Roman Rosdolsky – IL PROLETARIATO E LA PATRIA

(Note su un passaggio del “Manifesto del Partito Comunista”)

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Prima pubblicazione: Science and Society n°29 (Estate 1965)

Traduzione dall’inglese di Ettore Spina, aprile 2013

***

Nel passaggio in questione si discute dell’atteggiamento dei lavoratori nei confronti della propria patria. Si legge:

“Si è rimproverato ai comunisti ch’essi vorrebbero abolire la patria, la nazionalità.
Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno. Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è conquistare il dominio politico, elevarsi a classe nazionale, costituire se stesso in nazione, è anch’esso, ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia.
Le separazioni e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno scomparendo sempre più già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà di commercio, col mercato mondiale, con l’uniformità della produzione industriale e delle corrispondenti condizioni d’esistenza.
Il dominio del proletariato li farà scomparire ancor di più. Una delle prime condizioni della sua emancipazione è l’azione unita, per lo meno dei paesi civili.
Lo sfruttamento di una nazione da parte di un’altra viene abolito nella stessa misura in cui viene abolito lo sfruttamento di un individuo da parte di un altro.
Con l’antagonismo delle classi all’interno delle nazioni scompare la posizione di reciproca ostilità fra le nazioni.
”[1]


E in una pagina precedente, il Manifesto dice:


“La lotta del proletariato contro la borghesia è in un primo tempo lotta nazionale, anche se non sostanzialmente, certo formalmente. È naturale che il proletariato di ciascun paese debba anzitutto sbrigarsela con la propria borghesia.” [2]


Questi passaggi sono stati citati infinite volte nella letteratura socialista, di solito per giustificare l’atteggiamento negativo del movimento operaio socialista verso il patriottismo borghese e lo sciovinismo. Spesso, comunque, è stato fatto il tentativo di stemperare il rigido linguaggio di questi passaggi e di dargli, al contrario, un significato nazionalista.
Ad esempio possiamo citare H. Cunow, il noto teorico socialdemocratico tedesco. Egli discute i passaggi di cui sopra nel suo libro su “La teoria marxista della storia, della società e dello stato”. Secondo Cunow, tutto ciò che Marx ed Engels volevano dire era che:


“Oggi (1848) il lavoratore non ha patria, egli non prende parte alla vita della nazione, non condivide la sua ricchezza materiale e spirituale. Ma uno di questi giorni i lavoratori conquisteranno il potere politico e prenderanno una posizione dominante nello stato e nella nazione, e poi, quando per così dire [?] si saranno costituiti essi stessi in nazione, saranno anch’essi nazionali e si sentiranno nazionali, anche se il loro nazionalismo [!] sarà di un genere diverso che quello della borghesia.” [3]


Questa interpretazione di Cunow [4] inciampa su una piccola frase, la parola ancora (Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch’esso, ancora nazionale) la quale indica come Marx ed Engels non si aspettavano che il proletariato rimanesse nazionale per sempre…
L’interpretazione di Cunow divenne quella standard nella letteratura riformista; ma dopo la Seconda Guerra Mondiale, trovò un’accoglienza altrettanto buona nel campo comunista. Così, possiamo leggere nell’Introduzione all’edizione del Manifesto pubblicata dalla Stern-Verlag a Vienna nel 1946:


“Quando Marx nel Manifesto Comunista dice: Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è conquistare il dominio politico, elevarsi a classe nazionale, costituire se stesso in nazione, è anch’esso, ancora nazionale’, dobbiamo capire che è precisamente nella nostra epoca che la classe operaia agisce come una classe nazionale, come la spina dorsale della nazione nella lotta contro il fascismo e per la democrazia. La classe operaia dell’Austria sta lottando oggi per conquistare la sua patria austriaca creando un’Austria indipendente, libera e democratica.” [5]


Ciò evidentemente non solo è l’equivalente dell’interpretazione di Cunow, ma si spinge addirittura oltre.
In completo contrasto con queste interpretazioni nazionalistiche, si pone quello che Lenin scrisse nella suo famoso saggio Karl Marx:


“La nazione è un prodotto necessario e una forma inevitabile, nella fase borghese dello sviluppo sociale. La classe operaia non può rafforzarsi, non può maturare, non può consolidare le sue forze, se non costituendosi in nazione, senza essere nazionale (sebbene non nel senso borghese della parola). Ma lo sviluppo del capitalismo tende a rompere i confini nazionali, fa a meno dell’isolamento nazionale, sostituisce gli antagonismi di classe agli antagonismi nazionali. Nei paesi capitalistici più sviluppati è perfettamente vero che gli operai non hanno patria e che l’azione unita dei lavoratori, almeno nei paesi civilizzati, è una delle prime condizioni per l’emancipazione del proletariato. [6]


Tuttavia l’interpretazione di Lenin non è ancora soddisfacente, perché mentre secondo il Manifesto il proletariato, anche dopo aver conquistato la supremazia politica, sarà anch’esso, ancora nazionale, Lenin restringe questo essere nazionale solamente agli inizi del movimento operaio, prima della maggiorità della classe operaia. In una società capitalista pienamente sviluppata, dice Lenin, i lavoratori più che mai non avranno patria!…
Sono molte le varie interpretazioni dei passaggi sopracitati del Manifesto. Non può apparire strano che molti autori socialisti abbiano tentato di trovare il loro vero significato. È assai più strano che, nel corso del tempo, questi passaggi siano diventati una specie di credo, che se ne siano dedotti distantissimi slogan programmatici, anche se le parole del Manifesto non furono pienamente comprese… Ci riferiamo in particolare all’asserzione che gli operai non hanno patria. Era molto più facile ripeterlo continuamente piuttosto che spiegare questa frase apparentemente semplice e accordarla con la pratica quotidiana dei partiti socialisti (e in seguito comunisti). E, sfortunatamente, questa pratica sembrò sempre più sbugiardare gli autori del Manifesto….

II


Qual è allora il reale significato delle asserzioni del Manifesto?
In che senso i lavoratori non hanno patria, e com’è che, ciononostante, anche dopo avere acquisito la supremazia, il proletariato rimarrà ancora nazionale? Per poter rispondere a questa domanda, dobbiamo innanzitutto esaminare la terminologia del Manifesto.
È risaputo che i termini nazione e nazionalità non sono sempre e dappertutto usati nello stesso senso. In inglese ed in francese, ad esempio nazione di solito sta a significare la popolazione di un stato sovrano, e la parola nazionalità può essere intesa come sinonimo di cittadinanza o designare una mera comunità di stirpe e di lingua (il popolo – il tedesco Volk) – mentre in Germania ed in Europa Orientale entrambi i termini si riferiscono primariamente alla comunità di stirpe e di lingua. [7]
Marx ed Engels, specialmente nei loro primi scritti, quasi sempre seguirono l’uso inglese e francese. Usarono la parola nazione in primo luogo per designare la popolazione di un stato sovrano (in via eccezionale, essi applicarono questo termine anche a popoli storici, come i polacchi che erano stati temporaneamente privati di un loro proprio stato). D’altra parte, con la parola nazionalità intendevano:

1) o l’appartenenza ad uno stato, ovvero, un popolo avente uno stato; [8]

oppure

2) una mera comunità etnica.

Di conseguenza, questo è pressoché l’unico termine da loro usato in relazione ai cosiddetti popoli senza storia, come gli slavi austriaci (cechi, croati ecc.) ed i rumeni, o alle rovine di popoli come celti, bretoni e baschi. E proprio questo concetto di nazionalità – in acuto contrasto con quello di nazione (con il quale essi intesero un popolo che possedeva un suo proprio stato e perciò la sua propria storia politica) – era il più caratteristico della terminologia di Marx ed Engels! Ne citiamo degli esempi:


I gaeli delle Highlands ed i gallesi [scrisse Engels su The Commonwealth nel 1866] sono indubbiamente delle nazionalità diverse da quella inglese, ma a nessuno è venuto in mente di definire nazioni questi resti di popoli da tempo scomparsi, o addirittura gli abitanti celti della Bretagna in Francia….” [9]


E nell’articolo La Germania e il Panslavismo (1855) afferma degli slavi austriaci:


“Possiamo distinguere due gruppi di slavi austriaci. Un gruppo consiste di residui di nazionalità la cui storia appartiene al passato e il cui presente sviluppo storico è legato a quello di nazioni di diversa razza e lingua…. Di conseguenza, queste nazionalità, sebbene vivano esclusivamente sul suolo austriaco, in nessun modo costituiscono diverse nazioni.” [10]


In un altro luogo Engels dice:


“Né Boemia né Croazia, possederono mai la forza di esistere come nazioni a sé stanti. Le loro nazionalità, gradualmente minate da fattori storici che provocarono il loro assorbimento da parte di razze più vigorose, possono sperare di riconquistare una sorta di indipendenza solamente se si collegano con altre nazioni slave [Engels si riferisce qui alla Russia].“ [11]


Quanta importanza Engels attribuì alla differenziazione terminologica dei concetti di nazione e nazionalità può essere rilevato dall’articolo citato da The Commonwealth dove egli fa una distinzione netta fra le questioni nazionali e di nazionalità, tra i princìpi nazionali e quelli di nazionalità.
Egli approvò solamente il primo principio, rifiutando vigorosamente il secondo. (Come è risaputo, Marx ed Engels negarono erroneamente un futuro politico ai ‘popoli senza storia’ – cechi, slovacchi, serbi, croati, sloveni, ucraini, rumeni, ecc. [12])

III


Lo stesso Manifesto Comunista offre numerosi esempi di questo impiego della terminologia. Quando si parla, ad esempio, delle industrie nazionali minate dallo sviluppo del capitalismo [13], evidentemente ci si riferisce ad industrie confinate nel territorio di un stato determinato. Le Nationalfabriken (nella versione inglese fabbriche possedute dallo Stato) cui ci si riferisce alla fine della seconda sezione sono, chiaramente, intese nello stesso senso. E nella frase:

Province indipendenti, o solo debolmente collegate, con interessi, leggi, governi e dazi differenti, vennero strette in una sola nazione, sotto un solo governo, una sola legge, un solo interesse nazionale di classe, entro una sola barriera doganale [14]

le parole nazione e nazionale evidentemente si riferiscono allo stato, al popolo che ha uno stato e non alla nazionalità nel senso di stirpe e di lingua. Infine, quando nel Manifesto Marx ed Engels parlano di una lotta nazionale del proletariato, ciò ha un significato piuttosto diverso dalle interpretazioni del riformista e del neo-riformista. Questo risulta evidente dal passaggio seguente, che offre un ritratto dell’origine della lotta di classe proletaria:


“Da principio singoli operai, poi gli operai di una fabbrica, poi gli operai di una branca di lavoro in un dato luogo lottano contro il singolo borghese che li sfrutta direttamente… E basta questo collegamento per centralizzare in una lotta nazionale, in una lotta di classe, le molte lotte locali che hanno dappertutto uguale carattere.” [15]


Qui la lotta nazionale del proletariato, cioè la lotta intrapresa alla scala dell’intero stato, è associata direttamente con la lotta di classe, poiché solamente tale centralizzazione delle lotte dei lavoratori alla scala dello stato potrebbe opporre i lavoratori in quanto classe alla classe borghese e dare a queste lotte il carattere di lotte politiche [16]. Per tornare al passaggio citato all’inizio, quando Marx ed Engels parlano della lotta del proletariato contro la borghesia come di una in un primo tempo lotta nazionale, evidentemente hanno in mente una lotta intrapresa in primis all’interno della struttura di un singolo stato, come è chiaro dalla ragione fornita, ovvero che il proletariato di ciascun paese debba anzitutto sbrigarsela con la propria borghesia. Ma da questo punto di vista l’asserzione a proposito dell’ascesa del proletariato fino a diventare la classe principale della nazione, il suo costituirsi in nazione, assume parimenti un significato molto definito. Ciò significa che il proletariato deve inizialmente essere guidato dai confini statali esistenti, deve insorgere per diventare la classe principale all’interno degli stati esistenti! Questo è il motivo per il quale esso dovrà essere all’inizio ancora nazionalesebbene non nel senso borghese della parola – poiché la borghesia considera come suo scopo la separazione politica dei popoli l’uno dall’altro e lo sfruttamento delle nazioni straniere da parte della propria. D’altra parte il compito della classe operaia vittoriosa sarà di iniziare un lavoro vòlto all’eliminazione delle ostilità e degli antagonismi nazionali fra i popoli. Sotto la sua egemonia esso creerà condizioni nelle quali con l’antagonismo delle classi all’interno delle nazioni scompare la posizione di reciproca ostilità fra le nazioni. Da questo, e solamente da questo punto di vista, è possibile capire quello che il giovane Engels intendeva dire quando scrisse a proposito dell’abolizione o dell’annientamento delle nazionalità: certamente non l’abolizione delle comunità etniche e linguistiche esistenti (ciò che sarebbe stato assurdo!), ma delle delimitazioni politiche dei popoli.'[17] In una società nella quale (nelle parole del Manifesto) il pubblico potere perderà il suo carattere politico e nella quale lo stato come tale si estinguerà, non ci può essere posto per stati nazionali separati!…

IV


Crediamo che la nostra analisi della terminologia del Manifesto sia qualcosa di più che una mera “pedanteria” filologica. Ho mostrato che i passaggi in questione si riferiscono a nazione e nazionalità in primo luogo in senso politico e che perciò le precedenti interpretazioni sono inconsistenti. Mi riferisco in special modo alla spiegazione completamente arbitraria e sofistica data da Cunow, che tentò di dedurre uno specifico nazionalismo proletario dal Manifesto e ridusse l’internazionalismo del movimento della classe operaia al desiderio di cooperazione internazionale fra i popoli. [18] Tuttavia il Manifesto non ha neanche predicato che il proletariato debba essere indifferente riguardo ai movimenti nazionali, che debba mostrare una specie di nichilismo nelle questioni di nazionalità! Quando il Manifesto afferma che i lavoratori non hanno patria, ciò si riferisce allo stato nazionale borghese, non alla nazionalità in senso etnico. I lavoratori non hanno patria perché, secondo Marx ed Engels, essi devono considerare lo stato nazionale borghese come un apparato edificato per la loro oppressione [19] – e dopo che avranno conquistato il potere non avranno parimenti nessuna patria nel senso politico, poiché gli stati nazionali socialisti separati costituiranno solamente uno stadio di transizione sulla via della società senza classi e senza stati del futuro, dal momento che la costruzione di tale società è possibile solamente su scala internazionale! Così, l’interpretazione indifferentista del Manifesto che era consueta nei circoli marxisti “ortodossi” non ha giustificazioni. Il fatto che nel complesso questa interpretazione abbia danneggiato poco il movimento socialista, ed in un certo senso lo abbia persino favorito, è dovuto alla circostanza che – anche se in modo distorto – essa rifletteva l’intrinseca tendenza cosmopolita del movimento dei lavoratori, [20] il suo sforzo di superare la ristrettezza mentale nazionale e le separazioni nazionali ed antagonismi tra i popoli. In questo senso, comunque essa era molto più vicina allo spirito del marxismo e del Manifesto dell’interpretazione nazionalistica di Bernstein, Cunow e altri.

NOTE


1)  Marx-Engels, Il Manifesto del Partito Comunista.
2)  Ibid.
3)  Die Marxsche Geschichts-, GeseIlschafts – und Staatatheorie, vol.. 2, p.30.
4)  Cunow non fu il primo ad interpretare il Manifesto in questo senso. Come molte altre innovazioni riformiste, anche questa ha origine dal fondatore del revisionismo, E. Bernstein. Egli dice, in un articolo su ‘La Socialdemocrazia Tedesca ed il Groviglio turco’ (Neue Zeit, 1896-7 no. 4, pp. 111ff): L’asserzione che il proletario non ha patria è corretta dove, quando e nella misura in cui esso può partecipare pienamente come cittadino al governo e alla legislazione del suo paese, ed è in grado di modificare le sue istituzioni secondo i propri desideri.
5)  L’idea che i lavoratori austriaci probabilmente avrebbero voluto lottare per il socialismo nel loro paese apparentemente non perviene allo scrittore del ‘l’Introduzione’.
6)   V.I. Lenin, The Teachings of Karl Marx (International Publishers, 1930),    p.31.
7)  K. Kautsky afferma a questo proposito: Il concetto di nazione è parimenti difficile da delimitare. La difficoltà non è diminuita dal fatto che due diverse formazioni sociali sono denotate dalla stessa parola, e la stessa formazione da due parole diverse. In Europa Occidentale, con la sua vecchia cultura capitalistica, i popoli di ogni stato si sentono strettamente legati ad esso. Là, la popolazione di un stato è designata come nazione. In questo senso, per esempio, noi parliamo di una nazione belga. Più ci allontaniamo verso l’est dell’Europa, più numerose sono le porzioni della popolazione di un stato che non desiderano appartenere ad esso, che costituiscono comunità nazionali proprie dentro ad esso. Anch’esse sono chiamate ‘nazioni o ‘nazionalità. Sarebbe consigliabile usare solamente il secondo termine per esse. (Die materialistische Geschichtsauffassung, vol. 2, p.441.)
8)  Si confronti il discorso di Marx sulla Polonia del 22 febbraio 1848: I tre poteri [vedi Prussia, Austria e Russia] marciarono insieme alla storia. Nel 1846, quando incorporarono Cracovia all’Austria, confiscarono le ultime rovine della nazionalità polacca. (MEGA, vol. 6, p. 408; see also Gesammelte Schriften, vol. 1, p.247). Anche qui, come in molti altri passaggi in Marx ed Engels, la nazionalità non si riferisce ad altro che allo stato.
9)  Grünbergs Archiv, vol. 6, p.215ff.
10) Gesammelte Schriften, vol. 1, p.229.
11) Revolution und Konterrevolution in Deutschland, pp.62ff.
12) Si veda la mia monografia: Engels e il Problema dei “Popoli senza Storia”, in Archiv für Sozialgeschichte vol. 4, pp. 87-282.
13) The Communist Manifesto, p.12.
14) Ibid., p.13.
15) Ibid., pp. 17-18.
16) Si confronti L’Ideologia Tedesca: Precisamente perché la borghesia non è più una casta, ma una classe, è costretta ad organizzarsi nazionalmente, non più localmente, e a dare ai suoi interessi comuni una forma generale. (Mega, vol. 5, p.52).
17) Lungo queste linee, Engels scrisse nel 1846: Solamente i proletari possono abolire la nazionalità; solamente il risveglio del proletariato può permettere alle varie nazioni di fraternizzare. (Mega, vol. 6, p.460). Parimenti nell’Ideologia Tedesca, al proletariato ci si riferisce come ad una classe che è già l’espressione della dissoluzione di tutte le classi, nazionalità ecc. all’interno della società attuale… nella quale la nazionalità è già abolita. (Ibid., vol. 5, pp.60 e 50; e cf. Ibid., vol. 5, p.454).
18) Il culmine del fraintendimento di Cunow del Manifesto è forse nel seguente passaggio del suo libro: Ed è semplicemente irragionevole concludere dall’appello “Proletari di tutti i paesi, unitevi!” … che Marx intendesse dire che il lavoratore sia fuori della comunità nazionale. Non più di quanto l’appello, “Giornalisti medici, filologi ecc., mettetevi insieme in unioni internazionali per eseguire i vostri compiti!” stia a significare che i membri di queste associazioni professionali non dovrebbero sentirsi legati alla propria nazionalità… (Op. cit., vol. 2, p.29). Cfr. Marx, Critica del Programma di Gotha, 1875 in cui al punto 5 si legge:
La classe operaia si batte per la propria emancipazione innanzitutto nell’ambito dell’odierno Stato nazionale, consapevole che il risultato necessario dei suoi sforzi, che sono comuni ai lavoratori di tutti i paesi civilizzati, sarà la fratellanza internazionale dei popoli.”
Su questo passo Marx affermò:
In opposizione al Manifesto comunista e a tutto il socialismo precedente, Lassalle aveva concepito il movimento operaio dal più angusto punto di vista nazionale. E lo si segue su questa strada – anche dopo il lavoro dell’Internazionale! È di per sé evidente che, per essere pienamente capace di lottare, la classe operaia deve organizzarsi come una classe in casa propria e che il proprio paese è l’arena immediata della sua lotta. In questo senso la sua lotta di classe è ancora nazionale, non nella sostanza, ma, come dice il Manifesto Comunista, ‘nella forma’. Ma ‘l’ambito dell’odierno Stato nazionale’, per esempio, dell’Impero Tedesco, è esso stesso a sua volta economicamente ‘nell’ambito’ del mercato mondiale e politicamente ‘nell’ambito’ del sistema degli stati. Ogni uomo d’affari sa che il commercio tedesco è allo stesso tempo commercio estero, e che la grandezza di Herr Bismarck consiste, se ne può essere certi, precisamente nel suo intraprendere un certo tipo di politica internazionale. Ed a che cosa si riduce l’internazionalismo del Partito tedesco dei Lavoratori? Alla consapevolezza che il risultato dei suoi sforzi sarà ‘la fratellanza internazionale dei popoli’ – una frase presa in prestito dalla borghese Lega della Pace che si vuol fare passare come equivalente della fratellanza internazionale delle classi operaie nella lotta unitaria contro le classi dominanti ed i loro governi. Non una parola, perciò, sulle funzioni internazionali della classe operaia tedesca!” (Selected Works, vol. 2, p.25).
19) In uno dei suoi quaderni Marx estrasse il seguente passo di Brissot de Warville:
C’è una realtà di cui vi è solo il sospetto in chi formula piani di istruzione per il popolo – ovvero che esso non può essere virtuoso finché i suoi tre quarti non possiedono alcuna proprietà; che senza proprietà il popolo non ha patria, che senza una patria tutto gli è avverso, e che per parte sua deve essere armato contro tutti… Dal momento che questo è un lusso dei tre quarti della società borghese, ne consegue che questi tre quarti non possano avere né religione, né moralità, né affetto per lo Stato…” (Mega, vol. 6, p. 617)
20) Nella sua lettera a Sorge del 12-17 settembre 1874, Engels scrisse degli interessi cosmopoliti e comuni del proletariato. Questo è un interessante contrasto con la connotazione spregiativa che la parola ‘cosmopolitismo’ ha assunto nel vocabolario politico dell’Unione sovietica.

LOTTA COMUNISTA: SOLIDARIETA’ NAZIONALE E INTERCLASSISMO AL TEMPO DELLA CRISI

Le crisi, specie se sono profonde e se scuotono il tessuto sociale, mettono a nudo la vera natura dei rapporti tra le classi, e anche la natura delle organizzazioni politiche. Non c’è nulla di più vero.
La crisi innescata dalla pandemia Covid-19, nei primi mesi di questo 2020, è una crisi della formazione economico-sociale capitalistica, non può esserci dubbio al riguardo. Lo è nelle sue cause, che sono molto meno extra-economiche di quanto una visione superficiale tenda a individuare, e nei suoi effetti sociali, che sono sotto i nostri occhi. Possiamo davvero limitarci a sostenere, come fa un foglio sedicentemente marxista come Lotta comunista, che le sole responsabilità del capitalismo risiedano nell’incapacità di gestire adeguatamente una “catastrofe naturale”? paragonando questo virus a fenomeni geologici come eruzioni e terremoti, sulle cui cause non influisce minimamente l’attività umana?

I “marxisti” di Lotta comunista in uno degli ultimi numeri del loro giornale scrivono:

Nel merito teorico, valgono per la crisi pandemica le considerazioni formulate dal marxismo per tutti i grandi fenomeni naturali catastrofici: le cause ultime di quegli accadimenti in larga parte sono e resteranno fuori dalla possibilità d’intervento della specie umana […].
lo sviluppo delle forze produttive, mutando il rapporto organico tra uomo e natura, ha dato all’umanità gli strumenti per intervenire sugli effetti di quegli eventi catastrofici, prevenendone o mitigandone le conseguenze.

Se per “economia” intendiamo semplicemente gli andamenti al rialzo o al ribasso dei titoli sul mercato azionario mondiale allora non c’è dubbio che il virus che sta flagellando il pianeta se ne colloca esternamente, ma se, da marxisti, per economia intendiamo la produzione e la riproduzione da parte degli uomini della loro stessa vita materiale, quindi i modi in cui essi si rapportano tra di loro per produrre e il loro rapporto con i presupposti materiali della produzione, ovvero con la natura, allora non c’è nulla di più “economico” delle cause del Covid-19.

Non c’è nulla di più economico di un modo di produzione orientato sulla produzione per il profitto che, incurante degli effetti che il suo intervento sulla natura può avere per la nostra specie nel medio e nel lungo termine, irrompe come un bulldozer negli ecosistemi a noi contigui; altera, senza nessun giudizio che non sia quello del profitto, i cicli vitali di altre specie animali trasformandole in prodotti alimentari nocivi nelle catene di montaggio chimico-farmaceutiche degli allevamenti intensivi; o che crea inopportune promiscuità tra animali selvatici, vettori di patogeni spesso ignoti, e un’umanità concentrata in insalubri formicai di milioni di abitanti, dove questi patogeni mutano, saltano da una specie all’altra e si diffondono a velocità impensabili.

C’è molto di catastrofico in questo, ma assai poco di “naturale”.
Ma non è solo sulle carenze di impostazione teorica della cosiddetta “analisi” di Lotta comunista che occorre soffermarsi.

Negli ultimi due mesi abbiamo assistito in Italia ad una gestione vergognosa dell’emergenza sanitaria, che ha messo in luce una volta di più come il peso delle criticità del sistema capitalistico venga redistribuito assai poco equamente sulle spalle delle diverse classi sociali. Le istituzioni locali e quelle centrali hanno rimandato il più possibile l’adozione di misure efficaci per il contenimento del virus pronandosi servilmente, come è nella loro natura d’altronde, ai diktat delle associazioni padronali le cui esigenze produttive e commerciali non dovevano essere messe in discussione. Quando il contagio ha cominciato ad assumere proporzioni allarmanti il Governo, il servizievole comitato d’affari della borghesia, è dovuto correre ai ripari… tardivi e parziali. Per dare un colpo al cerchio della disponibilità verso Confindustria e un altro alla botte della pubblica opinione sono state prese misure di distanziamento sociale e di autoisolamento, pubblicizzate con una copertura mediatica pressoché totale, che hanno coinvolto gli impiegati della pubblica amministrazione, dei servizi, del commercio al dettaglio e della ristorazione. Mentre la vasta massa degli strati intermedi legati al terziario veniva relegata nelle proprie abitazioni, con accesso più o meno esteso alla possibilità dello smart-working, i lavoratori dei settori produttivi, anche quelli non essenziali, erano costretti a continuare a muoversi per recarsi sul proprio posto di lavoro, senza che le aziende provvedessero né alla sanificazione degli ambienti produttivi né alla fornitura di presidi di protezione o di misure di distanziamento, ove possibile. Nel frattempo la curva dei contagi è salita spaventosamente proprio in coincidenza delle aree industriali del paese, dove si continuava a lavorare senza sicurezza per garantire l’accumulazione di profitti del padronato.

Mentre si distoglieva molto opportunamente lo sguardo dalla foresta rappresentata da questa pericolosa criticità, il Governo e tutti i media borghesi fissavano l’attenzione sull’albero delle vere e presunte trasgressioni individuali ai decreti restrittivi, da additare al pubblico biasimo per impedire che venisse alla luce il nervo scoperto dell’inazione governativa sulle trasgressioni di gran parte del mondo datoriale, che ha costretto per settimane centinaia di migliaia di persone a continuare a veicolare il virus.

Mentre i lavoratori dei settori a rischio scendevano in campo aperto con scioperi e picchetti per reclamare dal governo misure concrete per la salvaguardia della sicurezza propria e dei propri congiunti, il Governo inscenava con i maggiori sindacati confederali la pantomima di un tavolo di trattative, i cui termini erano dettati da Confindustria, arrivando alla firma di un primo protocollo per la “tutela dei lavoratori” che si limitava a “consigliare e raccomandare”, senza IMPORRE né tantomeno CONTROLLARE che le aziende produttive non essenziali venissero chiuse o che le misure per la sicurezza dei lavoratori venissero rispettate.

Solo la minaccia di scioperi diffusi e incontrollabili da parte di varie organizzazioni di base dei lavoratori ha spinto le sigle sindacali confederali a recedere dai loro precedenti compromessi con Governo e padronato e ad accorgersi improvvisamente che gli accordi sin lì accettati con sorrisi e strette di mano erano in realtà inaccettabili. Si è arrivati così ad un lockdown più esteso, per quanto ancora lontano dall’essere completo quanto sarebbe stato necessario. In effetti, a fine marzo, annunciando la tanto rimandata “chiusura totale” il Presidente del Consiglio si giustificava affermando che:

[…] la selezione delle filiere essenziali, in ragione della forte integrazione e interconnessione fra le produzioni, è risultata davvero molto delicata. […] vi sfido a immaginare come poter distinguere all’interno di un complesso sistema produttivo le attività produttive essenziali da quelle non essenziali in questo momento.

Una selezione tanto “delicata” che la produzione militare è continuata senza interruzioni, mentre il catalogo dei settori “essenziali” del Ministero del Lavoro include le varie aziende esclusivamente in base alla loro macroarea di appartenenza, non entrando nel merito della specifica attività. In questo modo ad esempio rientra tra i settori essenziali anche la produzione e l’ottimizzazione “estetica” dei display sulla plancia dei trattori agricoli, per non parlare delle attività di marketing delle aziende che rientrano nei settori fondamentali.

Mentre la nostra classe combatte con le armi che gli sono proprie per la difesa dell’elementare diritto all’esistenza; mentre la classe operaia italiana e mondiale subisce le contraddizioni immediate di una crisi del sistema capitalistico che avrà forti ripercussioni sull’economia globale, con prevedibili conseguenze sul piano della stabilità sociale; mentre le compagini statali delle borghesie di tutti i paesi si dibattono con le difficoltà causate dal modo di produzione di cui perpetuano il funzionamento e cercano di scaricare sul proletariato i costi della ripresa, Lotta comunista cosa fa?
Lotta comunista fa… la spesa.

Da qualche settimana numerose testate giornalistiche locali e le rubriche locali di diversi quotidiani nazionali riportano con grande simpatia, con tanto di interviste e di accattivanti servizi fotografici, l’iniziativa di Lotta comunista ai tempi della crisi del Covid-19: mettere a disposizione i “militanti” dell’organizzazione per diffondere volantini con i contatti delle sedi da chiamare in caso di necessità, per raccogliere le telefonate di richiesta e per comprare e consegnare la spesa a casa “dei più bisognosi”, aiutando “chi è in difficoltà”, “chi è in condizioni di fragilità, “chi è solo” anche tenendogli compagnia al telefono o… portando a spasso il suo cane.
Sul volantino si legge:

Nel riaffermare il tradizionale rapporto di fiducia e sostegno esistente da tempo tra i Circoli Operai e gli abitanti del quartiere, e facendo seguito alle numerose richieste già pervenuteci, i volontari del Circolo, di fronte alla difficile situazione venutasi a creare, ritengono doveroso assicurare la loro concreta solidarietà, mettendosi a disposizione di chiunque si trovi nella necessità di avere un appoggio o un aiuto per provvedere a tutte le esigenze della quotidianità (spesa, medicinali, giornali, o supporto e assistenza di vario genere).
Il Circolo Operaio, nei limiti del possibile e nel pieno rispetto delle norme di sicurezza previste, si adopererà quindi per soddisfare al meglio le richieste che ci saranno inoltrate…

Le testate giornalistiche nazionali sono ovviamente benevole verso un’iniziativa che si inserisce perfettamente nel clima di union sacrée dominante e che è infatti condivisa da associazioni cattoliche, dalla Croce Rossa e… da Casapound. Ma non ci si può nascondere che la gentilezza della stampa borghese verso le organizzazioni politiche è inversamente proporzionale alla percezione della loro pericolosità per l’ordine costituito.

Per chi conosce l’attività caratterizzante di Lotta comunista, ovvero il commercio porta a porta dei loro prodotti editoriali, può sembrare evidente il vero scopo dell’iniziativa: usufruire della mobilità concessa alle associazioni di volontariato per recuperare in una certa misura le perdite economiche che la vendita del giornale subisce a causa dei decreti restrittivi. E non c’è dubbio che questi “militanti”, per giustificare quest’operazione, ricorreranno sicuramente, come già in passato alla comoda formula dell’espediente “pragmatico” per diffondere il giornale, ad una “tattica” per avere maggiore agibilità…

Il vero nocciolo della questione è che il giornale che tanto “abilmente” distribuiscono nelle case non fa nessuna denuncia delle gravi condizioni in cui versa la classe operaia in questa crisi, se si eccettua una manciata di righe in ultima pagina in cui si ricorda che ci sono:

poi gli operai, costretti persino a scioperare per avere minime condizioni di sicurezza, e tutti i dipendenti dei servizi essenziali, dalla logistica sino alle cassiere dei supermercati.

E che esiste anche un esercito di lavoratori delle aziende che hanno chiuso i battenti che:

…da un giorno all’altro si trova senza reddito e senza protezioni.

E questo è quanto. Si trovano maggiori e più approfonditi elementi di denuncia nei giornali borghesi “di sinistra”.
Lo scopo evidente di Lotta comunista è quello di guadagnarsi un volto “responsabile” e “rispettabile” da far fruttare quando la crisi sarà passata, magari incrementando il numero di acquirenti, allargando la clientela a tutti coloro che avranno apprezzato la loro opera di assistenzialismo sociale, finalmente scevra da ogni connotato di classe.

È sicuramente un’opera meritevole soccorrere persone in difficoltà, non saremo noi a negarlo, ma non si può astrarre dalle circostanze sociali che producono queste difficoltà. Nella società divisa in classi le azioni hanno un valore non in sé, ma in rapporto alla tendenza al superamento o alla conservazione di questo sistema sociale. Esistono organizzazioni ed enti specifici che da secoli si incaricano di tamponare quanto possibile le storture del capitalismo, ma sappiamo che, al di là della buona fede e della filantropia degli individui che vi si impegnano in prima persona, essi operano con lo scopo di fornire dei palliativi che narcotizzano il dissenso e l’ostilità nei confronti delle cause sociali delle miserie umane.
Il compito dei rivoluzionari è ben diverso.

I rivoluzionari sono quelli che portano avanti una battaglia per la chiusura dei luoghi di lavoro non essenziali, con il 100% del salario, per il controllo rigido delle misure e dei dispositivi nei settori essenziali, con tamponi per tutti laddove si verifichi anche un solo caso di positività al virus, e che denunciano chiaramente la demolizione del sistema sanitario pubblico con tagli e aziendalizzazione; che organizzano il personale della sanità, dai medici alle OS, contro le condizioni inammissibili in cui sono stati e sono tuttora costretti a lavorare in molti ospedali, come carne da macello gettata in prima linea.
I rivoluzionari sono quelli che affermano apertamente che le decine di migliaia di vittime del Covid-19 in Italia sono da ascrivere alla borghesia italiana e ai suoi tirapiedi governativi; sono quelli che, per costruire l’organizzazione di classe, rifiutano qualsiasi concordia nazionale, qualsiasi tregua o sospensiva nei confronti di un nemico che non fa sconti di nessun tipo, in nessun momento, tantomeno in quelli di “difficoltà”.

I rivoluzionari marxisti, quelli che si battono concretamente per il superamento di un modo di produzione obsoleto ed irrazionale, per una società libera dalle catene del profitto e del bisogno, non hanno occasione migliore delle situazioni di crisi del sistema per inchiodare il capitalismo alle sue responsabilità, con iniziative di denuncia frontale, intransigente e senza compromessi, della borghesia e dei suoi governi. Quale occasione migliore di questa, in un momento in cui i contrasti di classe si acutizzano e diventano evidenti, per denunciare un sistema sociale che scoperchia regolarmente il vaso di Pandora della catastrofe sociale? Quale occasione migliore di questa per attaccare frontalmente governi che rispondono innanzitutto ai loro committenti della classe dominante, per i quali il profitto viene prima della salute o della vita stessa dei lavoratori? Quale occasione migliore di questa per attaccare frontalmente governi che nel loro alternarsi apparente hanno smantellato la sanità pubblica, che ha dovuto gestire con mezzi insufficienti questa pandemia?

Certamente non sono rivoluzionari quelli che applicano sedicenti “tattiche” di prudente dissimulazione, utili solo a farsi tollerare dalle istituzioni borghesi. Ogni iniziativa pubblica viene letta dalle masse, e se non ci si pone in netta contrapposizione con il sistema, ma anzi lo si sostiene oggettivamente, i presunti “secondi fini” degli “abili tattici” contano poco. Se le iniziative politiche di partiti che si definiscono rivoluzionari vengono entusiasticamente impugnate dalle retoriche nazionaliste borghesi della concordia e della pace sociale, che fine fa il mantra di Lotta comunista “mai più strumenti in mano altrui”?

Ormai è evidente, se ci fosse stato bisogno di prove ulteriori, che Lotta comunista ha varcato da tempo il Rubicone dell’opportunismo, e che oggi, invece di scatenare i mastini della guerra di classe, ha optato per portare a spasso i barboncini dei pensionati. Sono evidentemente compiaciuti di sentirsi chiamare “angeli rossi”, anche se specificano che sono “più rossi che angeli”, e non si vergognano di paragonare la loro attuale impresa al Soccorso rosso internazionale, che aveva ben altro contenuto di classe. Rinunciando alla solidarietà di classe, disinteressandosi delle lotte concrete del proletariato, hanno optato per un solidarismo universalista dalla faccia pulita e amico delle istituzioni, che parla di “deboli”, “fragili” e “bisognosi” con un linguaggio interclassista indistinguibile da quello cattolico.

Non c’è pericolo che il Ministro dell’Interno si riferisse a Lotta comunista quando ha messo sull’avviso i Prefetti sul possibile riemergere di “organizzazioni estremistiche” pronte a “insinuarsi nelle maglie della crisi economica e a pilotare atti di rivolta e di violenza”.
E non si può certo dubitare che Lotta comunista farà proprio l’appello del Ministro della Salute, che ci ricorda, a proposito dei morti del Pio Albergo Trivulzio, che

Ora è il momento di lavorare sull’emergenza […] e tutto adesso ci serve tranne che fare polemiche.

D’altronde Lotta comunista l’aveva già fatto, in occasione della tragedia del ponte Morandi nell’agosto 2018, quando scrisse sui propri volantini

Ci sarà anche il tempo per le polemiche e per il rimpallo delle responsabilità che sicuramente esistono. […]
Oggi però è il tempo del cordoglio e della solidarietà. E i Circoli Operai si stringono attorno a chi è stato così pesantemente colpito nella vita e negli affetti.
Sono con Genova, con tutti i suoi cittadini, i suoi giovani, i suoi uomini e le sue donne, uniti in un dolore comune ma con lo sguardo rivolto al futuro.
Per rialzare la testa e rimboccarci le maniche. Come sempre questa città ha saputo fare nei suoi momenti più gravi e difficili.

Questo è ormai il tono delle “denunce” di Lotta comunista. L’accantonamento delle polemiche, come se denunciare le responsabilità del disastro da parte di un ordine economico teso al risparmio dei costi piuttosto che a quello delle vite umane fosse una polemica pretestuosa, paragonabile alla sterile ricerca di questo o quell’individuo “colpevole” dell’accaduto; un tono da “responsabilità nazionale” che neanche il PCI di Berlinguer avrebbe assunto; un interclassismo da “ricostruzione” degno del peggior Di Vittorio dell’immediato secondo dopoguerra.

Quello che ci preme sottolineare è che se in un momento critico come l’attuale gli opportunisti di Lotta comunista si prestano a fare opera di ausilio oggettivo all’ordine borghese, arrivando lì dove non arriva lo Stato nella gestione del disagio sociale, piuttosto che incanalare questo disagio verso una consapevolezza di classe e nell’ottica di una lotta concreta, nulla ci vieta di intuire quale sarà la sua collocazione – “tattica o strategica”, che dir si voglia – un domani, di fronte a ben altre crisi dell’ordine mondiale. Il comportamento di fronte alle crisi in atto è l’unica cartina al tornasole dei partiti che si definiscono rivoluzionari, il resto sono chiacchiere.

Ovviamente i paladini stipendiati di Lotta comunista accuseranno chi scrive di vomitare “odio da tastiera” mentre “tanti giovani si impegnano concretamente”. Ma, cari signori – perché il diritto di farvi chiamare compagni lo avete perso da tempo – non è certamente l’impegno che vi si contesta, quanto la natura interclassista dell’impegno.

Nella rubrica della cronaca milanese del Fatto Quotidiano è apparso un panegirico sotto forma di articolo che esalta l’iniziativa “solidale” di Lotta comunista, e intervistato, il coordinatore di uno dei circoli del capoluogo lombardo ha affermato che:

Quando la casa brucia va spento il fuoco e non serve discutere e perdere tempo. Ecco perché abbiamo deciso di mantenere aperte tutte le nostre sedi e darci da fare.

Come non notare la straordinaria somiglianza con le recenti raccomandazioni del Ministro della Salute, che non ci risulta abbia simpatie bolscevico-leniniste?

Ci fa piacere rispondere a questo “militante” e al suo partito con il brano di una lettera scritta da John Reed a Upton Sinclair nel 1918, pubblicata – guarda un po’? – in un libro stampato proprio da una delle case editrici di Lotta comunista, nell’ormai lontano anno 2007 (anni che valgono secoli…):

[…] a me torna alla memoria l’altra vecchia storiella della casa che va a fuoco, e prima di ogni altra cosa bisogna spegnere l’incendio. Già, però la casa non è nostra, e una volta che avremo spento il fuoco, saremo di nuovo gettati in cantina con le catene ai piedi, come prima… Eh no! se tu vuoi che io spenga il fuoco, prima vieni fuori: lo spegnerò solo quando la casa sarà mia. Altrimenti, tanto meglio per me che il fuoco la divori fino alle fondamenta: così io, che sono un lavoratore, potrò ricostruirla; e tu, che sei un proprietario, dovrai venire a lavorare con me o dormire all’aperto.

Circolo internazionalista “Francesco Misiano”