Ngo Van Xuyet – UN “PROCESSO DI MOSCA” NEL MOVIMENTO GUERRIGLIERO DI HO CHI MIN

Traduzione in italiano di Rostrum (novembre 2013), condotta sulla versione inglese di Simon Pirani, pubblicata sulla rivista Revolutionary History Vol. 3 No. 2, autunno 1990. Vietnam: Workers’ Revolution and National Independence.

Pubblichiamo la traduzione di un articolo del rivoluzionario comunista vietnamita Ngo Van Xuyet (1913-2005). Militante trotskista dagli anni ’30, l’autore fu organizzatore sindacale dei lavoratori del porto di Saigon negli anni in cui l’Indocina era ancora sotto il dominio coloniale della Francia. Negli anni della Seconda guerra mondiale si oppose alla “linea di Mosca”, portata avanti dal partito stalinista guidato da Ho Chi Min, che proponeva un’alleanza antifascista contro il Giappone in un “Fronte nazionalista” che comprendesse la borghesia e i proprietari terrieri vietnamiti insieme alle forze coloniali francesi. Quando, dopo il 1945, le posizioni trotskiste si scontrarono con un’ondata di rapimenti e omicidi politici da parte delle forze staliniste, Ngo Van riparò a Parigi. Nella capitale francese le esperienze condivise con i rifugiati anarchici e poumisti della guerra civile spagnola gli suggerirono “nuove prospettive radicali” e maturò la sua separazione dal movimento trotskista, non accettando più la prospettiva di una difesa dell’URSS in quanto “stato operaio degenerato”. Negli ultimi anni fu vicino ai circoli comunisti consiliari di Maximilien Rubel e Henri Simon.

Il testo rivela un particolare interesse in quanto demistifica la leggenda di Ho Chi Min e della “resistenza comunista” vietnamita all’oppressione coloniale, mostrandola nella sua vera natura di nazionalismo piccolo-borghese, compromissorio e totalmente alieno da qualsiasi prospettiva di rivoluzione in permanenza e di internazionalismo proletario.

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La presa del potere di Ho Chi Minh in Vietnam nel 1945 fu favorita dalla speciale congiuntura di circostanze in cui venne a trovarsi il paese: l’assenza dell’apparato statale imperialista francese, disgregato dall’esercito giapponese fin dal 9 marzo 1945 e la resa del Giappone stesso il 15 agosto 1945. Arrivando alla testa delle sue bande guerrigliere dagli altopiani del Tonchino, Ho Chi Minh prese il potere ad Hanoi. Egli fu capace di imporsi sulle masse insorte non solo grazie alla sua demagogia nazionalista reazionaria ma anche e soprattutto grazie alla forza delle armi ed attraverso gli assassinii eseguiti dalla sua GPU, il Ty Cong-Au.

Mentre mandarini, borghesi, proprietari terrieri, contadini e lavoratori erano invitati a partecipare al fronte stalinista del Vietminh, Ho Chi Minh chiedeva all’imperatore Bao Dai di abdicare in favore della “repubblica” e di accettare di divenire Supremo Consigliere/Consulente del governo “democratico”. Nello stesso tempo, i suoi “comitati di assassinio” si stavano occupando della “completa” scomparsa del tipografo Luong Doc Thi, il leader del Thanh Nien Thothuyen Xahoi (Gioventù lavoratrice socialista), Nguyen Te My e molti altri militanti internazionalisti, incluso Tiep, Luong, Vinh e Sam che subirono la stessa sorte. Nguyen Te My era stato organizzatore del Viet Da Tuyen (il Fronte del Popolo Indipendente) nell’area di Haiphong. L’insegnante Tran Tien Chinh fu arrestato e morì a causa degli effetti delle torture a [illeggibile] nella prigione di [illeggibile].

Nel momento in cui Ho Chi Minh stava occupando Hanoi, i minatori di Hoa-gay nel distretto di Camphu (una conurbazione con una popolazione di 300.000 abitanti) montarono in rivolta, predisposero dei comitati di lavoratori, e su queste basi stabilirono un autentico governo proletario. I lavoratori presero possesso delle miniere, delle linee tranviarie, delle ferrovie e del telegrafo, arrestarono i capi e la polizia e distrussero l’apparato locale del vecchio Stato imperialista. Le truppe giapponesi che si erano arrese rimasero indifferenti alla situazione. Tutti i mezzi di produzione furono messi sotto il controllo diretto di un comitato di gestione eletto dai lavoratori stessi e da loro completamente controllato.

Il principio di una paga uguale per tutti i livelli di lavoro manuale e intellettuale fu messo in atto. L’ordine pubblico fu mantenuto da lavoratori armati. Durante i tre mesi della sua esistenza (dalla fine di agosto fino al dicembre 1945) questo primo governo proletario fece funzionare normalmente il processo di estrazione, garantì la vita economica della regione, condusse una lotta intensiva contro l’analfabetismo e contro le malattie. Ma, isolato dalle circostanze, il movimento fu incapace di espandersi e di risvegliare gli altri centri della classe operaia nel paese.

Dopo essersi stabilito ad Hanoi e dopo aver assassinato la rivoluzione proletaria in quella città, Ho Chi Minh spedì le sue bande armate dal Delta, sotto il comando di Nguyen Binh (il futuro Comandante supremo della guerriglia in Cocincina), a circondare il distretto minerario insorto e a costringere il governo dei lavoratori insediatosi lì a sciogliersi. La milizia dei lavoratori aveva solamente pochi fucili e armi da taglio, così si arrivò ad un compromesso: Le truppe di Nguyen Binh entrarono nel distretto promettendo di rispettare lo status quo. Quindi, per mezzo di subdoli intrighi di polizia, i militanti S, Lam, Bien, Hien, Le ed altri che erano stati eletti dai lavoratori furono cacciati dalle loro posizioni, furono messi sotto arresto e furono mandati ad Haiphong, dove molti di loro dovettero essere rilasciati in seguito alla rabbia dei minatori. Ma alla fine l’intera regione fu occupata e sottoposta al controllo militare e della polizia del governo di Ho Chi Minh.

Il 14 Settembre 1945 in Cocincina (Vietnam Meridionale), questo stesso governo Vietminh arrestò il Comitato Rivoluzionario Popolare al 9 di rue Duclos, che era stato organizzato su iniziativa della Lega Comunista Internazionale (LCI). Questo soviet embrionale aveva impresso il suo marchio sulla regione di Saigon-Cholon, Gia-dinh e Bien-Hoa. Bombardato dal Generale Gracey, delle truppe di occupazione britanniche, così come dalla cricca stalinista di Tran Van Giau, che guidava il governo Vietminh, esso aveva lanciato le parole d’ordine di armare il popolo, espropriare i proprietari terrieri e dare la terra ai contadini, e dell’occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori. Il Ministro dell’Interno stalinista, Nguy Van Tao spedì i soldati a distribuire colpi di mitragliatrice ai contadini di Go-den, così come ai contadini della Piana di Reed che avevano espropriato i proprietari terrieri.

Mentre Ho Chi Minh e i suoi seguaci stavano reclamizzandosi come sostenitori della “democratica” (imperialista Russo-anglo-americana) “Alleanza contro il Fascismo giapponese”, e mentre i Comitati Rivoluzionari Popolari stavano chiamando le masse all’insurrezione armata contro tutti gli imperialismi (democratici o fascisti), Tran Van Giau mandò la sua polizia (quegli stessi poliziotti che solamente il giorno prima erano al servizio dell’imperialismo francese e poi di quello giapponese) per sciogliere il Comitato, i cui militanti furono spediti alla Prigione Centrale di Saigon per essere fucilati. Quando le truppe britanniche, che il governo Vietminh aveva recentemente accolto cordialmente con un “Hurrà per le Forze Alleate”, aiutarono i francesi a rioccupare Saigon, Tran Van Giau e la sua banda fuggirono a Cho-dem, lasciando il rivoluzionari rinchiusi nelle mani della polizia francese e dell’Intelligence Service (britannico), mentre l’insurrezione popolare, contro gli auspici di quelli che avevano preso il volo, scoppiò contro le truppe franco-britanniche nella notte del 23 Settembre.
La GPU del Vietminh continuò a dare la caccia ai rivoluzionari sulla sua lista nera persino durante la fuga. I principali membri del Partito Socialista dei Lavoratori del Vietnam (il cui leader Ta Thu Thau era stato assassinato su ordine personale di Ho Chi Minh nel settembre 1945) Tran Van Thach, Nguyen Van So, Nguyen Van Tien e molti altri lavoratori furono assassinati a Kien-an (Thu-dau-mot) il 23 ottobre 1945; Phan Van Hum e Phan Van Chanh “scomparvero” da qualche parte nelle aree controllate dai guerriglieri nel nord della Cocincina; Nguyen Thi Loi, un membro dello stesso partito fu assassinato a Binh Dang (Cholon) nell’ottobre 1945; Le Ngoc e Nguyen Van Ky, membri del LCI furono torturati a morte dalla GPU del Vietminh nella regione di Hoc-món all’inizio del 1946. Ciò segnò la fine del periodo dei semplici assassini e dell’esecuzione dei traditori, e fu l’inizio del periodo dei “Processi di Mosca”.

Già fuggito dalla GPU di Ho Chi Minh nel 1945, Nguyen Van Linh, noto come René, e Truong Khanh Hinh, entrambi lavoratori rivoluzionari di Saigon, caddero in una trappola architettata dal Vietminh nel maggio 1950.[1] Nguyen Van Linh aveva preso parte al movimento operaio europeo fin dal 1930 come attivista nei circoli dell’Opposizione di Sinistra in Francia. Ritornato in Indocina all’inizio della guerra, fu un membro del LCI al tempo della Sollevazione di Saigon del settembre 1945. Era stato uno degli organizzatori del Go-Vap, la milizia dei lavoratori delle linee tranviarie (il cui leader, Tran Dinh Minh, noto come Nguyen Hai Au, era morto in battaglia contro le truppe francesi sul fronte di Cao-Lanh). Arrestato dalla GPU del Vietminh nel 1946, Nguyen Van Linh era fuggito da Soc-Trang ed era ritornato a Saigon. L’anno scorso[2], invitato dai guerriglieri di Bien Hoa per discutere una proposta per un cosiddetto ‘Fronte Unito’, Nguyen Van Linh e altri due compagni furono arrestati a tradimento. Quando sua moglie andò a cercarlo, anche lei fu trattenuta dalla GPU. Le legarono i piedi e la sospesero su dei travicelli. Poi le fecero dei tagli sugli arti con un temperino, nei quali misero stoppini di cotone bagnati di petrolio accesi per costringerla a controfirmare una dichiarazione firmata presumibilmente da suo marito. Secondo questa dichiarazione, Nguyen Van Linh aveva confessato di essere stato un agente del Deuxieme Bureau francese, e di aver ricevuto 31.000 piastres da Bazin, il Commissario della Sicurezza, per impiegarle contro il movimento di “resistenza”. Sua moglie, che era tenuta prigioniera separatamente, quando lo vide fece fatica a riconoscerlo; era un ammasso di carne sanguinolenta. Non è difficile immaginare il destino che l’attende – se non è già stato fucilato. Gli altri due compagni sono stati già uccisi. La moglie di Nguyen Van Linh è fuggita dai suoi torturatori nel pieno di una battaglia tra loro e le truppe francesi.

Ho Chi Minh e la sua GPU stanno marciando al passo col regime di Bao Dai e con il corpo di spedizione francese per quanto riguarda i metodi di tortura e assassinio. Le uniche vittime sono le masse oppresse e sfruttate e coloro che ne costituiscono l’avanguardia rivoluzionaria. Mentre il blocco imperialista americano, di pari passo con Mao Zedong, mette la Corea a ferro e fuoco e fa intensi preparativi per la distruzione dell’umanità con le sue bombe atomiche e all’idrogeno, l’imperialismo russo, per mezzo dei suoi assassini a nolo in ogni angolo del globo – in Cina, in Europa centrale e nelle aree di guerriglia del Sud-Est asiatico – procede con metodi da Inquisizione, di fronte ai quali tutti i Torquemada del Medioevo impallidiscono insignificanti, all’annientamento totale di quello che ancora resta degli elementi che sono rimasti fedeli alla  rivoluzione proletaria mondiale, il movimento per la liberazione dell’umanità. Il caso del Vietnam dimostra che gli stalinisti delle guerriglie asiatiche sono pari ai loro padroni di Mosca quando si tratta di crimini mostruosi contro il proletariato rivoluzionario.


[1] Secondo Ch’en Pi-Lan, Looking Back over My Years with P’eng Shu-tse in P’eng Shu-tse (ed.), The Chinese Communist Party in Power, New York 1980, pp.42-3, René e Liu, i due leader trotzkisti, avevano organizzato una conferenza in una zona controllata dall’esercito del Vietminh, il cui capo dello staff in quell’area era un trotzkista. Ma era una trappola preparata dagli stalinisti, e furono tutti arrestati insieme al trotzkista cinese Lu Chia-Ling che era in viaggio per l’Europa con Peng Shuzi e sua moglie, e che morì in prigione in Vietnam.

[2] Il testo è stato scritto fra il 1949 e il 1950 [Ndr].

Bruno Maffi – PREFAZIONE A “JOHN BROWN. LA SCHIAVITÙ È UNO STATO DI GUERRA”. Parte II

Seconda parte della prefazione all’antologia di testi di John Brown “La schiavitù è uno stato di guerra”, Il Saggiatore, 1 gennaio 1962. Trascrizione di Lebadkin.

A tutta prima, gli occhi e i propositi dell’”Osawatomie Brown” sembrano concentrarsi esclusivamente sul Kansas: qualcuno dirà – lasciamoglielo dire –, in una passionale, torbida sete di vendetta. Nel 1857, l’Old John batte ansiosamente alle porte dei ricchi abolizionisti e radicaleggianti delle città dell’Est: urgono soldi, armi e munizioni per liberare il Kansas, giacché, malgrado la piega favorevole presa dagli eventi, la partita (egli almeno lo sente) è tutt’altro che chiusa; lo sarà, infatti, soltanto nel 1861. Non senza qualche esitazione, il comitato dei “Sei” – Higgison, Sanborn, Stearns, Howe, Th. Parker, G. Smith – fornisce i primi aiuti; ma l’esperienza lascia in John Brown un fondo di amarezza per la generale sordità dell’opinione pubblica, e di spregio e diffidenza verso gli uomini politici, tiepidi, timorosi, facili o addirittura pronti al compromesso. Quanto a lui, la sua strada è irrevocabilmente tracciata: la lotta si deciderà sul terreno della forza, delle armi – non delle trattative ad alto e basso livello, non delle parole. Sono gli stessi avversari ad imporla: per lui si tratta di accettarla fino alle conseguenze estreme; e v’è una lucidità profetica nell’intervista concessa nel 1857 da Brown a W. A. Phillips, e da noi riportata in questo volumetto, circa le prospettive di lotta armata e infine di guerra nel West e, prima o poi, in tutta l’Unione. Fra l’estate e il tardo autunno 1858, egli e i suoi ricompaiono nel Kansas e fin nel Missouri: dopo la liberazione con la forza di undici schiavi missouriani e il loro trasporto nel Canada, pende sul capo di colui che si è ribattezzato Shubel Morgan e si è fatto crescere una folta barba bianca da vindice profeta, una doppia, appetitosa taglia – del presidente Buchanan e del governatore del Missouri.

La battaglia di Osawatomie, Kansas.

Ma il Kansas e il West non sono ormai – com’è inevitabile per un uomo le cui antenne vibrano per istinto all’unisono coi moti profondi della situazione generale – che le tessere di un più vasto mosaico. Nel 1857, la sentenza della Corte Suprema nel caso Dred-Scott, che sancisce l’incostituzionalità di qualunque intervento del Congresso e del Governo nella legislazione degli Stati (quindi anche, ma non solo, in materia di schiavitù), ha portato la grande polemica Nord-Sud al punto di rottura; di poco successivo è il grande duello oratorio Douglas-Lincoln. Urgono strumenti nuovi: non solo armi, ed armati decisi a giocare il tutto per il tutto, ma leggi e programmi diversi. Non basta, come Garrison e Wendel Phillips, dare alle fiamme la vecchia Costituzione senza sostituirle nulla; come non basta predicare (ai sordi), o negoziare (nei corridoi o nelle aule del Congresso) come i pur battaglieri Charles Sumner, Salomon P. Chase – gli autori dell’”Appeal to Independent Democrats” del gennaio 1854 –, Joshua Giddings e Gerrit Smith. Nel maggio 1858, a Chatham nel west Canada, i partigiani di John Brown, in maggioranza negri, si riuniscono a discutere ed approvare la Costituzione e Ordinanze Provvisorie per il Popolo degli Stati Uniti, che il “Vecchio”, fattosi per l’occasione legislatore e Presidente-comandante in capo della rinnovata Unione futura, ha appena finito di redigere in casa di Frederick Douglass (e certo sotto la sua ispirazione) a Springfield. È – fatte le debite proporzioni – la sua Magna Charta.

Ma è soprattutto un grido di battaglia, come attestano il Preambolo e l’Articolo I, che noi riproduciamo. Discutano pure i savi e i giuristi (o, come dirà al processo John Brown, “gli intelligenti”) sulla validità tecnica e sulla consistenza formale di questo documento “curioso”; lo chiamino pure, gli storici ufficiali, utopistico, esaltato, pazzesco. A questa stregua, tre quarti della letteratura politica ottocentesca sarebbero da dare alle fiamme. Ma il testo vale per qualcosa di più che il suo contenuto o il meccanismo delle sue clausole giuridiche: è un appello alla lotta, e ancora una volta sfidiamo chiunque a citarne un altro nella storia americana dell’epoca, e nei limiti della sua ispirazione ideologica, che esprima le ansie dei molti con tanta fermezza, con sincerità così candida, a fronte così alta.

Siamo d’accordo: tra il fine e i mezzi disponibili c’è un abisso. E con questo? C’è un abisso fra il Testamento politico di Pisacane (fatte ancora e sempre più le proporzioni dovute) e la spedizione di Sapri: ma la “risibile”, la “paranoica” inconsistenza di quest’ultima non invalida la grandezza del primo, che a sua volta ne deriva un accento di realtà vissuta. Utopistiche sono le carte costituzionali vergate a tavolino: ma qui siamo di fronte a pagine di lotta, a – scusate il termine – fatti fisici. Gli eserciti rivoluzionari, piccoli o grandi che siano, hanno la loro bandiera, o non sono rivoluzionari affatto; invano, a Guerra Civile iniziata, Frederick Douglass si batterà perché Lincoln levi senza mezzi termini – e affidi ai soldati dell’Unione – il vessillo dell’emancipazione degli schiavi, che è invece già, tutto fiammante, nella “Constitution” di Chatham. La “guerra” di Brown – troppo in anticipo sulla storia, questo è vero: ma dopo tutto la storia non si fa sulla bilancia del droghiere – osò darsi la sua bandiera, la sua tavola dei diritti (dei bianchi e dei negri insieme); la Guerra con la g maiuscola, quella con tutte le carte in regola per la storia ufficiale, non cercherà neppure di tesserne il panno e di cucirlo, e solo ad anni di distanza dalla sua fine le mani non certo pulitissime dei grandi sarti della “reconstruction” applicheranno alla vecchia, gloriosa, ma timida e zoppicante Costituzione 1787 (dunque, senza rinnegarla o modificarla a fondo) le frange posticce e controverse del XIII, XIV e XV Emendamento – brutto nome, ma indicativo di una realtà non virile.

Chatham è, comunque, solo una pausa meditativa nell’azione militare diretta del piccolo nucleo, ormai regolarmente costituito, di guerriglieri agli ordini del capitano Brown (altre polemiche sulla legittimità e fondatezza del grado: staremmo freschi se dovessimo appellarci, in merito ai gallonati della storia uneiversale, ad una specie di consulta araldica!). ne fanno parte tipi curiosi e pittoreschi di “avventurieri” in pelle bianca: oltre ai figli Watson, Owen ed Oliver, e al genero Thomas, l’oriundo svizzero John H. Kagi, luogotenente del “Vecchio”, il ribelle e veterano della guerra del Messico Aaron D. Stevens, John E. Cook del Connecticut, il canadese Steward Taylor, il garibaldino inglese Hugh Forbes, l’ufficiale Richard Realf; fra i molti negri, uomini dalla solida tempra come – per tacere d’altri – Osborn P. Anderson, John A. Copeland e l’eroico Shields Green. Il loro obiettivo strategico? Difficile ricostruirlo da testimonianze contemporanee non sempre rigorose o complete: provocare il crollo del valore della proprietà terriera nel Sud mediante colpi di mano ripetuti e distruttivi? Riscattare il più possibile di schiavi, radunarli sulla catena degli Allegheny, e qui prepararli ad erigersi in Stato membro dell’Unione? Accendere la fiamma di un’insurrezione generale dei negri negli Stati schiavisti? È quest’ultima l’ipotesi più verosimile[1], quella di cui le vicende di Harper’s Ferry sembrano, nell’insieme, la lucida conferma: e non esclude le altre come programma minimo. Il dispositivo tattico? Una rete di punti di appoggio collegati su tutta l’estensione della catena montuosa e presidiati da piccoli reparti volanti, come base di audaci scorrerie e colpi di mano su piantagioni, depositi di armi, villaggi, gangli vitali dell’economia e dell’apparato di difesa del Sud. fin dall’inizio, circola fra i tanti il nome dell’arsenale di Harper’s Ferry: la data di un’azione che doveva essere, nei propositi originari, a raggio più vasto di quanto non fu, l’autunno ’58.

Qui si inserisce un episodio che avrà, sugli sviluppi successivi, un’influenza forse determinante. Irritato per il ritardo, vero o supposto, nel pagamento del soldo, Hugh Forbes rivela le linee generali, e forse qualche particolare secondario, del piano di battaglia al sen. Wilson e ad altri “abolizionisti politici”; allarmati, questi mettono in guardia contro un’avventura che ritengono pericolosa o addirittura letale i “Sei” più diretti consiglieri di Brown; la voce sembra diffondersi anche fuori della cerchia ristretta degli amici: una lettera anonima di denunzia, fortunatamente non presa sul serio, giunge allo stesso Governo federale. Far macchina indietro? “La faccenda è” scrive Gerrit Smith “che il nostro vecchio amico si è fissato su questa linea di azione, e non c’è verso di fargli cambiar strada. Non possiamo piantarlo in asso, che muoia da solo: siamo costretti ad aiutarlo.” Al massimo si può ottenere e si ottiene un rinvio, che forse pregiudicherà tutto il piano di attacco: quanto a non “piantare” il vecchio amico, il solo Higginson, dopo Harper’s Ferry, manterrà la parola; gli altri – per la storia ufficiale, senza dubbio uomini savi – si precipiteranno a separare le proprie responsabilità dalle sue…

Un rinvio, dunque: giacché più di tanto, John Brown non è tipo da accettare. Il giorno che l’azione, rinviata pro tempore, gli si imporrà come inevitabile anche se prematura (o tardiva), egli non ne parlerà più con nessuno, salvo con Frederick Douglass – che non gli darà il suo consenso. Passa un anno; ma nel luglio 1859, a capo di un pugno d’uomini; “Shubel Morgan” prende in affitto a pochi passi dal confine della Virginia, nel Maryland, la casa e fattoria del dott. Kennedy. Per quanto un po’ bizzarro (ma bizzarri sono i tempi) il manipolo passa per un’innocua, forse leggermente scapestrata, compagnia di coloni: alle faccende domestiche badano due giovani donne, figlie del vecchio barbuto. È vero che proteggono loro le spalle i distaccamenti volanti sulle montagne, ma questo il vicinato lo ignora, e nessuno si chiede che cosa facciano o si propongano di fare in avvenire i nuovi arrivati. Sono vicini cordiali, servizievoli, laboriosi: il vecchio Shubel, se occorre, sa perfino lavorare di bisturi.

Ma l’idillio “rurale” è di breve durata. Il 16 ottobre, tredici bianchi e cinque negri – Green, Anderson, Copeland, Newby, Leary – lasciano di notte la Kennedy Farm: giunta ad Harper’s Ferry, la compagnia si divide in due gruppi; quello sotto John Brown occupa di sorpresa la fabbrica d’armi e l’arsenale; quello sotto Kagi libera gli schiavi della fattoria del col. Lewis W. Washington, ne asporta due vecchie pistole ed una spada, e si ricongiunge al primo. Una trentina di ostaggi vengono rinchiusi nell’arsenale: non sarà loro torto un capello. Sorpresa nel sonno, la cittadina non reagisce. Il “colpo” è stato fatto.

I partecipanti neri del Raid di Harper’s Ferry dell’ottobre 1859. Da sinistra in alto: John Anthony Copeland, Lewis Sheridan Leary, Dangerfield Newby, Shields Green, John Brown, e Osborne Perry Anderson

L’euforia, il falso senso di sicurezza, che la riuscita iniziale dell’attacco ad Harper’s Ferry deve aver creato nei raiders, spiega forse la decisione di John Brown di lasciar proseguire, dopo un non lungo arresto, il direttissimo Wheeling-Baltimora fermato durante la notte al ponte sul Potomac – decisione che, scaturita da un simile stato d’animo e da una magnanimità altrimenti inconcepibile, segnò con la sua imprevidenza il destino di tutta l’impresa. I fili del telegrafo erano stati tagliati; ma quel treno ristabilì i collegamenti fra la cittadina dello Stato di Virginia e il mondo esterno, ed è facile immaginare come la notizia portata nel Maryland, e subito trasmessa a Washington e dovunque, di un attacco ad Harper’s Ferry, probabilmente ingigantita dal panico dei viaggiatori e giunta all’alba come un fulmine a ciel sereno in un ambiente già saturo di tensione, provocasse immediate consultazioni nella sede dell’autorità centrale federale e un allarme angoscioso alla periferia dell’amministrazione statale e locale. Ma, se quel primo “errore” può spiegarsi, perché mai il “Vecchio” non abbia subito cercato di sfruttare l’elemento sorpresa – come proponeva il Kagi – cercando l’asilo sicuro delle montagne presidiate dai suoi distaccamenti volanti, con le armi e le munizioni raccolte ad Harper’s Ferry e gli schiavi liberati, invece di lasciarsi chiudere in quella che Frederick Douglass aveva preveduto sarebbe stata una “trappola di acciaio”; perché, barricato nell’arsenale coi suoi fidi e un piccolo numero di ostaggi, abbia atteso inerte che nella stessa cittadina il dott. Starry organizzasse una pattuglia di uomini in armi, che da Charlestown accorresse la milizia statale pronta a lanciare il primo attacco agli “invasori” e amietere le prime vittime; perché, anche passate le ore decisive, non abbia tentato una sortita prima che, in seguito alle febbrili disposizioni della Casa Bianca, il colonnello e futuro generale sudista Robert E. Lee, col tenente Israel Green e l’ufficiale di marina J. B. Stuart (altro futuro eroe confederato e difensore di Richmond), guidasse sul posto una compagnia di “marines”; perché tutto questo sia avvenuto, è e rimarrà materia di controversia fra gli storici.

Qui non ci soccorre né la tesi della scarsa preparazione tecnico-militare dell’Old Brown (il problema non era né di alta né di bassa strategia, ma di elementare previdenza), né quella – sostenuta al processo dall’eroe popolare – di un eccessivo scrupolo per le vite degli ostaggi. È vero che quest’ultima spiegazione è – in un uomo dalle forti venature puritane e pronto a colpire l’avversario nella lotta diretta, non a sacrificare cittadini innocenti od inermi – plausibile almeno come fattore secondario; ma è difficile elevarla seriamente a causa prima di un’accettazione quasi fatalistica della sconfitta e, peggio ancora, del disastro. Già il negro libero Dangerfield Newby, arruolatosi fra i raiders con la mente fissa alla moglie e ai figli ancora in ceppi, aveva perso la vita nel primo attacco della milizia di Charlestown; altri due membri della spedizione erano caduti nella difesa contro la milizia locale, ed era rimasto ferito e prigioniero un altro negro libero, John A. Copeland, che salirà il patibolo col suo “capitano”: il rispetto degli ostaggi (trattati, in verità, umanamente) poteva giustificare la passività delle ultime ore, quando, uno dopo l’altro, morivano Kagi, due figli di Brown – Watson e Oliver –, tre altri compagni d’armi, ed H. Thomas cadeva vivo nelle mani degli attaccanti solo per essere ucciso a freddo sul ponte del Potomac, bersaglio di un improvvisato e molto “sportivo” tiro a segno?

La verità è probabilmente che John Brown attendeva, appunto, qualcosa; quello che non potrà ammettere durante il processo senza aggravare la sua posizione: la rivolta degli schiavi di cui pensava che il suo gesto avrebbe dato il segnale e, parallelamente, lo scoppio della polveriera politica nel Nord e nel Sud a contatto di quella prima e sensazionale scintilla – che è anche la risposta al quesito sull’obiettivo strategico della sua campagna a base di razzie audaci ed impreviste. Molti anni prima aveva scritto al Sanborn:

“Un pugno di uomini che siano nel giusto, e coscienti di esserlo, poterono abbattere un potente sovrano. Cinquanta, venti uomini negli Allegheny possono, in dieci anni, mandare in frantumi lo schiavismo.”

La prospettiva era che il colosso della “slavocracy”, poggiando su piedi di argilla, crollasse al primo urto vigoroso scatenando la rivolta degli schiavi negri prima localmente, poi in tutti gli Stati del Sud, e spingendo a scendere in campo i loro amici bianchi nel Nord: forse anche in una parte del “Solid South”.

L’insurrezione non venne, neppure sul piano locale, tanto più (questo è lecito imputare all’ingenuità politica di John Brown) che nulla era stato fatto per preparare il terreno e dare pubblicità al programma di cui il colpo di mano doveva essere soltanto l’annunzio, e d’altra parte lo Stato di Virginia era forse il meno suscettibile di darne il segnale; quanto agli amici nordisti, abbiamo già detto che o si affrettarono a sconfessare i “ribelli” o, come Douglass, dovettero rifugiarsi nel Canada; il raid non ebbe risonanze attive se non nell’opinione più rabbiosamente schiavista del Sud. e quando, forzate le porte dell’arsenale, Stuart e Green – il primo stupito di riconoscere nello “Shubel Morgan” delle prime notizie l’uomo sulla cui testa pesavano due taglie e che già era divenuto simbolo popolare e leggenda misteriosa, l’Osawatomie Brown – iniziarono le trattative di resa, tirate in lungo dal “ribelle” sempre nella speranza che quel certo “qualcosa” avvenisse (perché, altrimenti, l’assurda richiesta di un baratto fra gli ostaggi e l’autorizzazione a sconfinare nel Maryland, che i due ufficiali, ormai praticamente vittoriosi, non avevano motivo alcuno di soddisfare?) e infine, stizziti, ruppero la tregua, tutto era finito: colpito con la spada da Green il “Vecchio”; feriti Stevens ed Edwin Coppoc, arrestati questi, Hazlett e lo stesso Shields Green, non presente alle prime fasi del raid ma accorso dalle montagne ad aiutare i fratelli d’armi e di fede – con John A. Copeland, sei candidati alla forca, cui aggiungere Cook, catturato più tardi – perdute le 200 carabine e le 200 pistole procacciate nel Kansas, le picche fatte costruire come simbolo guerriero e come minaccia, le armi e le munizioni catturate sul posto; definitivamente sciolta l’unica compagnia di franchi tiratori militarmente organizzata e a tutto disposta in difesa di princìpi riconosciuti validi per tutti i tempi e per tutti gli uomini, qualunque fosse il colore della loro pelle…

Ma Harper’s Ferry non finisce qui. Gli uomini del Sud hanno tanta fretta di “chiudere l’episodio”, quanto ne hanno avuto paura: non meno ansioso di liquidare l’incidente e altrettanto spaurito, il Governo federale se ne lava le mani – ha fatto il suo dovere fornendo i “marines”, al resto provveda la giustizia dello Stato di Virginia. Sani o feriti, i superstiti vengono quindi trasportati alla prigione di Charlestown; il 25 ottobre, sette giorni dopo la resa, si celebra il processo: l’accusa è di cospirazione e istigazione di negri ed altri alla rivolta, omicidio di primo grado, alto tradimento – verso quella Virginia di cui pure nessuno degli imputati è cittadino –; per un’assistenza legale non v’è tempo, né, se ci fosse, sarebbe consentita. La condanna, pronunziata il 31 ottobre, è a morte per impiccagione.

Le accuse, nella loro formulazione, non erano né provate né probabili, e John Brown poté, senza alcuna concessione alla codardia, smontarle una dopo l’altra. Ma il problema non era più giuridico, e del resto le sue parole nell’aula del tribunale suonarono, nella loro ferma e commovente pacatezza, come parole di guerra, fatti d’arme, una sfida non minore del raid. Esse giustificavano sia la condanna e l’esecuzione dei ribelli, che la loro apoteosi nella luce del mito. John Brown per primo se ne rese conto: e, primo e solo nella guerra civile ormai iniziata, disse a fronte alta e senza veli ciò che l’enorme maggioranza dei cittadini nordisti pensava – e taceva. Qui, a Charlestown, due nemici inconciliabili stavano di fronte, e nessuno meglio di Thoreau comprese la necessità della condanna finale. Nel suo Journal, alla data 21 ottobre, si legge:

“Ora capisco ch’era necessario che l’uomo più coraggioso ed umano di tutto il Paese fosse impiccato. Forse lo capì egli stesso… Avevamo bisogno di questo aiuto per vedere il nostro governo alla luce della storia.”

E, più sopra:

“Essi soli [gli uomini di Harper’s Ferry] scesero in campo nella lotta fra oppressi ed oppressori. Uomini che meglio si prestassero ad essere impiccati non potevate scegliere. Era l’omaggio più grande che si potesse rendere loro. Erano maturi per la forca.

Da Harper’s Ferry e Charlestown si è soliti datare l’inizio della Guerra Civile americana. Per noi, fra l’ottobre e il dicembre 1859, ebbe inizio e fine la guerra civile di popolo.

I creatori del “mito di John Brown” – gli atterriti schiavisti del Sud, gli uomini più pensosi del Nord, gli iniziatori bianchi e negri della tradizione sia letteraria che popolareggiante del canzoniere browniano – non conoscevano le lettere e i biglietti da lui vergati in una calligrafia nitida e ferma nel mese e mezzo di sereno e quasi felice soggiorno nel carcere di Stato: pochi avevano letto l’ultimo discorso in tribunale o l’intervista con Mason. Ad alimentare le opposte reazioni istintive dell’uomo comune bastavano, comunque, l’episodio del raid e quello del processo – clamorosi non tanto in sé o per le loro conseguenze sul corso della storia, quanto perché avevano reso esplicito in forma drammatica un conflitto maturo nelle cose se non nelle coscienze, e prefigurato sul piano locale e nell’olocausto di pochi quello che sarà il “molto, molto sangue”[2] previsto da John Brown come epilogo di una lunga battaglia. Il “mito” era per l’uomo comune una realtà palpabile; e come tutti i miti diverrà generatore di forze nell’epilogo degli anni ’60.

Ma quelle parole dette e scritte da un uomo semplice per uomini semplici, parole di una forza contenuta e di una decisione priva di iattanza, parole autentiche la cui tranquilla fermezza[3] e la cui serenità patetica rendono plausibile il racconto del “Vecchio” ferito che, nel trasporto dall’arsenale alla prigione, si guarda intorno nella campagna e ingenuamente osserva, come chi viaggi per diporto o pensi a una possibile villeggiatura in avvenire: “Bel paese; è la prima volta che ho l’occasione di vederlo”; e, salito sul patibolo, suggerisce al boia: “Fa presto”; queste parole ora tenere, ora vibranti, che di letterario hanno soltanto i richiami alla Bibbia – istintivi in un uomo dei tempi e dei luoghi –, e che non vogliono essere, ma sono, un testamento politico e morale, un atto di fede, un grido di battaglia, non si possono leggere neppure a distanza di un secolo senza un brivido di commozione e, come avrebbe voluto chi le pronunziò, di esultanza. Solo un uomo del popolo – non “un ricco, un intelligente, un potente” e neppure un “saggio” – poteva dirle; solo esse potevano avere ed essere storia.


[1] Dall’intervista rilasciata a Phillips si intravede a grandi linee non solo la strategia generale della battaglia politica e militare di John Brown, ma altresì l’abisso che separava il suo sentire da quello di un moderato come Phillips: intriso quest’ultimo di pregiudizi e stereotipi sugli afroamericani e propenso a vederli più come esseri elementari, afflitti e bisognosi di generosa indulgenza dei bianchi, piuttosto che vedervi, come Brown, uomini e donne capaci di conquistarsi con le proprie azioni la propria libertà e dignità negata. “Poi si avventurò a parlare di Spartaco e della sua guerra servile. Era chiaro che [John Brown] conosceva ogni passo nella vita del grande gladiatore. Gli ricordai che Spartaco e gli schiavi romani, nella patria d’origine, erano dei guerrieri; che si erano addestrati nell’uso delle armi nei circhi, dove uccidevano ed erano uccisi […]. I negri invece erano un popolo pacifico, domestico, inoffensivo, che in tutto il suo calvario sembrava incapace di sentimenti di rancore o di vendetta. ‘Non li ha studiati bene’ mi rispose ‘né abbastanza a lungo. La natura umana è la stessa dovunque’. [Per Brown] il capo della guerra servile, invece di perdere tempo in Italia finché i nemici poterono avventarglisi addosso, avrebbe dovuto battere sulla capitale o, se non aveva forze sufficienti a questo scopo, fuggire nelle vergini province del Nord, e lì organizzare un esercito per sconfiggere Roma”. John Brown, La schiavitù è uno stato di guerra, Il Saggiatore, 1962, p. 74. [Ndr].

[2] “Io, John Brown, sono ora certissimo che i delitti di questo colpevole Paese non saranno mai lavati che dal sangue. Invano, ora capisco, mi illudevo che ciò si potesse ottenere senza spargere molto, molto sangue”. John Brown, La schiavitù è uno stato di guerra, Il Saggiatore, 1962. [Ndr].

[3] “…è un grande conforto il sentirsi sicuri di poter morire per una causa, invece che soltanto per pagare un debito di natura…” Ibidem, p. 98. [Ndr].