuità del processo di produzione. Marx lo ha mostrato nel secondo volume del Capitale nelle sezioni dedicate alle scorte, e nel corso della crisi attuale ciò è stato confermato con molta precisione in Germania, tanto che l’organo dell’industria pesante “Deutsche Bergwerkszeitung” (Düsseldorf) in un articolo su Il problema delle scorte (10 novembre 1929) accenna ai limiti della razionalizzazione attuata con la riduzione delle scorte. Se le scorte sono insufficienti, l’industria lavora a strappi, nel momento in cui esiste una domanda immediata, invece di lavorare in modo continuo ecc.

Il compagno Svanum non ha tenuto conto di questi limiti delle controtendenze. Dal canto mio, tratterò più diffusamente e sistematicamente questo problema nel secondo volume. In questo contesto va tenuto presente anche il problema teoricamente molto complesso e finora mai trattato dalla letteratura marxista della deduzione dei prezzi di produzione dai valori (sotto la spinta alla realizzazione del saggio di profitto medio) e dell’influsso che i prezzi di produzione esercitano sulla tendenza al crollo.

Con i migliori saluti

Henryk Grossmann


[1] H. Grossmann, La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalista, pubblicato nel 1929.

[2] A questo proposito ci sembra fantasiosa, se non dettata da una vera e propria incomprensione totale del testo di Grossmann La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalista, quanto scrive A. Cervetto (qualificando peraltro il teorico marxista polacco come “acuto sottoconsumista” e “sottosviluppista conseguente”): “Per Grossmann, il SOTTOCONSUMO del PROLETARIATO non permette un aumento della PRODUZIONE e, quindi, di un ulteriore CONSUMO. Insomma si restringe il realizzo del PLUSVALORE al punto che non si alza la composizione organica del capitale…”. A. Cervetto, Opere complete, 2015, Vol. 6.

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