Henryk Grossmann – RECENSIONE DE “LA GUERRA CIVILE NEGLI STATI UNITI” DI KARL MARX E FRIEDRICH ENGELS

Traduzione dall’inglese di Rostrum (settembre 2020). Tratta da Henryk Grossman, Essays and Letters on Economic Theory, Haymarket Books (9 gennaio 2020), a cura di Rick Kuhn.

Pubblichiamo la traduzione di uno scritto del 1938 dello studioso marxista Henryk Grossmann a proposito della pubblicazione negli USA degli articoli e delle lettere di Marx ed Engels sulla guerra civile americana.

Riteniamo importante riproporre un aspetto della vasta analisi materialistico-storica delle secolari origini del conflitto razziale negli Stati Uniti, che affonda le sue radici nella struttura schiavistico-capitalistica delle colonie americane, per contribuire alla comprensione delle tensioni odierne e per meglio afferrare il senso della magistrale formulazione marxiana del rapporto tra classi ed etnia in seno alla società capitalista: “Il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi là dove è marchiato a fuoco in pelle nera.” Formulazione che a nostro vedere ben sintetizza una corretta impostazione rivoluzionaria della questione nera in America, e che potrebbe essere appaiata alla parola d’ordine “le vite proletarie contano”.

D’altra parte la recensione di Grossmann ci sembra utile anche a rimarcare l’assoluta imprescindibilità dell’analisi economica marxista, della sua individuazione delle leggi di movimento specifiche della formazione economico-sociale capitalistica (e non solo), per la comprensione delle dinamiche politiche, militari e ideologiche, operanti a livello sovrastrutturale. Gli articoli di Marx ed Engels sulla guerra civile americana stanno a dimostrare la fondamentale diversità tra l’approccio del materialismo storico alla politica internazionale e quello delle varie scuole borghesi, più o meno realiste. Non tanto dunque una presunta “scienza marxista delle relazioni internazionali” quanto un’analisi complessiva della formazione economico-sociale che permette la comprensione delle dinamiche della sovrastruttura, negli Stati e fra gli Stati, ancorandola saldamente all’indagine della determinazione strutturale; utilizzando le peculiari categorie concettuali scoperte da Marx ed Engels, piuttosto che definizioni come “bilancia di potenza” e simili, prese a prestito dalla saggistica borghese.

***

Marx, Karl and Friedrich Engels 1937, The Civil War in the United States, pubblicato da Richard  Enmale,  New York: International Publishers.

Il libro contiene la prima ristampa di sette articoli di Marx sulla guerra civile americana apparsi sulla New York Daily Tribune dal 18 settembre 1861 all’11 gennaio 1862, più altri 35 articoli apparsi sulla Wiener Presse ed estratti dalla famosa corrispondenza tra Marx e Engels dal 1860 al 1866. La seconda parte, quella della Wiener Presse, è di gran lunga la più interessante e la più preziosa teoricamente e storicamente.

Fin dall’inizio, Marx si schierò dalla parte della “repubblica borghese” del Nord contro l’oligarchia schiavista del Sud a causa della sua convinzione che la completa abolizione della schiavitù fosse la condizione preliminare per l’emancipazione della classe operaia americana:

“Il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi là dove è marchiato a fuoco in pelle nera”.[1]

Inoltre, la schiavitù e le sue intrinseche tendenze espansionistiche limitavano le possibilità per il capitale industriale del nord e quindi lo sviluppo del proletariato industriale. Per queste ragioni, Marx affidò alla vittoria del Nord le più alte speranze per il futuro del movimento operaio.

Il contenuto degli articoli di Marx su entrambi i giornali affronta tre temi: la dimensione politica, quella militare e quella economica della guerra civile.

1. La maggior parte, forse i due terzi dello spazio, è dedicata alle questioni politiche all’ordine del giorno, al rapporto dell’Inghilterra con l’Unione: giornalismo quotidiano. Ma quale tipo di giornalismo! Il lettore rimane stupito dalla ricchezza, dalla velocità e dalla precisione delle informazioni del corrispondente londinese che valuta tutte le argomentazioni degli oppositori sulla base dei fatti, dei rapporti consolari, del movimento dei prezzi di borsa e delle statistiche; corregge i falsi resoconti; valuta, in un periodo di dispute legali internazionali, le posizioni del governo inglese secondo la letteratura sul diritto internazionale e, nel fare ciò, utilizza le informazioni provenienti da tutta la gamma della stampa grande e piccola del Nord America, come anche da numerosi giornali secessionisti del Sud; e ritrae con straordinaria consapevolezza le motivazioni che stanno dietro alle azioni di tutte le personalità che entrano nella scena politica e militare.

Marx attacca l'”umanità inglese” in modo particolarmente pungente. In contrasto con il “vero popolo inglese” che considera la causa dell’Unione Americana come propria, come una questione di libertà, la stampa londinese sostiene di non poter simpatizzare con il Nord perché il Nord non sostiene l’emancipazione dei neri con sufficiente serietà! Allo stesso tempo, però, questa stessa stampa denuncia il proclama di emancipazione dei neri da parte del Nord come un “disperato espediente” e attacca il “ripugnante e terribile” appello ad un’insurrezione generale degli schiavi contro i loro padroni in modo particolarmente tagliente.

2. Per Marx la schiavitù era la questione centrale. Essa non fu solo la causa immediata della guerra, ma per più di mezzo secolo ha determinato la storia interna dell’Unione e le battaglie parlamentari che sono culminate nella Guerra Civile. Grazie all’alleanza con i democratici del Nord, la schiavocrazia del Sud riuscì ad aprire sempre più aree alla schiavitù, al di là del confine che era stato legalmente stabilito nel primo Congresso costituzionale del 1789-90. Così andò con il cosiddetto Compromesso del Missouri del 1820, come anche nel 1854, e infine nel 1857, con un’interpretazione della Costituzione da parte della Corte Suprema, che permise di introdurre la schiavitù anche negli Stati precedentemente liberi, contro la volontà dei coloni. In questo modo la schiavocrazia del Sud riuscì a far sì che l’Unione la servisse, diventando “schiava di 300.000 schiavisti”. La questione della democrazia in relazione al centralismo divenne semplicemente un velo per la difesa degli interessi della schiavocrazia.

A causa della pressione del Sud, tendenze simili a quelle della politica interna si manifestarono anche nella politica estera. Già nel 1851 la schiavocrazia affamata di terra reclamava l’acquisizione e, in caso questa fosse respinta, l’occupazione armata dell’isola spagnola di Cuba. Essa fu la forza trainante dell’occupazione del Messico settentrionale nel 1857-9 e anche delle “spedizioni piratesche” contro il Nicaragua e altre regioni dell’America centrale.

È comprensibile come questa tirannia del Sud abbia suscitato in misura crescente l’opposizione del Nord, che abbia portato alla formazione del Partito Repubblicano e, infine, alla vittoria di Lincoln nella campagna presidenziale del 1860, in cui una delle principali richieste dei repubblicani era la limitazione della schiavitù ai territori originariamente determinati dalla Costituzione. A questo punto, non esistendo più la prospettiva di trasformare nuovi territori liberi in regioni schiaviste, per il Sud l’Unione perse il suo valore. Le conseguenze immediate furono la secessione del Sud dall’Unione, la proclamazione dell’indipendenza e infine l’inizio della guerra contro il Nord da parte dei secessionisti.

Cosa significava questa guerra? Quello che la secessione chiamava il “Sud” comprendeva tre quarti della precedente area dell’Unione e comprendeva – come dimostra Marx in una dettagliata analisi dei rapporti demografici nei singoli Stati – molte regioni, i cosiddetti Stati di confine, in cui la schiavitù non esisteva affatto o solo sporadicamente, e dove la grande maggioranza della popolazione parteggiava per l’Unione. In queste circostanze, la secessione e la guerra contro il Nord non rappresentava una guerra difensiva per lo status quo, quanto piuttosto una guerra di conquista di regioni fino ad allora libere, adatte all’insediamento di piccoli contadini, per trasformarle in regioni schiaviste. E ancora di più. La secessione del Sud, una volta compiuta, avrebbe tagliato fuori dall’Atlantico e dal Pacifico le regioni agricole più fertili del Nord e le avrebbe costrette, sotto la pressione dei loro interessi economici, ad unirsi anch’esse ai secessionisti. La secessione del Sud avrebbe così portato alla dissoluzione de facto dell’intera Unione e alla riorganizzazione del suo intero territorio su basi schiaviste e sotto il controllo dell’oligarchia del Sud. Non era difficile prevedere che, in questo caso, il tenore di vita della classe operaia bianca del Nord sarebbe stato gradualmente ridotto al livello di quello degli schiavi.

In opposizione a questo stato di cose la formulazione della questione da parte di Marx era incentrata sul seguente problema primario:

Qual era il motivo dei continui sforzi espansionistici dei territori schiavisti? Marx tratteggia la legge di movimento dell’economia schiavista capitalista. Quest’ultima, per essere precisi, non si identifica semplicemente con la schiavitù dell’antichità, ma è invece integrata nel sistema capitalistico del profitto, nel quale la produzione non è finalizzata al consumo quanto al mercato mondiale. La schiavitù dei neri negli USA è il prodotto dello sviluppo capitalistico del Nord America, in particolare della crescita della coltivazione del cotone, del tabacco e dello zucchero nelle piantagioni[2]. La tratta degli schiavi, vietata per legge dal 1808, permaneva di fatto e fece grandi progressi proprio negli anni immediatamente precedenti la guerra civile.

I proprietari di schiavi del Sud sapevano che se l’economia schiavista fosse rimasta limitata ai propri confini legali, cioè ai 15 Stati nei quali già esisteva, e se non ci fossero state possibilità di espansione, essa presto o tardi, ma con inevitabile necessità, si sarebbe estinta. La coltivazione del cotone, del tabacco, dello zucchero, ecc. in piantagioni destinate all’esportazione, era redditizia solo grazie a terreni naturalmente fertili, coltivati con un’agricoltura estensiva, cioè solo sulla base del lavoro degli schiavi. Dopo alcuni anni di tale agricoltura estensiva, la terra si esauriva e gli Stati erano costretti a passare dalla coltivazione di beni agricoli da esportazione all’allevamento di schiavi come beni da esportazione. Una volta raggiunto questo punto, l’assunzione di nuovi territori come mercati di esportazione, nei quali questi schiavi potevano essere utilizzati nell’agricoltura delle piantagioni, era inevitabile. In questo modo, ad esempio, il Maryland e la Virginia si trasformarono rapidamente da regioni che esportavano beni agricoli in regioni che esportavano schiavi. La legge di movimento dell’economia schiavista è che la costante espansione del suo territorio costituisce la condizione vitale della sua sopravvivenza. La creazione di nuovi Stati schiavisti non era semplicemente la base del potere economico dell’oligarchia meridionale, ma anche, allo stesso tempo, la base della sua influenza politica sul Senato e quindi della sua egemonia sull’intera Unione. Costringere nuovamente la schiavitù nel territorio originario determinato dalla Costituzione – il principale punto programmatico del Partito Repubblicano di Lincoln – avrebbe necessariamente portato all’estinzione totale della schiavitù e quindi al crollo dell’egemonia economica e politica dell’oligarchia del Sud.

Secondo la presentazione fattane da Marx, tutte le lotte tra il Sud e il Nord ruotavano esclusivamente intorno alla questione degli schiavi! Non si trattava solamente della questione se i neri negli Stati schiavisti esistenti dovessero essere emancipati, ma anche se i 20 milioni di persone libere del Nord dovessero continuare ad essere assoggettati ai 300.000 schiavisti del Sud! Si trattava di una lotta inevitabile tra due sistemi sociali che non potevano più coesistere pacificamente, perché la sopravvivenza dell’uno era possibile solo in virtù della sua vittoria sull’altro!

3. Il lato puramente militare dei resoconti di Marx, ai quali Engels ha collaborato mostrando la propria competenza come teorico di questioni militari, può essere qui omesso. È interessante notare, tuttavia, che mentre Engels nutriva dubbi sulla vittoria del Nord, dopo le prime sconfitte degli eserciti dell’Unione, Marx, nella sua valutazione della situazione – per quel che riguardava il più alto grado di sviluppo delle forze produttive del Nord in generale e, in particolare, a causa della superiorità individuale di ogni suo singolo uomo – non dubitò nemmeno per un minuto della superiorità militare del Nord.

Seguono le opinioni di Marx sul perseguimento politico della guerra (lettere alla Wiener Presse del 3 marzo e del 9 agosto 1862). L’azione militare non può essere separata dagli aspetti politici: il perseguimento militare e quello politico della guerra sono indissolubilmente legati. Se questo è valido per ogni guerra, lo è ancora di più per la guerra civile. Questa può essere vinta solo mediante l’applicazione di metodi rivoluzionari che annientino l’avversario, non solo militarmente ma anche economicamente e socialmente, in quanto classe. Il Nord invece si sforzò, inizialmente e per molto tempo, di attenersi a mezzi “legali”, costituzionali e, certamente, anche in considerazione dei “leali” proprietari di schiavi degli Stati schiavisti di confine rimasti fedeli al Nord. Non voleva spingere questi elementi nelle file della secessione abolendo la schiavitù. L’atteggiamento indeciso del governo ha anche colorato il corso militare della guerra. Gli Stati di confine riuscirono ad assicurarsi che le leggi sulla fuga degli schiavi venissero rafforzate, il che rese impossibile per i neri entrare nei ranghi degli eserciti del Nord.

D’altra parte, anche l’esercito venne defraudato del suo spirito rivoluzionario dall’atteggiamento indeciso del governo. I suoi movimenti furono in gran parte inibiti dalla posizione politica del corpo degli ufficiali. Molti ufficiali del Nord erano legati agli ufficiali del Sud da legami di amicizia o di famiglia. Tranne una grande sconfitta, [George B.] McClellan, che fu nominato comandante in capo per via dell’influenza del Partito Democratico, non temeva nulla di più di una grande vittoria, secondo Marx. Egli non desiderava la sconfitta del Sud o l’abolizione della schiavitù, ma prevedeva piuttosto la restaurazione dell’Unione sulle sue vecchie basi, come esisteva prima della guerra civile.

Solo la considerazione per i proprietari di schiavi degli Stati di confine impedì a Lincoln di usare mezzi più radicali. Egli cercò di evitare una rottura aperta con gli Stati di confine e all’inizio si sforzò di spingerli ad abolire la schiavitù volontariamente. Solo le sconfitte subite dall’esercito dell’Unione e la crescente pressione degli Abolizionisti contribuirono a convincere Lincoln della necessità di ricorrere a misure più radicali. D’altra parte, la guerra stessa portò ad un forte cambiamento strutturale nella composizione sociale degli Stati di confine. Ad ogni vittoria del Nord, i più attivi schiavisti emigrarono con i loro schiavi al Sud, per preservare i propri beni. Negli Stati di confine rimasero solo gli schiavisti “moderati”, il che rendeva superflua ogni considerazione nei loro confronti. Ciò portò alla fine della fase “costituzionale” della conduzione della guerra, che fu di fatto sostituita da misure rivoluzionarie che cercarono di frantumare economicamente l’avversario e di colpire la sua base sociale. In primo luogo (giugno 1862), la schiavitù fu abolita in tutti i “territori” dell’Unione. Poi seguì la parziale abolizione della schiavitù negli Stati ribelli, quando, nel settembre 1862, fu emanato il proclama che prometteva la libertà a tutti i neri negli Stati ribelli, non appena fossero caduti nelle mani degli eserciti repubblicani. Infine, ai neri emancipati fu permesso di combattere nell’esercito dell’Unione contro il Sud, in unità militari autonome, con le armi in pugno. Con l’Atto di Confisca del 1862, il Congresso autorizzò il Presidente a confiscare le terre e gli altri beni dei Confederati.

Queste misure rivoluzionarie nei fatti accelerarono l’esito della guerra civile. L’Unione pose vittoriosamente fine alla guerra. Ma il problema principale, per la cui soluzione si era combattuta la Guerra Civile, non fu risolto. I neri avevano combattuto per la loro libertà negli eserciti dell’Unione con le armi in pugno. Alla fine della guerra civile, 200.000 neri erano attivi nell’esercito dell’Unione. Quattro milioni di neri nel Sud si aspettavano che il governo distribuisse la terra su cui avevano lavorato per così tanto tempo o, almeno, che la vendesse loro a buon mercato. Il Sud avrebbe potuto diventare una regione di piccoli agricoltori. Queste speranze furono rapidamente infrante. Dopo l’assassinio di Lincoln, durante la presidenza del suo successore [Andrew] Johnson, ci fu un ricompattamento dei rapporti di classe, che impedì la realizzazione di un programma radicale e impose la ricostruzione sulla base di un’alleanza tra la piccola borghesia del Nord e l’oligarchia del Sud.


[1] K. Marx, Il capitale, Utet, 2009, libro I, p. 329.

[2] Fino al 1660 la schiavitù esisteva solo di fatto, ma non legalmente, ed era numericamente poco significativa. Nel 1715, gli schiavi neri costituivano già un terzo della popolazione.

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