Roman Rosdolsky – LA CRITICA DI ROSA LUXEMBURG ALLA TEORIA MARXIANA DELL’ACCUMULAZIONE

Riproponiamo, per il suo interesse, un importante testo dello studioso marxista Roman Rosdolsky, pubblicato nel volume Genesi e struttura del “Capitale” di Marx, Laterza, Bari, 1971.

La nostra digressione su R. Hilferding ha messo in evidenza quale uso la teoria marxista ufficiale in Germania abbia saputo fare degli schemi della riproduzione del Libro II [del Capitale]. Per quanto questa teoria si atteggiasse a radicale ed “ortodossa”, la sua interpretazione di quegli schemi si è risolta, in ultima analisi, nel rifiuto della teoria della catastrofe e nella spiegazione delle crisi come pure e semplici crisi di sproporzionalità, propria dell’economia volgare. Esattamente nello spirito, dunque, di Tugan Baranovskij e dei marxisti “legali” russi!

E’ su questo sfondo, cioè come reazione al travestimento neo-armonico delle dottrine economiche di Marx, che dev’essere visto il libro di Rosa Luxemburg: L’accumulazione del capitale, il cui tema centrale – a prescindere da aspetti secondari ed accessori – è appunto l’energica riaffermazione dell’idea del crollo del regime capitalistico e quindi la difesa del nocciolo rivoluzionario del marxismo.

Ma perché questo compito toccò alla Luxemburg, invece che a Lenin? Qui bisogna rifarsi in primo luogo alla diversità di situazione storica fra il marxismo russo e quello tedesco. Contrariamente ai marxisti russi degli anni novanta, il cui interesse teorico era prevalentemente assorbito dalla lotta contro l’ideologia populista, e che quindi dovevano prima di tutto dimostrare le capacità di esistenza di un capitalismo ancora in fasce, Rosa Luxemburg viveva ed agiva in un paese nel quale il capitalismo non solo aveva raggiunto l’apogeo del suo potere, ma tradiva già chiari segni del suo declino futuro; d’altra parte essa si trovava a lottare non contro i partigiani di un utopistico socialismo rurale, ma contro una potente burocrazia operaia saldamente radicata nelle masse, che, pur professandosi marxista, stava con tutt’e due i piedi sul terreno dell’ordine sociale esistente e sperava di conseguire ogni progresso sociale e politico solo entro la sua cornice. Mentre perciò, nella Russia a cavallo dei due secoli, urgeva ancora mettere in netto risalto l’inevitabilità e il carattere storicamente progressivo dell’evoluzione capitalistica, compito della sinistra comunista in Germania era invece di concentrare l’attenzione sull’idea del necessario crollo economico e politico dell’ordine sociale borghese. Appunto a questa esigenza teorica doveva rispondere il libro della Luxemburg.

Da quanto si è detto non segue tuttavia che noi accettiamo la specifica dottrina luxemburghiana secondo cui l’accumulazione del capitale si spiega solo facendo ricorso a “terze persone”, cioè allo scambio con ambienti non-capitalistici[1], o che riteniamo giusta la sua critica degli schemi della riproduzione di Marx. Al contrario, c’è solo da rammaricarsi che la Luxemburg non abbia saputo difendere la teoria della catastrofe se non nella forma paradossale di una critica fondamentalmente erronea della teoria marxiana della riproduzione. Sarebbe tuttavia pedantesco tornare nuovamente su questa critica, da tempo riconosciuta sbagliata, il cui errore principale consiste nel fatto che, analizzando la riproduzione allargata, senza volerlo la Luxemburg ricade continuamente nei presupposti della riproduzione semplice. Molto più importante ed istruttivo è chiedersi che cosa l’abbia spinta a tale critica; e, da questo punto di vista, Henryk Grossman sembra aver colto il nocciolo della questione quando scrive: “Il grande merito storico di R. Luxemburg è di aver tenuto fermo – in cosciente antitesi e protesta contro i tentativi di deformazione dei neo-armonici – all’idea centrale del Capitale, e di aver cercato di rafforzarne le basi con la dimostrazione che il modo di produzione capitalistico urta contro un limite economico assoluto al suo sviluppo ulteriore”. Senonché, “invece di inquadrare la verifica degli schemi della riproduzione nel sistema complessivo di Marx e in particolare nella sua teoria dell’accumulazione […], la Luxemburg ha involontariamente subìto l’influenza di coloro che si proponeva di combattere, cioè ha creduto che lo schema tracciato da Marx permettesse effettivamente un’accumulazione illimitata, “ad infinitum, in circolo – secondo la dottrina di Tugan-Baranovskij”. E, essendo essa stessa convinta che “dagli schemi della riproduzione risultasse davvero la possibilità di un’accumulazione senza limiti, ad infinitum, e che Tugan, Hilferding e più tardi O. Bauer avessero avuto ragione di dedurnela, ha sacrificato gli schemi di Marx per salvare il concetto di catastrofe annunziato dal Libro I del Capitale[2].

A nostro avviso, queste considerazioni spiegano gran parte degli errori della Luxemburg, ma non contengono tutta la verità. Ci sembra infatti che, anche in lei, l’interpretazione erronea degli schemi della riproduzione tragga origine da una nozione inadeguata della metodologia dell’opera di Marx.

Certo, come osserva Lukàcs, la Luxemburg brilla nell’”autentico esercizio della dialettica”[3], e ciò spiega l’alto godimento teorico che lo studio della sua opera suscita in noi. Ma è indubbio che anch’essa ha sottovalutato l’importanza della cosiddetta “eredità hegeliana” nel pensiero di Marx[4] e quindi non ha nemmeno avuto del tutto chiara la struttura del Capitale. Si è già notato come la Luxemburg confonda la distinzione fra capitale singolo e capitale sociale totale con la distinzione molto più importante fra “capitale in generale” e “capitale nella sua realtà”[5]; non è quindi il caso di ritornarvi sopra. Sappiamo pure come essa faccia arbitrariamente un solo fascio del capitale sociale totale e del capitale nella sua esistenza storica concreta. Stando alla Luxemburg, il concetto di “società puramente capitalistica” in Marx sarebbe utile solo se si considera il processo di produzione e di circolazione del capitale singolo, mentre perderebbe ogni significato in riferimento alla società capitalistica nel suo insieme, e in particolare, al problema dell’accumulazione del capitale sociale totale.

Insomma, anche la Luxemburg fraintende il ruolo che nell’opera di Marx svolge il modello di una società puramente capitalistica: non capisce che si tratta unicamente di un principio euristico, al quale si ricorre per illustrare le tendenze di sviluppo del modo di produzione capitalistico considerato nella sua purezza, “libero da circostanze accessorie perturbatrici”[6]. (Da questo punto di vista, le interminabili diatribe sulla possibilità o impossibilità storica di una società puramente capitalistica erano del tutto prive di senso). Lo scopo di questo procedimento metodologico è chiaro. Se perfino nei suoi presupposti più rigidi, cioè nel modello astratto di una società composta unicamente di capitalisti e di operai salariati, la realizzazione del plusvalore e l’accumulazione del capitale sono – entro certi limiti – possibili, non esiste alcuna necessità teorica di ricorrere a fattori esterni come il commercio estero, la presenza di “terze persone”, l’intervento dello Stato, ecc. In questo senso, il modello astratto di Marx ha pienamente superato la prova. E, per non essersene resa conto, la Luxemburg si è pure lasciata sfuggire il fatto che tutti i risultati dell’analisi del processo di riproduzione nel libro II potevano avere soltanto natura provvisoria, cioè attendevano d’essere completati su un piano successivo e più concreto dell’analisi.

L’errore metodologico della Luxemburg sorprende tanto più, in quanto essa stessa si avvicina di molto alla giusta comprensione dei presupposti metodologici di Marx quando scrive: “Quello che per Marx era la premessa del suo schema dell’accumulazione corrisponde […] solo alla tendenza storica obiettiva del movimento dell’accumulazione e al suo risultato teorico finale. Il processo di accumulazione tende a sostituire dovunque all’economia naturale l’economia mercantile semplice, all’economia mercantile semplice l’economia capitalistica, a imporre in tutti i paesi e in tutti i settori il dominio assoluto della produzione di capitale come modo di produzione unico ed esclusivo”[7] E nell’Anticritica: “Marx non si è mai sognato di presentare le proprie formule matematiche come una dimostrazione che l’accumulazione sia realmente possibile in una società composta unicamente di capitalisti e lavoratori. Marx ha studiato il meccanismo interno dell’accumulazione capitalistica, e ha stabilito alcune leggi economiche sulle quali il processo si fonda. Ragionò suppergiù così: perché l’accumulazione del capitale totale, cioè nell’insieme della classe capitalistica, abbia luogo, è necessario che fra le due grandi sezioni della produzione sociale – produzione di mezzi di produzione e produzione di mezzi di sussistenza – esistano certi e ben determinati rapporti quantitativi. Solo se questi rapporti vengono mantenuti […] l’allargamento crescente della produzione e, contemporaneamente – che è lo scopo di tutto – , la crescente accumulazione di capitale nelle due sezioni, che ne deriva, possono svolgersi senza inciampo. Per esporre in forma chiara questo suo concetto, Marx costruisce un esempio matematico, uno schema a cifre fittizie, sulla scorta del quale dimostra come i singoli elementi dello schema (capitale costante, capitale variabile, plusvalore) debbano comportarsi nei loro reciproci rapporti affinché l’accumulazione si svolga”[8]

Ma, se questo è vero, se il modello di Marx non era che uno strumento per mostrare nella loro purezza le condizioni di equilibrio in una economia capitalistica in espansione, la tesi della Luxemburg che in Marx esso sia un’ “astrazione esangue” non regge. Così, la sua critica agli schemi marxiani della riproduzione si dimostra infondata anche dal punto di vista metodologico.

***

[…] La prima conclusione che emerge dalla pluridecennale controversia intorno agli schemi della riproduzione di Marx, è che questi non sono affatto da ritenere un puro e semplice “torso”, un tentativo teorico che Marx non poté condurre a termine solo per mancanza di tempo. Tutto prova al contrario che lo stesso Marx non intese mai andare oltre la forma che gli schemi della riproduzione avevano ricevuto nel Libro II del Capitale, e che perciò non ha senso aspettarsene più di quanto essi possano dare.

[…] Gli schemi del Libro II trattano unicamente delle condizioni di equilibrio ipotetico della riproduzione allargata restando invariate le condizioni della produzione, e che, malgrado il loro carattere astratto, essi rappresentano un “frammento della realtà economica”. Certo, nel mondo capitalistico reale, la riproduzione e accumulazione allargata del capitale si realizza “in un continuo cambiamento qualitativo della sua composizione, in un incessante aumento della sua parte costitutiva costante a spese della sua parte costitutiva variabile”[9], e a questo processo si accompagna l’espansione a sbalzi dell’area del pluslavoro relativo, quindi anche l’aumento del saggio di plusvalore. Non si dimentichi tuttavia che questo continuo rivoluzionamento del modo di produzione “è accompagnato in modo altrettanto costante da momenti di riposo e da un’espansione puramente quantitativa su base tecnica data”, da “intervalli in cui l’accumulazione opera come semplice allargamento della produzione […]”[10].

E appunto per questi “intervalli” valgono gli schemi della riproduzione del Libro II, che mostrano la possibilità della riproduzione allargata mediante l’adattamento reciproco dell’industria dei mezzi di produzione e di quella dei mezzi di consumo, e perciò anche la possibilità della realizzazione del plusvalore. Ma tutto questo poteva essere illustrato senza che fosse necessario inserire nell’analisi del Libro II anche il fattore del progresso tecnico, che si esprime nell’aumento della composizione organica del capitale e del saggio di plusvalore.

Marx, tuttavia, non poteva procedere oltre e delineare le condizioni di equilibrio della riproduzione allargata anche nell’ipotesi di un modo di produzione in costante mutamento? […] Appunto questo era impossibile; e i tentativi di soluzione falliti di Tugan-Baranovskij e di Otto Bauer non potevano che confermarci in questa convinzione. Infatti, non appena si cerca di introdurre negli schemi della riproduzione il fattore del progresso tecnico, le condizioni di equilibrio della riproduzione si trasformano in condizioni di squilibrio, e tutti gli schemi che cercano di aggirare questo scoglio non possono non rivelarsi pure “esercitazioni matematiche” prive di contenuto economico. È una constatazione di cui siamo debitori a Rosa Luxemburg, e alla quale non v’è nulla da eccepire.

Il secondo risultato importante della nostra indagine è il riconoscimento che gli schemi della riproduzione del Libro II rappresentano soltanto una fase – sebbene importantissima! – dell’analisi marxiana del processo di riproduzione sociale e quindi abbisognano di un necessario completamento mediante la teoria della crisi e della catastrofe. Ne segue che essi sono comprensibili soltanto nel quadro complessivo della dottrina di Marx. (Anche qui si rivela decisivo, dal punto di vista metodologico, il concetto di totalità). È vero che le alterazioni nell’equilibrio della riproduzione causate dal progresso tecnico sembrano a tutta prima soltanto una riprova che il decorso della produzione capitalistica deve portare ogni volta a nuove crisi, e quindi alla sostituzione dell’equilibrio temporaneo dato con un nuovo equilibrio altrettanto temporaneo. Ma in realtà esse mostrano qualcosa di più: che cioè le contraddizioni del modo di produzione capitalistico, espresse appunto da queste alterazioni e dalla caduta tendenziale del saggio di profitto da esse accelerata, si riproducono via via su un piano superiore finché la “spirale” dell’evoluzione capitalistica raggiunge il suo termine.

In questo senso, la controversia apparentemente scolastica sulla interpretazione degli schemi marxiani della riproduzione dev’essere ritenuta, malgrado tutti gli errori e le conclusioni sbagliate, come positiva, cioè come teoricamente feconda.


[1] Naturalmente, nella sua analisi astratta del processo di accumulazione, Marx doveva prescindere dal ruolo delle “terze persone” come, in generale, da tutti i fattori estranei allo stesso capitalismo; e appunto qui ha radice l’errore nella critica della Luxemburg. Ma ciò non significa che delle “terze persone” non si debba tener conto neppure ai gradini ulteriori dell’analisi, come hanno il grave torto di supporre quasi tutti gli avversari di Rosa Luxemburg. Al contrario, se non si considera questo fattore, il processo reale dell’accumulazione capitalistica diventa incomprensibile.

[2] H. Grossmann, op. cit., pp. 20 e 280-2.

[3] G. Lukàcs, Geschichte und Klassenbewusstsein, p. 200 [Storia e coscienza di classe, p. 240]. Cfr. anche l’interessante saggio di L. Basso, Rosa Luxemburg: The Dialectical Method, in “International Socialist Journal”, novembre 1966.

[4] Frutto di uno stato d’animo passeggero e del senso di fastidio per la falsa ortodossia dei suoi critici è quanto la Luxemburg scriveva dal carcere all’amico H. Diefenbach, l’8-III-1917: “Questo” (cioè la semplicità dello stile) “è oggi il mio orientamento in materia di gusto, un orientamento che nel lavoro scientifico come nell’arte apprezza solo il semplice, il tranquillo, il lineare. Perciò il tanto celebrato Libro I del Capitale, sovraccarico com’è di ornamenti rococò nello stile hegeliano, adesso mi sembra un orrore (reato per il quale, dal punto di vista del partito, si incorre in 5 anni di detenzione e in 10 di disonore)”: cfr Rosa Luxemburg, Briefe an Freunde, p. 85. Frase che tuttavia dimostra come la Luxemburg a volte non riconoscesse, dietro lo “stile hegeliano”, il contenuto dialettico dell’opera di Marx.

[5] Cfr. supra, inizio del cap. XI.

[6] “Esaminando i rapporti essenziali della produzione capitalistica”, scrive Marx nelle Teorie sul plusvalore, I, P. 396, “si può anche supporre che tutto il mondo delle merci, che tutte le sfere della produzione materiale […] siano assoggettati (formalmente e realmente) al modo di produzione capitalistico (poiché a tanto ci si avvicina sempre più, perché è questo lo scopo principale, e solo col verificarsi di questo caso le forze produttive del lavoro verranno sviluppate al massimo). In questa ipotesi, la quale esprime il caso limite […] e che quindi si avvicina sempre più all’esattezza assoluta, tutti i lavoratori occupati nella produzione di merci sono operai salariati, e in tutte queste sfere i mezzi di produzione si contrappongono ad essi come capitale”.

[7] R. Luxemburg, L‘accumulazione, p. 416.

[8] Ivi, p. 497.

[9] K. Marx, Il Capitale, Libro I, pp. 688-689.

[10] Ivi, pp. 495 e 689. E, analogamente, nelle Teorie: “Nella riproduzione si presuppone anzitutto che il modo di produzione resti invariato, e tale esso resta per un certo periodo di tempo nell’allargamento della produzione. La massa delle merci prodotte si accresce in questo caso perché viene impiegato più capitale, non perché il capitale impiegato diventi più produttivo”, (Teorie sul plusvalore, II, p. 576).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...